Mentre Buddha sorride (Charles Bukowski)

Wat Phra Si Iriyabot – Parco storico di Kamphaeng Phet – foto tiziano matteucci

se si può ridere, bene.
se si deve piangere, si deve
proprio piangere.

prendo il mio cuore spinoso e
lo getto via
il più lontano possibile nel buio e
rido.

io sono
come un insetto
un cane
un fiore.
Il coltello entra nel
sole.
Il piatto si
rompe.
il gatto sbadiglia.

gli eroi
un tempo giovani sono
invecchiati
mentre Buddha
sorride.

(Mentre Buddha sorride – Charles Bukowski – Ed. Guanda)

Mentre Buddha sorride – Charles Bukowski – Ed. Guanda

Viene oggi pubblicata in Italia una (prima?) parte di The Continual Condition (2009) – 65 poesie (14 già pubblicate in altre raccolte) – che, col titolo Mentre Buddha sorride, propone 27 poesie (4 già pubblicate in libri precedenti).

Lui è  sempre il vecchio Bukowski che si confessa e ride di se stesso e non potrebbe essere diversamente. È morto 21 anni fa lasciando intenzionalmente  alla moglie una valanga di scritti inediti. Mi chiedo se valga la pena, oggi, recensire Bukowski quando tutto è già stato scritto da tempo (in calce trovate la prefazione di Beniamino Placido a Factotum, Ed.Sugar – Aprile 1979).

Anch’io sono un appassionato lettore di Bukowski, ho tutti i suoi libri pubblicati in Italia … dal primissimo Storie di ordinaria follia,  a quest’ultimo Mentre Buddha sorride … quindi, oltre che appassionato lettore, anche collezionista dei suoi libri tradotti in italiano ed è da queste due diverse ottiche, bibliofilo/lettore, che voglio guardare quest’ultimo libro.

L’editoria italiana ha iniziato, da subito, a pubblicare i libri di Bukowski a rate, da un libro originale se ne fanno 2, 3 ma anche  4.

  • Erections, Ejaculations, Exhibitions and General Tales of Ordinary Madness: Storie di ordinaria follia (Feltrinelli 1975), Svastica (Ed.Millelire 1994), Compagno di sbronze (Feltrinelli 1979).
  • South of No North: Stories of the Buried Life: A sud di nessun nord (Sugar 1979), Storie di una vita sepolta (Sugar 1981). Entrambi i libri originali saranno poi pubblicati in formato integrale.
  • The Roominghouse Madrigals: Early SelectedPoems 1946-1966: Notte imbecille (Sugar 1993), Non c’è niente da ridere (Sugar 1996), Nato per rubare rose (Sugar 1997). Ecc. ecc.

Sino ad arrivare ai testi postumi che, sistematicamente, vengono spezzettati in più libri (salvo – in alcuni casi – pubblicare, a distanza di tempo, il libro integrale).

The Last Night of the Earth Poems: Si prega di allegare 10 dollari per ogni poesia inviata (MinimumFax 2001), Evita lo specchio e non guardare quando tiri la catena (MinimumFax 2002), Seduto sul bordo del letto mi finisco una birra nel buio (MinimumFax  2002), Spegni la luce e aspetta (MinimumFax 2003), The Flash of Lightning Behind the Mountain: Ehi Kafka! (Guanda2012), Il crimine paga sempre (Guanda 2013), Ce l’hanno tutti con me (Guanda 2013). Ecc. ecc.

Se guardo alla mia passione di bibliofilo potrei anche dire che mi sento un po’ sfruttato dall’editoria italiana … ma proseguirò negli acquisti, una collezione è una collezione (mania?).

Ma se guardo questo libro (ed anche qualche suo più recente predecessore) come lettore potrei anche affermare che, Mentre Buddha sorride, non soddisfa molto le mie pretese di lettore. L’editoria americana sforna (quasi) inediti, l’editoria italiana allunga a dismisura la sopravvivenza di Charles Bukowski che, per conto suo, ha già tirato le cuoia. Amen.

Factotum – Charles Bukowski – Ed. Sugar

Prefazione di Beniamino Placido a “FACTOTUM”  – Ed. Sugar (Aprile 1979)

«Charles Bukowski, quasi sessantenne, americano: era uno scrittore semisconosciuto ancora un anno fa, e adesso siamo in piena fioritura della sua popolarità fra i giovani, della sua diffusione fra i critici. Una riaccensione di interesse di cui questo libro non è che una manifestazione (e -speriamo- non delle meno significative).
Già serpeggia fra i critici una sorda quérelle (i critici , si sa, sono fatti un po’ come i poeti: “irritabile genus” gente permalosa) su chi abbia più titoli per fregiarsi del titolo di scopritore di Bukowski in Italia.
Ogni tanto qualcuno (per ultimo Carlo A. Corsi nell’introduzione al Taccuino di un vecchio sporcaccione, apparso a puntate sul “Male” e pubblicato ora da Guanda; e Claudio Stefanis in una lettera a “Tuttilibri” del 17 marzo) mi fa l’ingombrante onore di attribuire questo titolo  a me per via di un articolo apparso su “la Repubblica” il 18 maggio 1978 (Charles Bukowski: un nuovo caso letterario americano. Quarantadue orgasmi circondati dal silenzio).
Ringrazio sentitamente, ma non posso accettare tanto onore. Non essendo coraggioso per natura (e come potrei, col nome che porto?) preferisco di gran lunga la pace dei sensi alle occhiate storte dei vicini di pagina di libreria o di edicola.
E poi non è vero. In quell’articolo della “Repubblica” di cui si parla è caduto purtroppo un inciso (per ragioni tipografiche, mi hanno detto: si sa come vanno le cose nei giornali) che diceva: qui si addita all’attenzione uno scrittore semisconosciuto ma che è stato pubblicato da Feltrinelli già nel 1975. Come mai nessuno  (o quasi) se n’è accorto? Però poi si aggiungeva, doverosamente: “Nel 1975, questo giornale non esisteva ancora. Ma se anche fosse esistito, nemmeno io mi sarei sognato di proporre una recensione al Bukowski delle Storie di ordinaria follia, perché non lo conoscevo”.
E insistevo a non volerlo conoscere . Il “merito” vero, se di merito si deve parlare in questo caso (e si tratta proprio di un puro caso, come si vedrà), è di Enrico Filippini, che un giorno sì e uno no, mi interpellava: ma  è vero che c’è un nuovo scrittore americano, Bukowski? In Germania non si parla d’altro. Come mai non ti risulta?…
Ed io imperterrito a dire di no, che non era vero. A rispondere anzi con sfrontata improntitudine: ti confonderai con un altro Bukowski, il dissidente russo…
Poi, a furia di vedere le facce interdette dei redattori del giornale, incuriositi da questa petulante discussione per mettermi al riparo dall’eventuale brutta figura – si sa come vanno le cose nei giornali (ma si sa poi davvero?) – mi sono guardato intorno, mi sono messo a cercare sul serio. Ed ho scoperto che questo Charles Bukowski (con la “w”).
Esisteva, ed era personaggio tutt’affatto diverso dal Vladimir Bukovsky (con la “v” nel cognome, oggetto del clamoroso scambio con il comunista cileno Corvolan ed autore del romanzo Il vento va e poi ritorna.
Però a pensarci bene, seguendo un certo refolo di vento di ritorno della riflessione, facendomi guidare con fiducia dalle parole (bisogna farlo sempre, le “parole” portano sempre ai “fatti”, se seguite come si deve) non direi più che i due Bukow(v)ski sono assolutamente differenti. In aggiunta all’identità fonica, alla quasi identità grafica dei loro cognomi, un elemento non secondario in comune ce l’hanno: sono due dissidenti.
Il Bukowski che abbiamo davanti, il Bukowski di Los Angeles è un cronista – disgustato e critico – della vita quotidiana. Come tutti i grandi dissidenti russi. Non a caso il primo libro che abbiamo conosciuto e apprezzato di Solzenicyn si intitolava “Una giornata di Ivan Denisovic”. E che giornata. Che vita. Che grigiore. Che squallore.
Prendiamo un altro esempio, Jurij Trifonov. Ancora meno a caso, il terreno di applicazione della sua scrittura è la vita quotidiana, “l’analisi capillare e rigorosa di una realtà minuta, dei caratteri quotidiani della struttura sociale e del costume della Mosca contemporanea” (così scrive di lui il critico sovietico Felics Kuznecov).
Per farla breve: sappiamo benissimo – politici e politologi ce lo dicono ogni giorno – che fra i due sistemi, quello sovietico, quello americano le differenze storiche  culturali istituzionali sono immense. Però questi due grandi paesi qualche elemento in comune ce l’hanno. Sono capaci di possenti sforzi finanziari per mandare missili nel cielo ed eserciti sulla terra: ma quanto alla vita quotidiana che sono in grado di garantire ai  loro umili sudditi, è, dall’una e dall’altra parte, orrenda.
Così almeno ci raccontano – in modo convincente, bisogna dirlo – gli scrittori. Ma questa loro analisi rigorosa e impietosa del “vissuto”, del “quotidiano”, del “privato” scadrebbe rapidamente nel patetico se non fosse in rapporto di segreta tensione con Un’altra vita (ho citato il libro di uno dei romanzi più belli di Trifonov).
“Nei romanzi di Trifonov siamo nel meriggio di una società che si vuole radiosa, armoniosa, definitiva. Ed è questa pretesa a gettare un’ombra fantastica e truce su un vivere giornaliero che si rivela gravido di tensione, oscurità, fallimento”. Così scrive il critico italiano Vittorio Strada.
Fa la sua apparizione a pagina 55 di questo libro un quadro, un opera illustre. “E cos’è questo quadro? – È la famosa Guernica, aveva risposto in fretta Georgij Maksimovic che non voleva distrarsi a lungo dai propri lavori – non è un quadro, è una riproduzione”.
Dalle eroiche promesse di vita nova implicite in Guernica, eccoci alla realtà di una vita quotidiana vecchia, fatta di sciatterie frustrazioni approssimazioni. Non è questo il quadro di riferimento in cui ci avevano promesso che saremmo vissuti. È una volgare riproduzione.
Così a Mosca. E pensare che solo un secolo fa le Tre sorelle di Cecov bisbigliavano “a Mosca!”, “a Mosca!”. Ma non è mica tanto diverso, non è mica tanto meglio (diritti civili a parte, ma qui si parla della “qualità della vita”) a Los Angeles, a Chicago, a New York (“New York! New York!”).
Lo squallore delle Los Angeles, delle Chicago, delle New York che Charles Bukowski conosce e ci fa conoscere, non sarebbe quello che è se non fosse vissuto e rappresentato a riscontro di una promessa non mantenuta, la promessa dell’ “american dream”, del “sogno americano”.
Il riscontro è segreto, sotteso, ma non per questo meno evidente. Trasuda dallo stile, dal soggetto, dai temi. Prendiamo ad esempio il tema della “mobilità”.
Contro l’Europa, che è statica stagnante parassitaria, l’America ha sempre menato vanto della capacità di cambiamento, – nell’universo dello spazio, nell’universo dei mestieri – dei suoi figli migliori.
Ebbene, proprio in questo romanzo, che si intitola Factotum , Charles Bukowski, che si chiama nella circostanza Henry Chinaski, dimostra che si tratta, come nel mirabile chilometrico film di Wim Wenders, di una Falsche Bewegung , di un “falso movimento”, una nevrastenia psicomotoria poverissima di motivazioni reali, di spinte ideali, porta il protagonista, che è proprio un factotum – sa fare di tutto e di niente – da una città all’altra, da un mestiere all’altro.
Il lavoro c’è sempre, ma è sempre un lavoro manuale, miserrimo. Inserviente a New Orleans, sguattero a Los Angeles, uomo di fatica a Las Vegas, pulitore a New York (se ho sbagliato gli accoppiamenti non fa nulla: tanto, mutato l’ordine dei fattori, la somma non cambia) Henry Chinaski trova sempre modo di farsi licenziare – per qualche trasgressione, per qualche distrazione, per qualche marachella – dai padroni, dai datori di lavoro moralistici, paternalistici e supponenti. E imbroglioni anche. Perché la probità laboriosa che si aspettano fermamente dai sottoposti, non ce la mettono mica loro nei loro affari. Rubano sulle vernici, imbrogliano sui pezzi di ricambi,  fregano nei ristoranti.
In una intervista all’ “Express” (Je ne serais jamais convenable, 30 settembre 1978), Bukowski ha detto che i suoi numi tutelari sono Céline e Nietzsche. Ma non è vero. Qui siamo in piena tradizione letteraria americana. La tradizione del vagabondo, dell’ “hobo” che vive per la strada, “on the road”. Si tratti di Jack london o di Jack Kerouac.
E poi: nei vari posti in cui si trova a vivere. Ospite di passaggio, Charles Bukowski vive alla giornata. Una doccia se riesce a farsela; una bottiglia di vino se riesce a pagarsela; una donna, se riesce a trovarsela. Questo vivere alla giornata cos’è se non lo stoicismo – predicato anche se non praticato – da Hemingway (uno scrittore che a Bukowski piace tanto), ultima risorsa in un mondo in cui “non c’è più niente di sacro?”.
E ancora: l’implacabile voglia di vivere, l’accettazione di tutta l’esistenza, anche e soprattutto quella corporale non apparenta forse Bukowski ad un altro mostro letterario americano, ad Henry Miller?
E tuttavia Bukowski non è Jack London, non è Jack Kerouac, non è Henry Miller. Non è nemmeno il sulfureo amaro William Burroughs, al quale pure – naturalmente – è stato paragonato. Perché? Dov’è la differenza? Cominciamo da Miller.
Apriamo l’Henry Miller antologizzato prefato commentato nientedimeno che da Norman Mailer (Norman Mailer, Genius and Lust, a juorney through the Major Writungs of Henry Miller, New York, 1976) e notiamo una cosa, innanzitutto. Scrive Mailer: “Nessuno scrittore americano, nemmeno Hemingway, si è avvicinato a questa follia: questo trovarsi solo in una città estranea senza soldi in tasca, con poco cibo nello stomaco e un’erezione che comincia a farsi sentire, a dar fastidio”.
Questo ci dice che grazie a dio può accadere anche a Norman Mailer – residente a New York-New York, nel bel mezzo della società letteraria americana – di essere ignorante e/o distratto quasi quanto noi in Italia (che è tutto dire).
Perchè lo scrittore americano che vive e descrive l’esperienza di trovarsi solo in una città forestiera – anzi in tante città forestiere una appresso all’altra – con le tasche vuote, lo stomaco semivuoto e un’erezione piena – c’è. È Bukowski, e il romanzo che descrive questa situazione c’era già nel 1975.  È Factotun.
E tuttavia  Bukowski non è Henry Miller, più di quanto non sia London o Kerouac o Hemingway o Burroughs.  E meno che mai Norman Mailer.
L’abbiamo detto. Dobbiamo dimostrarlo. Continuiamo a tenere come punto di riferimento Henry Miller, una punta avanzatissima della narrativa americana. Ecco che proprio Norman Mailer, mondano e disinvolto come sempre ce ne dà una prova, presentando l’autore di Tropico del cancro, nell’antologia di cui abbiamo dato gli estremi. Riferisce un segreto. Che Miller ha sofferto di emorroidi per ottant’anni. E non l’ha mai detto. Trasgressore dichiarato del senso del pudore ad ogni piè sospinto, non riesce a trasgredirlo quando si tratta di se stesso. Esaltatore del corpo, non riesce ad esaltarsi quando il corpo nei punti dolenti fa male.
Il lettore si inoltri pure adesso nella lettura di Factotum finchè non incontra l’avventura delle piattole. Henry Chinaski, cioè Charles Bukowski  le piattole ce le ha avute, forse ancora ce le ha, ed è certo che potrà ancora riavercele per il tipo di vita che fa. E non si vergogna affatto di raccontarlo.
L’implicazione diretta, personale, autobiografica, sincera, spietata, sfrontata è il tratto distintivo di Bukowski rispetto a tutta la tradizione letteraria americana. Ma per quel che riguarda Miller: George Orwell ha scritto di Tropico del cancro: “questo è il libro di un uomo felice”. Invece questo libro di Bukowski, come ogni altro libro di Bukowski è sempre il libro di un uomo infelice. Che si ubriaca ogni giorno, come ha rivelato nella menzionata intervista all’ “Express” e cerca di restare ubriaco tutto il giorno. Così si scrive meglio.
Così si scrive tanto. Bukowski ha scritto tanto, tantissimo, se solo apro il risvolto di copertina dell’edizione americana di Factotum (quarta ristampa, 1977) conto – fra il 1960 e il 1977 – 29 titoli, tra poesie racconti romanzi. Ha scritto tanto e forse sempre la stessa cosa, dicono i critici che non l’amano (ci sono anche quelli).
Questa si che è un’accusa buffa. Fa pensare a quelli che accusano Nanni Moretti di descrivere sempre gli stessi umori nello stesso ambiente. Ci mancherebbe. Una delle regole fondamentali della scrittura è di riprodurre (non in senso mimetico, in senso stilistico) la cosa che vuoi dire, rappresentare. Per dare un’idea della vasta immensità della vita, Guerra e Pace deve avere una durata spropositata, presentarsi come un fiume narrativo di cui ad un certo punto non si scorge più né la sorgente né la foce.
Per dare l’idea che l’esistenza quotidiana in America si presenta come un rituale ossessivo, ripetitivo, poverissimo (o addirittura privo) di senso Bukowski lo scrittore deve ricominciare sempre daccapo. Come daccapo e invano ricomincia ogni mattina la stessa giornata Bukowski, il personaggio.
La sua coazione a ripetere è una strategia espressiva (voluta o non voluta non lo so, non interessa): non un difetto di ispirazione. Per vivere, Bukowski deve continuare a scrivere.
Mi scagiono a questo punto da un secondo (ed ultimo, e spero non inutile) rilievo personale. Ho incontrato su un treno Goffredo Fofi e mi sono presa una bella lavata di testa: “Bella roba, tu con il tuo Bukowski”. “Perché, non va bene?”, gli rispondo, preoccupato di quello che possono pensare di me i lettori di “Ombre Rosse”. “Ma sì, va bene, va benissimo come scrittore. Ma come lo leggono i ragazzi? Come la legittimazione letteraria di ogni disgregazione, di ogni dissociazione, di ogni disgusto esistenziale”.
Anche qui, io non c’entro. Se non per non aver sottolineato abbastanza (ma lo faccio adesso) il fatto che Charles Bukowski queste sue esperienze – personali vissute sofferte – di abbandono alla disgregazione personale, alla dissociazione sociale, al disgusto esistenziale non le vive soltanto in prima persona. Le descrive anche (in primissima persona, sempre).
E qui rinvio subito il lettore che non ha paura di trovarsi di fronte ad uno specchio sgradevole al capitolo 72, dove Bukowski dice che “tutti in America vogliono essere scrittori. Non tutti pensano di poter diventare dentista o meccanico di automobili, ma tutti pensano di poter scrivere”. Solo in America?
Evidentemente il disgusto, il rifiuto della vita non bastano a costruire una vita. Ci vuole qualcos’altro. Così come lo dico io, deve suonare antiquato e filisteo, me ne rendo conto. Ma Bukowski lo fa. Stiamo attenti, per carità, alle identificazioni sciocche. Bukowski non è soltanto un vagabondo, è un vagabondo che scrive. Non è soltanto un senza lavoro, è un senza lavoro che scrive. Che descrive la disperazione sua e quella degli altri, ma mentre quella degli altri rimane irredenta, la disperazione  sua risulta riscattata alla fine della scrittura, e oggi anche dal successo.
Non è colpa mia se si è ficcato in questa contraddizione. Per giustificarlo, se si può, indicherò un ultimo scrittore americano – il più grande, Melville – al quale forse Bukowski è più strettamente, ancorchè segretamente apparentato che ad ogni altro.
Il Melville di Bartleby. Ve lo ricordate Bartleby? Lo scrivano, l’uomo dalle mezze maniche, il personaggio del sottosuolo, lo sconfitto della vita che però alle volgarità alle nequizie alle prepotenze del mondo risponde sempre ” I would prefer not to”: “Io direi di no”.
Ebbene, all’ultima pagina di questo mirabile racconto Melville insinua che Bartleby era stato “un piccolo impiegato all’ufficio Lettere Smarrite” delle Poste di Washington.
Ebbene. Charles Bukowski ha lavorato quattordici anni nell’Amministrazione delle Poste e l’ha anche raccontato in un libro: Post Office del 1971.
Ne è uscito – dice lui – per non ammattire, per sopravvivere. Ma anche per scrivere. Per mandarci questa lunga ininterrotta lettera “letteraria” che sono i suoi racconti, le sue poesie, i suoi romanzi. C’è mancato poco che non andasse smarrita.» 

Tiziano Matteucci

"Siede la terra dove nata fui / su la marina dove ’l Po discende / per aver pace co’ seguaci sui."(Dante Alighieri - Inferno, V).
Per il resto non c'e' molto da dire.
Pensionato italiano che ora risiede in una cittadina del nord ovest della Thailandia per un assieme di causalità e convenienze ... c'è solo una cosa certa: "faccio cerchi sull'acqua ... per far divertire i sassi" (Premdas)

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"Siede la terra dove nata fui / su la marina dove ’l Po discende / per aver pace co’ seguaci sui." (Dante Alighieri - Inferno, V). Per il resto non c'e' molto da dire. Pensionato italiano che ora risiede in una cittadina del nord ovest della Thailandia per un assieme di causalità e convenienze ... c'è solo una cosa certa: "faccio cerchi sull'acqua ... per far divertire i sassi" (Premdas)
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3 Responses to Mentre Buddha sorride (Charles Bukowski)

  1. Matteo says:

    Ciao! molto interessante e mi intrometto con una domanda…i libri di poesia di Buk che erano editi da minimum fax, che fine hanno fatto?
    In casa editrice (mfax) mi hanno detto che sono fuori catalogo. M mi chiedo, chi avrà acquisito i diritti? Guanda? Feltrinelli? E Quando li pubblicheranno? Sto pensando soprattutto a Si prega di allegare 10 dollari per ogni poesia inviata… perchè è l’unico che mi manca di quella collezione minimum fax.
    Grazie, ciao
    Matteo

    • tizianomatteucci says:

      Le ultime pubblicazioni sono Guanda, di quel che accade a Minimum fax proprio non saprei. Ho dato un occhiata in Ebay, la serie completa (12 libri) viene proposta a 699 euro (!!!), “si prega di allegare …” tra i 40/45 euro… a te decidere se fare la spesa o meno.
      Ciao e buona lettura.

      • Matteo says:

        Si, avevo visto anche io. Che cifra folle! Io fra l’altro quella collezione ce l’ho tutta a parte quel libro tradotto da Raimo. Poi era forte il concept grafico. Le poesie, molte bellissime. Chissà quando torneranno a catalogo che veste avranno. E soprattutto, chissà quando…
        Grazie, ciao!

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