C. BAUDELAIRE. SPLEEN E IDEALE

AL LETTORE

La stoltezza, l’errore, il peccato, l’avarizia, abitano i nostri spiriti e agitano i nostri corpi; noi nutriamo amabili rimorsi come i mendicanti alimentano i loro insetti.

I nostri peccati sono testardi, vili i nostri pentimenti; ci facciamo pagare lautamente le nostre confessioni e ritorniamo gai pel sentiero melmoso, convinti d’aver lavato con lagrime miserevoli tutte le nostre macchie.

È Satana Trismegisto che culla a lungo sul cuscino del male il nostro spirito stregato, svaporando, dotto chimico, il ricco metallo della nostra volontà.

Il Diavolo regge i fili che ci muovono! Gli oggetti ripugnanti ci affascinano; ogni giorno discendiamo d’un passo verso l’Inferno, senza provare orrore, attraversando tenebre mefitiche.

Come un vizioso povero che bacia e tetta il seno martoriato d’un’antica puttana, noi al volo rubiamo un piacere clandestino e lo spremiamo con forza, quasi fosse una vecchia arancia.

Serrato, brulicante come un milione di vermi, un popolo di demoni gavazza nei nostri cervelli, e quando respiriamo, la morte ci scende nei polmoni quale un fiume invisibile dai cupi lamenti.

Se lo stupro, il veleno, il pugnale, l’incendio, non hanno ancora ricamato con le loro forme piacevoli il canovaccio banale dei nostri miseri destini, è perché non abbiamo, ahimé, un’anima sufficientemente ardita.

Ma in mezzo agli sciacalli, le pantere, le cagne, le scimmie, gli scorpioni, gli avvoltoi, i serpenti, fra i mostri che guaiscono, urlano, grugniscono entro il serraglio infame dei nostri vizi,

uno ve n’è, più laido, più cattivo, più immondo. Sebbene non faccia grandi gesti, né lanci acute strida, ridurrebbe volentieri la terra a una rovina e in un solo sbadiglio ingoierebbe il mondo.

È
la Noia! L’occhio gravato da una lagrima involontaria, sogna patiboli fumando la sua pipa. Tu lo conosci, lettore, questo mostro delicato – tu, ipocrita lettore – mio simile e fratello!

SPLEEN E IDEALE

1 • BENEDIZIONE

Allorché, per decreto delle potenze supreme, il Poeta appare in questo mondo attediato, sua madre impaurita e carica di maledizioni stringe i pugni verso Dio che l’accoglie pietoso:

– «Ah, perché non ho partorito un groviglio di vipere piuttosto che nutrirmi in seno questa cosa derisoria? Maledetta sia la notte d’effimeri piaceri in cui il mio ventre ha concepito la mia espiazione!

Poi che m’hai scelta fra tutte le donne perché divenissi disgustosa al mio triste marito, non potendo rigettare nelle fiamme come un biglietto amoroso questo mostro intristito,

farò ricadere il tuo odio che m’opprime sul maledetto strumento della tua cattiveria e torcerò talmente quest’albero miserabile che esso non potrà innalzare i suoi germogli impestati.»

Inghiotte così la schiuma del suo odio e, ignara degli eterni disegni, prepara essa stessa in fondo alla Geenna i roghi consacrati ai delitti materni.

Tuttavia, assistito da un Angelo invisibile, il figlio ripudiato s’inebbria di sole, e in tutto quel che beve e che mangia trova ambrosia e nettare vermiglio.

Gioca col vento, discorre con la nuvola, s’ubbriaca, cantando, del Calvario; e lo Spirito che lo segue nel suo pellegrinaggio, piange al vederlo gaio come uccello di bosco.

Tutti coloro che egli vuole amare l’osservano intimoriti o, rassicurati dalla sua tranquillità, fanno a gara a chi gli caverà un sospiro, sperimentando su di lui la propria ferocia.

Mescolano al pane e al vino destinati alla sua bocca cenere e sputi impuri; con ipocrisia buttano quanto egli tocca, s’incolpano d’aver posto il piede sulle sue orme.

Sua moglie va gridando per le piazze: – «Poi che mi trova tanto bella da adorarmi, farò come gli idoli antichi, come essi vorrò che egli m’indori, e m’indori ancora;

m’ubbriacherò di nardo, di incenso e di mirra, di genuflessioni, di carne e di vino, per sapere se io possa, in un cuore che m’ammira, usurpare, ridendo, gli omaggi destinati alla divinità.

E, stanca di queste farse empie, poserò su di lui la mia forte e fragile mano; le mie unghie, come quelle delle arpie, sapranno farsi strada sino in fondo al suo cuore.

Simile ad un uccellino che palpita e che trema gli strapperò il rosso cuore dal petto e lo butterò, sprezzante, al mio animale favorito perché se ne sazi.»

Verso il cielo, ove il suo occhio mira uno splendido trono, il Poeta sereno leva le pie braccia, e i grandi lampi del suo spirito lucido gli precludono la vista dei popoli inferociti:

– «Sii benedetto, mio Dio, che concedi la sofferenza come un rimedio divino alle nostre vergogne e come l’essenza più pura ed efficace per preparare i forti a sante voluttà.

So che tu tieni un posto al Poeta nelle file beate delle tue Legioni, e che tu l’inviti all’eterna festa di Troni, Virtù e Dominazioni.

So che il dolore è la sola nobiltà cui mai potranno mordere e terra e inferno; e che per intrecciare la mia mistica corona si dovranno tassare tutti i tempi e tutti gli universi.

Ma i gioielli perduti dell’antica Palmira, i metalli ignoti, le perle del mare, montati dalla tua mano, non basterebbero al bel diadema, chiaro, abbagliante;

esso sarà pura luce attinta al focolare santo dei raggi primigeni, di cui gli occhi mortali, al massimo del loro splendore, non sono che specchi oscuri e lagrimosi.

2 • L’ALBATRO

Sovente, per diletto, i marinai catturano degli albatri, grandi uccelli marini che seguono, indolenti compagni di viaggio, il bastimento scivolante sopra gli abissi amari.

Appena li hanno deposti sulle tavole, questi re dell’azzurro, goffi e vergognosi, miseramente trascinano ai loro fianchi le grandi, candide ali, quasi fossero remi.

Com’è intrigato, incapace, questo viaggiatore alato! Lui, poco addietro così bello, com’è brutto e ridicolo. Qualcuno irrita il suo becco con una pipa mentre un altro, zoppicando, mima l’infermo che prima volava.

E il Poeta, che è avvezzo alle tempeste e ride dell’arciere, assomiglia in tutto al principe delle nubi: esiliato in terra, fra gli scherni, non può per le sue ali di gigante avanzare di un passo.

3 • ELEVAZIONE

Al di sopra degli stagni, al di sopra delle valli, delle montagne, dei boschi, delle nubi, dei mari, oltre il sole e l’etere, al di là dei confini delle sfere stellate,

spirito mio tu ti muovi con destrezza e, come un bravo nuotatore che si crogiola sulle onde, spartisci gaiamente, con maschio, indicibile piacere, le profonde immensità.

Fuggi lontano da questi miasmi pestiferi, va’ a purificarti nell’aria superiore, bevi come un liquido puro e divino il fuoco chiaro che riempie gli spazi limpidi.

Felice chi, lasciatisi alle spalle gli affanni e i dolori che pesano con il loro carico sulla nebbiosa esistenza, può con ala vigorosa slanciarsi verso i campi luminosi e sereni;

colui i cui pensieri, come allodole, saettano liberamente verso il cielo del mattino; colui che vola sulla vita e comprende agevolmente il linguaggio dei fiori e delle cose mute.

4 • CORRISPONDENZE


La Natura è un tempio ove pilastri viventi lasciano sfuggire a tratti confuse parole; l’uomo vi attraversa foreste di simboli, che l’osservano con sguardi familiari.

Come lunghi echi che da lungi si confondono in una tenebrosa e profonda unità, vasta come la notte e il chiarore del giorno, profumi, colori e suoni si rispondono.

Vi sono profumi freschi come carni di bimbo, dolci come òboi, verdi come prati – altri, corrotti, ricchi e trionfanti,

che posseggono il respiro delle cose infinite: come l’ambra, il muschio, il benzoino e l’incenso; e cantano i moti dell’anima e dei sensi.

5

Amo il ricordo di quelle epoche nude, le cui statue Febo si compiaceva indorare. Allora uomo e donna, nella loro mobilità, godevano senza menzogna e senza ansia; il cielo amoroso carezzava loro la schiena, ed essi così esercitavano le virtù del loro nobile corpo. Cibele, allora feconda di ricchi prodotti, non trovava che i figli le fossero di peso: lupa dal cuore gonfio di generosa tenerezza, nutriva l’universo con le sue brune mammelle. L’uomo vigoroso, forte, elegante, godeva del diritto d’andar fiero delle beltà che lo proclamavano re: frutti indenni da qualsiasi oltraggio, vergini di fenditure, la loro carne liscia e ferma chiamava i morsi.

Il Poeta oggi, se desidera immaginare quelle native grandezze là dove si mostrano le nudità dell’uomo e della donna, sente calare sulla sua anima un freddo tenebrore dinanzi a un quadro nero, spaventoso. O mostruosità piangenti il proprio abito! tronchi ridicoli, torsi degni di maschere; magri, poveri corpi torti, ventruti e flaccidi, che il dio dell’Utile, implacabilmente sereno, strinse, sin dalla nascita, nelle sue fasce bronzee. E voi donne, pallide ahimè come ceri, che il vizio insieme consuma e nutre, voi vergini, che trascinate l’eredità del peccato materno e tutte le brutture che porta la fecondità.

Noi abbiamo, è vero, noi nazioni corrotte, bellezze ignote a quei popoli antichi: visi smangiati dalle cancrene del cuore, bellezze fiorite dalla spossatezza. Ma queste invenzioni delle nostre ultime muse non impediranno mai alle razze malsane di rendere un omaggio profondo alla giovinezza – alla santa giovinezza, dall’aria semplice, dall’occhio limpido e chiaro come un’acqua corrente, che, incurante come l’azzurro del cielo, come gli uccelli e i fiori, sparge su tutto i suoi profumi, le sue canzoni e il suo dolce calore.

6 • I FARI

Rubens, fiume d’oblìo, giardino della pigrizia, cuscino di carne fresca su cui non si può amare, ma in cui la vita fluisce e di continuo s’agita, come l’aria nel cielo e il mare dentro il mare;

Leonardo da Vinci, specchio oscuro e profondo, in cui angeli incantevoli, con un dolce sorriso pieno di mistero, appaiono all’ombra dei ghiacciai e dei pini che ne chiudono il paesaggio;

Rembrandt, triste ospedale tutto pieno di murmuri, decorato soltanto da un grande crocifisso, ove la preghiera in lagrime esala dalle lordure e il sole d’inverno appare con un raggio improvviso;

Michelangelo, luogo indefinito in cui si vedono Ercoli mescolarsi a Cristi, elevarsi dritti dei fantasmi possenti che nei crepuscoli si stracciano di dosso il sudario stirando le dita;

e tu, che la collera dei pugili, la bellezza dei ribaldi, l’impudenza dei fauni hai saputo raccogliere, Puget, uomo debole e giallastro, grande cuore gonfio d’orgoglio – malinconico imperatore dei forzati;

Watteau, carnevale in cui tanti cuori illustri errano come farfalle di fuoco, scenari freschi e leggeri rischiarati da lumi che, versano la follia su un ballo vertiginoso;

Goya, incubo pieno di cose misteriose, di feti fatti cuocere in pratiche stregonesche, di vecchie che si specchiano e di fanciulle nude che si aggiustano le calze per tentare i demòni;

Delacroix, lago di sangue abitato da angeli maledetti, ombreggiato da un bosco di pini sempre verdi ove, sotto un cielo malinconico, strane fanfare passano come un sospiro smorzato di Weber;

queste maledizioni e bestemmie, questi lamenti, queste estasi, e gridi e pianti, questi Te Deum sono un’eco ripetuta da mille labirinti: per un cuore mortale sono un oppio divino.

È un grido ripetuto da mille sentinelle, un ordine ritrasmesso da mille portavoci, un faro acceso su mille fortezze, un suono di cacciatori perduti in grandi boschi!

Perché, veramente, o Signore, è la migliore testimonianza che noi si possa dare della nostra dignità questo singhiozzo ardente che passa di secolo in secolo per morire ai piedi della tua eternità.

7 •
LA MUSA MALATA

Ahimè, povera musa mia, che cos’hai stamane? I tuoi occhi vuoti sono popolati di visioni notturne, e vedo sul colore del tuo volto riflettersi alterni, freddi e taciturni, follia e orrore.

Il succube verdastro ed il folletto rosa hanno versato in te, dalle loro urne, la paura e l’amore? E d’un pugno dispotico e ribelle l’incubo ti ha forse annegata al fondo di un favoloso Minturno?

Vorrei che esalando odore di salute il tuo petto fosse frequentato sempre da pensieri vigorosi e il tuo sangue cristiano scorresse a ritmici fiotti,

come i suoni numerosi delle sillabe antiche ove regnano volta a volta Febo, padre di canzoni e il grande Pan, signore delle messi.

8 •
LA MUSA VENALE

O musa del mio cuore, amante dei palazzi, avrai tu, quando Gennaio libererà i suoi venti, nella nera noia delle sere nevose, un tizzone che scaldi i tuoi piedi violacei?

Rianimerai dunque le tue spalle marmoree ai raggi notturni che filtrano attraverso le imposte? Al sentire borsa e palazzo a secco, raccoglierai l’oro delle volte azzurrine?

Bisogna che tu, per guadagnarti il pane d’ogni sera, dondoli, come il chierichetto, l’incensiere, cantando un Te Deum cui non credi?

Oppure, come un saltimbanco a digiuno, mostrerai le tue grazie e il tuo riso molle d’un pianto che non si vede per far sì che il volgo si sganasci dalle risate?

9 • IL MONACO CATTIVO

I chiostri antichi sui loro ampi muri mostravano in immagini dipinte il santo Vero: il loro effetto, scaldando le pie viscere, temperava il freddo della loro austerità.

In quei tempi di fioritura del seme di Cristo, più di un illustre monaco (oggi raramente citato), facendo del cimitero il suo studio, con gran semplicità glorifica
la Morte.

– La mia anima è una tomba che, cattivo cenobita, percorro e abito dall’eternità: ma nulla abbellisce i muri di questo chiostro odioso.

O monaco fannullone! Potrò, e quando, fare dello spettacolo vivente della mia triste miseria il lavoro delle mie mani, l’amore dei miei occhi?

10 • IL NEMICO

La mia giovinezza non fu che una oscura tempesta, traversata qua e là da soli risplendenti; tuono e pioggia l’hanno talmente devastata che non rimane nel mio giardino altro che qualche fiore vermiglio.

Ecco, ho toccato ormai l’autunno delle idee, è ora di ricorrere al badile e al rastrello per rimettere a nuovo le terre inondate in cui l’acqua ha aperto buchi larghi come tombe.

E chissà se i fiori nuovi che vado sognando troveranno, in un terreno lavato come un greto, il mistico alimento cui attingere forza…

O dolore,o dolore, il Tempo si mangia la vita e l’oscuro Nemico che ci divora il cuore cresce e si fortifica del sangue che perdiamo.

11 •
LA SFORTUNA

Per sollevare un così grande peso, Sisifo, ci vorrebbe tutto il tuo coraggio! Benché si lavori di lena, l’Arte è lunga, il Tempo breve.

Lontano dai sepolcri illustri il mio cuore, come un tamburo abbrunato, batte funebri marce verso un cimitero remoto.

– Non pochi gioielli vi dormono, sepolti nelle tenebre e nell’oblìo, lontano da zappe e da sonde.

E non pochi fiori vi effondono contro voglia il loro profumo, dolce come un segreto, in profonda solitudine.

12 •
LA VITA ANTERIORE

Ho a lungo abitato sotto ampi portici che i soli marini tingevano di mille fuochi e che grandi, dritti e maestosi pilastri rendevano simili a grotte di basalto.

I marosi rotolando le immagini dei cieli, mischiavano in maniera solenne e mistica i possenti accordi della loro ricca musica ai colori del tramonto riflessi dai miei occhi.

È là che ho vissuto in calma voluttà, nell’azzurro, fra onde, splendori e schiavi nudi che, impregnati di profumi, mi rinfrescavano la fronte agitando palme. Loro unico scopo, rendere più profondo il segreto doloroso in cui languivo.

13 • ZINGARI IN VIAGGIO

Ieri s’è messa in viaggio la tribù profetica dalle pupille ardenti, caricandosi i piccoli sulle spalle e offrendo ai loro fieri appetiti il tesoro sempre pronto delle mammelle pendenti.

Gli uomini vanno a piedi sotto armi lucenti di fianco ai carrozzoni in cui stanno, accucciate, le famiglie, e girano al cielo gli occhi appesantiti dal triste rimpianto di assenti chimere.

Dal fondo della sua tana sabbiosa il grillo, vedendoli passare, rinnovella il suo canto: Cibele, che li ama, arricchisce le sue verzure,

fa sgorgare acqua dalla roccia, spuntare fiori dal deserto per questi viaggiatori cui s’apre l’impero familiare delle tenebre future.

14 • L’UOMO E IL MARE

Uomo libero, sempre tu amerai il mare! Il mare è il tuo specchio; tu miri, nello svolgersi infinito delle sue onde, la tua anima. Il tuo spirito non è abisso meno amaro.

Ti compiaci a tuffarti entro la tua propria immagine; tu l’abbracci con gli occhi e con le braccia, e il tuo cuore si distrae alle volte dal suo battito al rumore di questo lamento indomabile e selvaggio.

Siete entrambi a un tempo tenebrosi e discreti: uomo, nessuno ha mai misurato la profondità dei tuoi abissi; mare, nessuno conosce le tue ricchezze segrete, tanto siete gelosi di conservare il vostro mistero.

E tuttavia sono innumerevoli secoli che vi combattete senza pietà né rimorsi, talmente amate la carneficina e la morte, eterni lottatori, fratelli implacabili.

15 • DON GIOVANNI ALL’INFERNO

Quando Don Giovanni discese verso l’onda sotterranea, ed ebbe pagato l’obolo a Caronte, un triste mendicante, l’occhio fiero come Antistene, s’impadronì dei remi con braccio fiero e vendicatore.

Come un grande branco di vittime offerte, donne si contorcevano sotto il nero firmamento, mostrando i seni cascanti, dischiudendo le vesti, mugghiando lungamente dietro di lui.

Sganarello ridendo reclamava il salario, Don Luigi con tremulo dito mostrava ai morti erranti sulle rive l’audace figlio che rise delle sue canizie.

Rabbrividendo, chiusa nel suo lutto, la casta, magra Elvira, vicina al perfido sposo che fu suo amante, sembrava chiedergli un supremo sorriso in cui brillasse la dolcezza del primo giuramento.

Eretto nella sua armatura un uomo di pietra, al timone, solcava il nero flutto. Ma l’eroe, calmo, chino sulla sua spada contemplava la scia, sdegnoso d’altro vedere.

16 • CASTIGO D’ORGOGLIO

A quei tempi meravigliosi in cui
la Teologia fiorì con più linfa e vigore, si racconta che un giorno uno dei più grandi fra i dottori, – dopo avere scosso i cuori indifferenti e averli rimescolati nelle loro nere profondità, dopo essersi aperto verso le glorie celesti strane vie a lui stesso ignote, cui erano giunti soltanto puri spiriti – come fosse salito troppo in alto e il panico l’avesse preso, gridò trasportato da un orgoglio satanico: «Gesù, piccolo Gesù, io t’ho innalzato troppo! Ma se t’avessi voluto attaccare dove ti mostri più debole, la tua vergogna uguaglierebbe la tua gloria, tu non saresti più che un risibile feto.»

Subito perdette la ragione, d’un nero velo si coprì lo splendore di quel sole, il caos s’impadronì di quell’intelligenza, tempio una volta pieno di vita, d’ordine e di ricchezza, sotto i cui soffitti aveva scintillato tanta pompa. S’istallarono in lui notte e silenzio, come in un antro di cui si fosse perduta la chiave. Da allora egli fu in tutto simile alle bestie vagabonde; e quando andava, senza nulla vedere, attraverso i campi, non riconoscendo più le estati e gli inverni, sudicia, inutile, laida cosa inutile, diventava la gioia e lo zimbello dei ragazzi.

17 •
LA BELLEZZA

Sono bella, o mortali, come un sogno di pietra e il mio seno, cui volta a volta ciascuno s’è scontrato, è fatto per ispirare al poeta un amore eterno e muto come la materia.

Troneggio nell’azzurro quale Sfinge incompresa, unisco un cuore di neve alla bianchezza dei cigni, odio il movimento che scompone le linee e mai piango, mai rido.

I poeti, di fronte alle mie grandi pose, che ho l’aria di imitare dai più fieri monumenti, consumeranno i giorni in studi severi, perché, onde affascinare quei docili amanti, ho degli specchi puri che fanno più bella ogni cosa: sono i miei occhi, i miei grandi occhi dalla luce immortale.

18 • L’IDEALE

Non sapranno mai, queste bellezze da vignette, questi prodotti avariati, nati da un secolo cialtrone, questi piedi da stivaletti, queste dita da nacchere, soddisfare un cuore come il mio.

Lascio a Gavarni, poeta di clorosi, il suo gregge mormorante di bellezze da ospedale: non posso trovare fra queste pallide rose, un fiore che assomigli al mio rosso ideale.

Quel che ci vuole per questo cuore profondo come un abisso sei tu, Lady Macbeth, anima forte nel delitto, sogno eschileo schiusosi in climi iperborei;

o sei tu, grande Notte, nata da Michelangelo, che torci quetamente, in una strana posa, le tue forme fatte per la bocca dei Titani.

19 •
LA GIGANTESSA

Al tempo che
la Natura nella sua possente energia, concepiva ogni giorno figli mostruosi, avrei voluto vivere vicino a una giovane gigantessa, come un gatto voluttuoso s’accuccia ai piedi d’una regina.

Avrei voluto contemplare il suo corpo fiorire con la sua anima e crescere liberamente in terribili giochi; indovinare, dalle umide brume che fluttuano nei suoi occhi, se il suo cuore covi un’oscura fiamma;

percorrere, a volontà, le sue magnifiche forme: arrampicarmi sul pendìo delle sue ginocchia enormi, e qualche volta, l’estate, quando soli malsani

la fanno, stanca, distendersi attraverso la campagna, dormire buttato all’ombra dei suoi seni, come un quieto casolare all’ombra d’una montagna.

20 •
LA MASCHERA

Statua allegorica di gusto rinascimentale

A Ernest Christophe, scultore

Contempliamo questo tesoro di grazie fiorentine: nell’ondulazione del suo corpo muscoloso Eleganza e Forza, sorelle divine, ugualmente abbondano. Questa donna, pezzo veramente miracoloso, divinamente forte, adorabilmente sottile, è fatta per troneggiare su letti sontuosi a carezzare gli ozi d’un pontefice o d’un principe.

– Guarda anche quel sorriso fine e voluttuoso in cui
la Fatuità si muove estatica: quel lungo sguardo sornione, languido e irridente, quel viso graziosamente fine, tutto ravvolto di veli, di cui ogni tratto ci dice con aria vittoriosa: «
La Voluttà mi chiama, l’Amore mi incorona!» A quest’essere maestoso, guarda che eccitante fascino la gentilezza conferisce. Avviciniamoci e giriamo attorno alla sua beltà.

O bestemmia dell’arte, o sorpresa fatale. La donna dal corpo divino, tutto una promessa di felicità finisce in alto in un mostro dalla doppia testa!

– Ma no, non è che una maschera, un ornamento ingannatore, questo volto rischiarato da una smorfia squisita. Guarda, ecco, atrocemente contratta, la vera testa e l’autentica faccia, rovesciata dietro la faccia mentitrice. Povera, grande beltà! Il magnifico fiume del tuo pianto finisce nel mio cuore turbato; la tua menzogna m’inebria e la mia anima s’abbevera ai flutti che il Dolore fa sgorgare dai tuoi occhi.

– Perché piange, lei, la bellezza perfetta che terrebbe sotto i piedi la vinta umanità? Quale male misterioso divora il suo fianco d’atleta?

– Lei piange, insensata, perché ha vissuto e perché vive! Ma quel che soprattutto ella deplora, e la fa fremere sino ai ginocchi è il fatto che domani bisognerà che viva ancora. Domani, e domani ancora, e sempre. Come noi.

21 • INNO ALLA BELLEZZA

Vieni tu dal cielo profondo o sorgi dall’abisso, Beltà? Il tuo sguardo, infernale e divino, versa, mischiandoli, beneficio e delitto: per questo ti si può comparare al vino.

Riunisci nel tuo occhio il tramonto e l’aurora, diffondi profumi come una sera di tempesta; i tuoi baci sono un filtro, la tua bocca un’anfora, che rendono audace il fanciullo, l’eroe vile.

Sorgi dal nero abisso o discendi dagli astri? Il Destino incantato segue le tue gonne come un cane: tu semini a casaccio la gioia e i disastri, hai imperio su tutto, non rispondi di nulla.

Cammini sopra i morti, Beltà, e ti ridi di essi, fra i tuoi gioielli l’Orrore non è il meno affascinante e il Delitto, che sta fra i tuoi gingilli più cari, sul tuo ventre orgoglioso danza amorosamente.

La farfalla abbagliata vola verso di te, o candela, e crepita, fiammeggia e dice: «Benediciamo questa fiaccola!» L’innamorato palpitante chinato sulla bella sembra un morente che accarezzi la propria tomba.

Venga tu dal cielo o dall’inferno, che importa, o Beltà, mostro enorme, pauroso, ingenuo; se il tuo occhio, e sorriso, se il tuo piede, aprono per me la porta d’un Infinito adorato che non ho conosciuto?

Da Satana o da Dio, che importa? Angelo o Sirena, che importa se tu – fata dagli occhi vellutati, profumo, luce, mia unica regina – fai l’universo meno orribile e questi istanti meno gravi?

22 • PROFUMO ESOTICO

Quando, a occhi chiusi, una calda sera d’autunno, respiro il profumo del tuo seno ardente, vedo scorrere rive felici che abbagliano i fuochi di un sole monotono;

una pigra isola in cui la natura esprime alberi bizzarri e frutti saporosi, uomini dal corpo snello e vigoroso e donne che meravigliano per la franchezza degli occhi.

Guidato dal tuo profumo verso climi che incantano, vedo un porto pieno d’alberi e di vele ancora affaticati dall’onda marina,

mentre il profumo dei verdi tamarindi che circola nell’aria e mi gonfia le narici, si mescola nella mia anima al canto dei marinai.

23 •
LA CAPIGLIATURA

O chioma che ti svolgi sin sopra il collo! O boccoli! O profumo carico d’indolenza! Estasi! per popolare stassera l’alcova oscura dei ricordi dormienti in questa capigliatura, io voglio sventolarla nell’aria come un fazzoletto!

L’Asia languida e l’ardente Africa, tutto un mondo lontano, quasi defunto, vive nelle tue profondità, o foresta aromatica! Come altri spiriti navigano sulla musica, il mio, amor mio, naviga nel tuo profumo.

Andrò laggiù, dove l’uomo e l’albero, pieni di linfa, godono a lungo dell’ardore del clima; o forti trecce, siate l’onda che mi porta via. Tu contieni, mare d’ebano, un abbondante sogno di vele, di vogatori, di alberi e stendardi:

un porto risonante in cui la mia anima può abbeverarsi, a grandi sorsate di profumo, di suono e di colore; in cui vascelli, scivolando nell’oro e nel marezzo, aprono le vaste braccia a stringere la gloria d’un cielo puro in cui freme sempiterno calore.

Tufferò il mio corpo ebbro e innamorato in questo nero oceano che l’altro racchiude, e il mio spirito sottile, accarezzato dal rollìo, saprà ritrovarsi, o feconda pigrizia, infiniti ondeggiamenti dell’ozio profumato!

Capelli blu, padiglione di tenebre distese, voi mi ridonate l’azzurro dell’immenso cielo ricurvo: sui bordi vellutati delle vostre ciocche ritorte, m’inebrio con ardore dei sentori mischiati d’olio di cocco, di muschio e di catrame.

A lungo, sempre, la mia mano seminerà, nella tua capigliatura greve, il rubino, la perla e lo zaffiro, così che tu non sia mai sorda al mio desiderio! Non sei l’oasi che sogno, la fiasca in cui, a lunghi sorsi, bevo il vino del ricordo?

24

T’adoro al pari della volta notturna, o vaso di tristezza, o grande taciturna! E tanto più t’amo quanto più mi fuggi, o bella, e sembri, ornamento delle mie notti, ironicamente accumulare la distanza che separa le mie braccia dalle azzurrità infinite.

Mi porto all’attacco, m’arrampico all’assalto come fa una fila di vermi presso un cadavere e amo, fiera implacabile e cruda, sino la freddezza che ti fa più bella ai miei occhi.

25

Tu metteresti l’universo intero nella tua alcova donna impura: la noia ti rende crudele. Per tenere in esercizio i tuoi denti al tuo singolare gioco, ti necessita, ogni giorno, un cuore sulla rastrelliera. I tuoi occhi, illuminati come botteghe o antenne fiammeggianti nelle feste pubbliche, fanno uso, con insolenza, d’un potere preso a prestito senza conoscere la legge della bellezza.

O macchina cieca e sorda, feconda in atrocità! Salutare strumento che ti sazi del sangue del mondo, com’è che non hai vergogna, com’è che non vedi impallidire le tue attrattive dinanzi a ogni specchio? La grandezza del male in cui ti reputi sapiente non t’ha mai fatto indietreggiare di spavento, quando la natura, grande nei suoi fini segreti, si serve di te, femmina, regina del peccato – di te, vile animale – per plasmare un genio?

O fangosa grandezza! suprema ignominia!

26 • SED NON SATIATA

Bizzarra deità, bruna come le notti, dal profumo mischiato di muschio e d’avana, opera di qualche Obi, Faust della savana: ammaliatrice color d’ebano, figlia della nera mezzanotte,

io preferisco alla costanza, all’oppio, alle notti, l’elisir della tua bocca in cui l’amore si pavoneggia: quando verso di te i miei desideri partono in carovana, i tuoi occhi sono la cisterna in cui bevono le mie pene.

Attraverso i due grandi occhi neri, spiragli della tua anima, demonio senza pietà, versa meno fiamme: io non sono lo Stige per abbracciarti nove volte.

ahimè, e non posso, Megera libertina, per spezzare il tuo coraggio e metterti alle corde, nell’inferno del tuo letto divenire una Prosérpina.

27

Con le vesti ondeggianti e iridescenti, anche quando cammina si direbbe che danzi, come quei lunghi serpenti che i giocolieri sacri agitano ritmicamente in cima ai loro bastoni.

Come la spenta sabbia e l’azzurro dei deserti, insensibili entrambi a l’umano dolore, come le lunghe trame dell’onda marina, ella si muove con tutta indifferenza.

I suoi occhi nitidi sono fatti di graziosi minerali, e nella sua natura strana e simbolica (in cui l’angelo inviolato si mischia all’antica sfinge,

in cui tutto è oro, acciaio, luce e diamanti) risplende per sempre, come un astro inutile, la fredda maestà della donna sterile.

28 • IL SERPENTE CHE DANZA

Quanto mi piace, cara indolente, veder scintillare la pelle del tuo splendido corpo come se fosse una stoffa ondeggiante.

Sulla tua chioma profonda, dagli acri profumi, mare odoroso e vagabondo, di flutti azzurri e bruni,

come un vascello che si sveglia al vento del mattino, la mia anima sognante s’appresta a un cielo lontano.

I tuoi occhi, che nulla rivelano di dolce o d’amaro, sono due gioielli in cui l’oro si unisce al ferro.

A vederti procedere ritmicamente, bella d’abbandono, ti si direbbe un serpente che danza in cima a un bastone.

Sotto il fardello della pigrizia il tuo capo di fanciulla si dondola con la mollezza d’un giovane elefante.

E il tuo corpo si piega e s’allunga come una bella nave che bordeggia e tuffa nell’acqua le sue antenne.

Quale flutto ingrossato dallo sciogliersi di ghiacciai grondanti, quando l’acqua della tua bocca risale ai tuoi denti,

mi pare di bere un vino di Boemia amaro e vittorioso, un cielo liquido che semina di stelle il mio cuore!

29 • UNA CAROGNA

Ricordi tu l’oggetto, anima mia, che vedemmo quel mattino d’estate così dolce? Alla svolta d’un sentiero un’infame carogna sopra un letto di sassi,

le gambe all’aria, come una femmina impudica, bruciando e sudando i suoi veleni, spalancava, con noncuranza e cinismo, il suo ventre pieno d’esalazioni.

Il sole dardeggiava su quel marciume come volendolo cuocere interamente, rendendo centuplicato alla Natura quanto essa aveva insieme mischiato;

e il cielo contemplava la carcassa superba sbocciare come un fiore. Il puzzo era tale che tu fosti per venir meno sull’erba.

Le mosche ronzavano sul ventre putrido donde uscivano neri battaglioni di larve colanti come un liquame denso lungo gli stracci della carne.

Tutto discendeva e risaliva come un’onda, o si slanciava brulicando: si sarebbe detto che il corpo gonfio d’un vuoto soffio, vivesse moltiplicandosi.

E tutto esalava una strana musica, simile all’acqua corrente o al vento, o al grano che il vagliatore con ritmico movimento agita e volge nel vaglio.

Le forme si cancellavano riducendosi a puro sogno: schizzo, lento a compiersi, sulla tela (dimenticata) che l’artista condurrà a termine a memoria.

Dietro le rocce una cagna inquieta ci guardava con occhio offeso, spiando il momento in cui riprendere allo scheletro il brano abbandonato.

– Eppure tu sarai simile a quell’immondizia, a quell’orribile peste, stella degli occhi miei, sole della mia natura, mia passione, mio angelo!

Sì, tu, regina delle grazie, sarai tale dopo l’estremo sacramento, allora che, sotto l’erba e i fiori grassi, andrai a marcire fra le ossa.

Allora, o bella, dillo, ai vermi che ti mangeranno di baci, che io ho conservato la forma e l’essenza divina di tutti i miei decomposti amori.

30 • DE PROFUNDIS CLAMAVI

Imploro pietà da Te, l’unica che io ami, dal fondo dell’anima in cui è caduto il mio cuore. È un universo tristissimo, dall’orizzonte plumbeo, e vi si muovono, la notte, l’orrore e la bestemmia;

un sole privo di calore si libra sopra per sei mesi, gli altri se la notte copre la terra; è un paese più nudo della terra polare: né bestie, né ruscelli, né verde di boschi!

Non v’è orrore al mondo che sorpassi la fredda crudeltà di questo sole di ghiaccio e di questa immensa notte simile al vecchio Caos;

io invidio la sorte dei più vili animali, che possono inabissarsi in uno stupido sonno, tanto lentamente si dipana la matassa del tempo.

31 • IL VAMPIRO

O tu, che come un coltello sei penetrata nel mio cuore gemente: o tu, che come un branco di demoni, venisti, folle e ornatissima,

a fare del mio spirito umiliato il tuo letto e il tuo regno – infame cui sono legato come il forzato alla catena,

come il giocatore testardo al gioco, come l’ubbriaco alla bottiglia, come i vermi alla carogna – maledetta, sii tu maledetta!

Ho chiesto alla veloce lama di farmi riconquistare la libertà, ho detto al perfido veleno di venire in soccorso della mia vigliaccheria.

Ahimè, che il veleno e la lama m’hanno disdegnato, e m’hanno detto: «Tu non sei degno di venir sottratto alla tua maledetta schiavitù,

imbecille! Se i nostri sforzi ti liberassero, i tuoi baci risusciterebbero il cadavere del tuo vampiro.»

32

Una notte che giacevo presso un’orribile Ebrea, come un cadavere disteso presso un cadavere, mi diedi a pensare, vicino a quel corpo venduto, alla malinconica bellezza di cui il mio desiderio si priva.

Mi figuravo la sua nativa maestà, il suo sguardo armato insieme di forza e di grazia, i capelli che le fanno un casco profumato e il cui ricordo in me riaccende l’amore.

Avrei con ardore baciato il tuo nobile corpo e passato il tesoro di profonde carezze dai tuoi freschi piedi alle tue trecce nere,

se, qualche sera, o regina crudele, con un pianto ottenuto senza sforzo tu potessi solamente offuscare lo splendore delle tue fredde pupille.

33 • RIMORSO POSTUMO

Quando tu dormirai, mia bella tenebrosa, al fondo d’un sepolcro in marmo nero e non avrai più per alcova e castello che una tomba stillante e una cava fossa;

quando la pietra, opprimendo il tuo petto impaurito e i tuoi fianchi che ammorbidisce una dolce pigrizia, impedirà al tuo cuore di battere e di volere, e ai tuoi piedi di correre l’avventura,

la tomba, confidente del mio sogno infinito (perché essa comprenderà sempre il poeta), durante quelle lunghe notti insonni,

ti dirà: «Che ti serve, cortigiana malriuscita, di non aver conosciuto quello che i morti piangono?». – E il verme roderà la tua pelle come un rimorso.

34 • IL GATTO

Vieni, mio bel gatto, sul mio cuore innamorato; ritira le unghie nelle zampe, lasciami sprofondare nei tuoi occhi in cui l’agata si mescola al metallo.

Quando le mie dita carezzano a piacere la tua testa e il tuo dorso elastico e la mia mano s’inebria del piacere di palpare il tuo corpo elettrizzato,

vedo in ispirito la mia donna. Il suo sguardo, profondo e freddo come il tuo, amabile bestia, taglia e fende simile a un dardo, e dai piedi alla testa

un’aria sottile, un temibile profumo ondeggiano intorno al suo corpo bruno.

35 • DUELLUM

Due guerrieri sono corsi l’uno contro l’altro, le loro armi hanno insanguinato e illuminato l’aria. Quei colpi, quei ticchettii sono gli schiamazzi d’una gioventù in preda a un amore che piange.

Le spade sono spezzate come la nostra giovinezza, o cara. Ma i denti, le unghie appuntite vendicheranno presto la lama traditrice. O furore di cuori maturi ulcerati dall’amore!

I nostri eroi, stringendosi furiosamente, sono precipitati nel burrone infestato dai gattopardi e dalle lonze, e la loro pelle fiorirà i roveti aridi.

Quell’abisso è l’inferno, popolato dai nostri amici. Rotoliamoci senza rimorsi, amazzone inumana, al fine di eternare l’ardore del nostro odio.

36 • IL BALCONE

O madre dei ricordi, amante delle amanti, o tu che assommi tutti i miei piaceri, tutti i miei doveri. Ricorderai la bellezza delle carezze, la dolcezza del focolare, l’incanto delle sere, madre dei ricordi, amante delle amanti?

Le sere illuminate dall’ardore dei tizzoni e le sere al balcone, velate da vapori rosa. Come il tuo seno m’era dolce, il tuo cuore fraterno! Noi abbiamo pronunciato spesso imperiture parole, le sere illuminate dall’ardore dei tizzoni.

Come sono belli i soli nelle calde sere, come lo spazio è profondo, il cuore possente! Curvandomi su di te, regina fra tutte le adorate, credevo respirare il profumo del tuo sangue. Come sono belli i soli nelle calde sere!

La notte s’ispessiva come un muro, i miei occhi indovinavano al buio le tue pupille e io bevevo il tuo respiro, o dolcezza mia, mio veleno, mentre i tuoi piedi s’addormentavano nelle mie mani fraterne. La notte s’ispessiva come un muro.

Conosco l’arte di evocare gli istanti felici: così rividi il mio passato, accucciato fra i tuoi ginocchi. Perché cercare la tua languida bellezza fuori del tuo caro corpo e del tuo cuore così dolce? Conosco l’arte di evocare gli istanti felici.

Giuramenti, profumi, baci senza fine rinasceranno da un abisso interdetto alle nostre sonde così come risalgono al cielo i soli, rinvigoriti, dopo essersi lavati nel profondo dei mari. O giuramenti, profumi, baci senza fine!

37 • L’INDEMONIATO

Il sole s’è velato. Come lui, Luna della mia vita, copriti d’ombra; dormi o fuma a tuo piacere; sii muta, scura in volto, tuffati nell’abisso della noia.

T’amo così come sei! E pure, se oggi vuoi, come un astro eclissato che esce dalla penombra, pavoneggiarti là dove regna
la Follia, fallo. Grazioso pugnale, esci dalla tua guaina.

Accendi la pupilla alla fiamma dei candelabri e accendi la brama nello sguardo della gente più rozza. Tutto di te mi dà un piacere morboso e irrequieto;

sii ciò che tu vuoi, notte nera come rossa aurora. Non ho una sola fibra del mio corpo tremante che non gridi: O diletto Belzebù, io ti adoro!

38 • UN FANTASMA

_I • Le tenebre

Nei sotterranei d’insondabile tristezza dove il Destino m’ha relegato e in cui mai può penetrare raggio rosa e gaio; in cui, tutto solo con
la Notte, scontrosa ospite,

sto come un pittore che un Dio ironico condanna a dipingere, ahimè, nelle tenebre; e dove, cuoco dai funebri appetiti, faccio bollire e mangio il mio cuore,

a momenti brilla allungandosi, e distendendosi, un fantasma di grazia e di splendore. Alla sua sognante andatura, quando raggiunge la sua totale estensione, riconosco la mia bella visitatrice: è Lei, nera e tuttavia luminosa.

_II • Il profumo

Lettore, hai tu qualche volta respirato, con ebbrezza e sottile ghiottoneria, il granello d’incenso che riempie una chiesa o l’antico muschio d’un sacchetto?

Incanto profondo, magico, del quale il passato tornato a vivere ci inebria nel presente! Così l’amante coglie sul corpo amato il fiore squisito del ricordo.

Dei suoi capelli elastici e grevi, vivente cuscinetto, incensiere d’alcova, saliva un sentore selvaggio e fulvo,

e dagli abiti, fossero di mussola o di velluto (tutti impregnati della sua giovinezza pura) si sprigionava un profumo di pelliccia.

_III • La cornice

Come una bella cornice aggiunge al quadro, anche se sia opera d’un famoso pennello, un nonsoché di strano e d’incantato, isolandolo dall’immensa natura,

così gioielli, mobili, metalli, dorature s’adattavano mirabilmente alla sua rara beltà; nulla ne oscurava il perfetto splendore, tutto sembrava servirle di ornamento.

Si sarebbe detto, talvolta, ch’essa si credesse amata da ogni cosa: affondava voluttuosamente la sua nudità

nei baci della biancheria e del raso, e, lenta o brusca, in ogni movimento mostrava la grazia infantile della scimmia.

_IV • Il ritratto

Malattia e Morte fanno cenere del fuoco che per noi due arse. Di quei grandi occhi così fervidi, così teneri, di quella bocca in cui il mio cuore annegò,

di quei baci possenti come un balsamo, di quei moti più vivi che raggi, cosa resta? Terribile, anima mia! Null’altro che lo schizzo sbiadito, a matite di tre colori,

che, come me muore in solitudine e che il Tempo, vegliardo ingiurioso, ogni giorno struscia con la sua ala ruvida…

Nero assassino della Vita e dell’Arte, tu non ucciderai mai nella mia memoria colei che fu per me gloria e gioia.

39

Ti dono questi versi, perché se un giorno il mio nome approderà felicemente alle epoche lontane e farà sognare qualche sera i cervelli degli uomini, vascello assecondato da un gran vento,

il ricordo di te, pari alle vaghe favole, affatichi il lettore come un timpano, e resti appeso come un fraterno e mistico anello alle mie rime altere;

essere maledetto cui, dagli abissi profondi sino al più alto dei cieli, nulla all’infuori di me risponde! O tu, che come un’ombra dall’effimera orma,

calpesti con piede leggero e sguardo sereno gli stupidi mortali che t’hanno giudicato amara, statua dagli occhi metallici, grande angelo dalla bronzea fronte!

40 • SEMPER EADEM

«Di dove viene» dicevi «questa strana tristezza che sale come il mare sulla roccia nera e nuda?» – Quando il nostro cuore ha fatto la sua vendemmia, vivere non è che male. È un segreto noto a tutti,

un dolore semplice, senza misteri e, come la tua gioia, a tutti manifesto. Cessa dunque, bella curiosa, d’indagare. E se pure la tua voce è dolce, taci!

Taci, ignorante, anima perennamente in estasi, bocca dal riso infantile! Assai più che
la Vita ci tiene
la Morte con i suoi legami sottili.

Lascia, lascia il mio cuore inebriarsi d’una menzogna, tuffarsi nei tuoi begli occhi come in un sogno e a lungo sonnecchiare all’ombra dei tuoi cigli.

41 • TUTTA INTERA

Il Demonio è venuto a trovarmi, questa mattina, lassù in alto, nella mia camera; e con l’intenzione di cogliermi in fallo mi ha detto: «Vorrei sapere qual è la cosa più dolce,

fra tutte quelle che fanno il suo incanto, fra le parti nere o rosa che formano il suo corpo affascinante.»

E tu, Anima mia, rispondesti all’Aborrito: «Poi che in Lei tutto è dittamo, che cosa preferire?

Dacché tutto mi rapisce, ignoro se qualcosa mi seduce maggiormente. Ella abbaglia come l’Aurora, consola come
la Notte,

E l’armonia che governa il suo bel corpo è troppo squisita perché un’analisi impotente ne annoti i tanti accordi.

O mistica metamorfosi di tutti i miei sensi fusi in uno! Il suo fiato è musica, la sua voce profumo!»

42

Che dirai questa sera, povera anima solitaria, che dirai, cuore mio, cuore già vizzo, alla più bella, alla più buona, alla più cara, il cui sguardo divino t’ha all’improvviso fatto rifiorire?

– A cantare le sue lodi impegneremo tutto il nostro orgoglio: nulla eguaglia la dolcezza della sua autorità; la sua carne spirituale ha il profumo degli Angeli, il suo occhio ci veste di splendore.

Sia nella notte e nella solitudine che nella strada e fra la folla il suo fantasma danza nell’aria come una fiaccola.

A volte parla, dice: «Sono bella e ordino che per amor mio tu non ami che il Bello. Sono insieme l’Angelo custode,
la Musa e
la Madonna.»

43 •
LA FIACCOLA VIVENTE

Avanzano davanti a me questi Occhi pieni di luce, che un angelo sapiente ha magnetizzato; avanzano questi divini fratelli a me affratellati, muovendo nei miei occhi i loro fuochi di diamante.

Guidano i miei passi sulla strada del bello, salvandomi da ogni trappola e da ogni grave peccato; sono miei servi e io sono loro schiavo: tutto il mio essere obbedisce a questa viva fiaccola.

Begli occhi, voi brillate della mistica luce dei ceri accesi in pieno giorno: il sole arrossa ma non spegne la loro fiamma fantastica.

Essi celebrano
la Morte, voi cantate il Risveglio, voi procedete cantando il risveglio dell’anima mia, astri di cui nessun sole può abbagliare la fiamma

44 • REVERSIBILITÀ

Angelo pieno di gaiezza, conosci tu l’angoscia, la vergogna, i rimorsi, i singhiozzi, i fastidi e i vaghi terrori di quelle orrende notti che comprimono il cuore come si spiegazza una carta? Angelo pieno di gaiezza, conosci tu l’angoscia?

Angelo pieno di bontà, conosci tu l’odio, i pugni serrati nell’ombra e le lagrime di fiele – quando
la Vendetta suona il suo infernale richiamo e si fa guida delle nostre virtù? Angelo pieno di bontà, conosci tu l’odio?

Angelo pieno di salute, conosci tu le Febbri che lungo i grandi muri dell’ospizio sbiadito, come degli esiliati, vanno, con piede strascicato, cercando il sole raro e muovendo le labbra? Angelo pieno di salute, conosci tu le Febbri?

Angelo pieno di bellezza, conosci tu le rughe, e la paura d’invecchiare e il tormento orribile di leggere l’orrore segreto della devozione negli occhi ove a lungo bevvero i nostri avidi occhi? Angelo pieno di bellezza, conosci tu le rughe?

Angelo pieno di felicità, di gioia e di luce, si dice che Davide morente chiedesse guarigione ai profumi del tuo corpo incantato… Ma da te non imploro che preghiere, angelo pieno di felicità, di gioia e di luce.

45 • CONFESSIONE

Una volta, una sola, dolce e amabile donna, il tuo braccio levigato s’appoggiò al mio (sul fondo tenebroso dell’anima il ricordo non è impallidito);

era tardi, la luna si affacciava come una medaglia nuova e la solennità della notte scorreva come un fiume su Parigi addormentata.

Lungo le case, dietro i portoni, gatti avanzavano furtivi, l’occhio vigile, oppure, come ombre amate, ci accompagnavano lentamente.

D’un tratto, nella libera intimità fiorita sotto il pallido chiarore, da te, ricco e sonoro strumento in cui non vibra che radiosa gaiezza,

da te, chiara e allegra come una fanfara nel mattino scintillante, sfuggì una notte lamentosa e bizzarra, vacillando

come una bambina meschina, orribile, cupa, immonda, di cui la famiglia arrossisce rinchiudendola a lungo in una cantina, per nasconderla alla gente.

Povero angelo, così suonava la tua stridula nota: «Nulla v’è di certo quaggiù, e per quanto con cura s’imbelletti, sempre si tradisce l’egoismo umano.

È duro essere una donna bella, banale la fatica della fredda e folle ballerina che si pavoneggia in un sorriso stereotipato;

è sciocco travaglio costruire sui cuori: tutto crolla, amore e bellezza, sino a che l’Oblìo non li butta nella sua gerla per renderli all’Eternità!»

Sovente ho rievocato quella luna incantata, quel silenzio e languore, e l’orribile confidenza sussurratami al confessionale del cuore.

46 • L’ALBA SPIRITUALE

Quando per i libertini l’alba bianca e vermiglia si associa all’Ideale tormentoso, un mistero vendicatore risveglia l’angelo assopito nel bruto.

Per l’uomo tormentato che sogna ancora e che soffre, dai Cieli spirituali l’irraggiungibile azzurro s’apre e sprofonda con l’attrattiva dell’abisso. Così, amata Dea, Essere luminoso e puro,

il ricordo di te, più chiaro, roseo, incantevole, ai miei occhi ingranditi volteggia senza posa sui relitti fumosi di stupide orge.

Il sole ha oscurato la fiamma delle candele: e, sempre vittorioso, il suo fantasma assomiglia, anima splendente, al sole immortale.

47 • ARMONIA DELLA SERA

Ecco venire il tempo che vibrando sullo stelo ogni fiore svapora come un incensiere; i suoni e i profumi volteggiano nell’aria della sera; valzer malinconico e languida vertigine.

Ogni fiore svapora come un incensiere; il violino freme come un cuore straziato; valzer malinconico, languida vertigine! Il cielo è triste e bello come un grande altare.

Il violino freme come un cuore straziato, un cuore tenero che odia il nulla vasto e nero! Il cielo è triste e bello come un grande altare; il sole annega nel suo sangue che si raggruma.

Un cuore tenero che odia il nulla vasto e nero raccoglie ogni vestigio del luminoso passato! Il sole s’è annegato nel suo sangue che si raggruma, il tuo ricordo in me riluce come un ostensorio.

48 •
LA FIALA

Vi sono profumi acuti per i quali ogni materia è porosa: si direbbe che attraversino il vetro. Aprendo un piccolo cofano venuto dall’Oriente, la cui serratura geme e stride e grida,

o, in una casa deserta, qualche armadio pieno dell’acre odore del tempo, nero e polveroso, a volte si trova una vecchia, memore fiala, da cui esce tutta viva un’anima che ritorna.

Mille pensieri assopiti, funebri crisalidi, frementi dolcemente nella greve oscurità, liberano l’ala e prendono slancio, tingendosi d’azzurro, lucendo di rosa, laminandosi d’oro.

Ed ecco il ricordo inebriante volteggiare nell’aria turbata, ecco gli occhi chiudersi,
la Vertigine impadronirsi dell’anima sconfitta e spingerla a due mani verso un abisso oscurato da miasmi umani

e atterrarla in riva a un abisso secolare in cui, come Lazzaro che si straccia il sudario, si muove, svegliandosi, il cadavere spettrale d’un vecchio amore irrancidito, affascinante e sepolcrale.

Così, quando sarò perduto nella memoria degli uomini, buttato, vecchia fiala desolata, polverosa, sudicia, abietta, vischiosa e incrinata, nell’angolo d’un sinistro armadio,

sarò allora, amabile pestilenza, la tua bara! Testimone della tua forza e virulenza, caro veleno preparato dagli angeli, liquore che mi rodi, o tu, vita e morte del mio cuore.

49 • IL VELENO

Il vino sa rivestire il più sordido tugurio d’un lusso miracoloso e innalza portici favolosi nell’oro del suo rosso vapore, come un tramonto in un cielo annuvolato.

L’oppio ingrandisce le cose che già non hanno limite, allunga l’infinito, approfondisce il tempo, scava nella voluttà e riempie l’anima al di là delle sue capacità di neri e cupi piaceri.

Ma tutto ciò non vale il veleno che sgorga dai tuoi occhi, dai tuoi occhi verdi, laghi in cui la mia anima trema specchiandovisi rovesciata… I miei sogni accorrono a dissetarsi a quegli amari abissi.

Tutto questo non vale il terribile prodigio della tua saliva che morde, che sprofonda nell’oblìo la mia anima senza rimorso, e trasportando la vertigine, la rotola estinta alle rive della morte!

50 • CIELO TURBATO

Si direbbe che il tuo sguardo è coperto di vapori; il tuo occhio misterioso (azzurro, grigio o verde?) ora tenero ora sognante o crudele, riflette l’indolenza e il pallore del cielo.

Ricordi i giorni bianchi, tiepidi, velati, che sciolgono in lagrime i cuori stregati, quando, presi da un male sconosciuto che li torce, i nervi troppo svegli si fan gioco dello spirito assopito?

Tu somigli qualche volta agli splendidi orizzonti che accendono i soli delle stagioni brumose… E come risplendi, umido paesaggio infiammato dai raggi cadenti da un cielo turbato!

O donna affascinante, o climi seducenti! Adorerò anche la tua neve e le vostre brine, e saprò ricavare dall’implacabile inverno piaceri più acuti del ghiaccio e del ferro?

51 • IL GATTO

_I

Nel mio cervello passeggia come se fosse in casa sua un bel gatto: forte, dolce e grazioso. Se miagola lo si sente appena,

tanto il suo timbro è tenero e discreto; ma se la sua voce si allarga o incupisce essa diviene ricca e profonda. Sta in questo il suo incanto e il suo segreto.

La voce, che stilla e sgoccia nel mio intimo più tenebroso, mi riempie come verso un ritmato e mi rallegra come un filtro.

Addorme i miei mali più crudeli, contiene tutte le estasi; per dire le più lunghe frasi non ha bisogno di parole.

Non v’è archetto che morda sul mio cuore, strumento perfetto, o faccia più regalmente cantare la sua corda più vibrante,

della tua voce, gatto misterioso, gatto strano e serafico, in cui tutto, come in un angelo, è sottile e armonioso.

_II

Dal suo pelame biondo e bruno esce un profumo così dolce che una sera, per averlo carezzato una volta, una sola, ne fui tutto impregnato.

È il genio familiare del luogo: giudica, presiede e ispira ogni cosa nel suo regno. È forse una fata, forse un dio?

Quando i miei occhi, tirati come da una calamita, si volgono docilmente verso questo gatto che amo (e guardo dentro me stesso),

con stupore vedo il fuoco delle sue pupille pallide, chiare lanterne, opali viventi, che mi contemplano fissamente.

52 •
LA BELLA NAVE

Voglio raccontarti, o molle incantatrice, le bellezze diverse che ornano la tua gioventù; voglio dipingere per te la tua bellezza, in cui l’infanzia s’allea alla maturità.

Quando vai spazzando l’aria con la tua larga gonna, sembri una bella nave che prende il largo, carica di tele, e il suo rullìo segue un ritmo pigro, dolce e lento.

Sul tuo collo ampio e tondo e sulle tue spalle piene il tuo capo si pavoneggia con strane grazie, e tu avanzi per la tua strada con aria placida e trionfante, maestosa fanciulla.

Voglio raccontarti, o molle incantatrice, le bellezze diverse che ornano la tua gioventù; voglio dipingere per te la tua bellezza, in cui l’infanzia s’allea alla maturità.

Il tuo seno che avanza e che spinge la seta, il tuo seno trionfante è un bell’armadio i cui pannelli curvi e luminosi come scudi mandano lampi;

scudi provocanti, armati di punte rosa! Armadio dai dolci segreti, pieno di cose buone, di vini, di profumi, di liquori, delirio di cervelli e di cuori!

Quando vai spazzando l’aria con la tua larga gonna, sembri una bella nave che prende il largo, carica di tela, e il suo rullìo segue un ritmo pigro, dolce e lento.

Le tue nobili gambe, sotto i volani che sempre respingono, tormentano i desideri oscuri e li provocano, simili a due streghe che fanno girare un filtro nero in un vaso profondo.

Le tue braccia, che si prenderebbero gioco di ercoli precoci sono, solidi emuli dei lucidi boa, fatte per serrare ostinatamente – come a volerlo imprimere nel tuo cuore – il tuo amante.

Sul tuo collo ampio e tondo, sulle tue spalle piene, il tuo capo si pavoneggia con strane grazie, e tu avanzi per la tua strada con aria placida e trionfante, maestosa fanciulla.

53 • INVITO AL VIAGGIO

Mia fanciulla e sorella, pensa come sarebbe bello vivere insieme laggiù. Amarsi senza fine, amarsi e morire nel paese che ti assomiglia! Gli umidi soli di quei cieli turbati hanno per il mio spirito l’incanto misterioso dei tuoi occhi traditori splendenti tra le lagrime.

Laggiù tutto è ordine, bellezza, lusso, calma e voluttà.

Mobili lucenti, levigati dagli anni, decorerebbero la nostra stanza; i fiori più rari, mischianti i loro profumi ai vaghi sentori dell’ambra, i ricchi soffitti, gli specchi profondi, lo splendore orientale, tutto parlerebbe in segreto all’anima la sua dolce lingua natìa.

Laggiù tutto è ordine, bellezza, lusso, calma e voluttà.

Guarda sui canali dormire vascelli dall’umore vagabondo: è per assecondare il tuo minimo desiderio che vengono di capo al mondo. – I soli declinanti rivestono i campi, i canali, l’intera città, di giacinto e d’oro; il mondo s’addormenta in una calda luce.

Laggiù tutto è ordine, bellezza, lusso, calma e voluttà.

54 • L’IRREPARABILE

Possiamo soffocare il vecchio, il lungo Rimorso, che vive, si agita e si contorce, nutrendosi di noi come il verme dei morti, come il bruco della quercia? Possiamo soffocare l’implacabile rimorso?

In quale filtro, in quale vino, in quale tisana affogheremo questo vecchio nemico, distruttore e ghiotto come la cortigiana, paziente come la formica? – In quale filtro? – in quale vino? – in quale tisana?

Dillo, bella strega, oh, dillo, se lo sai, a questo spirito carico d’angoscia, e pari al moribondo schiacciato dai feriti, calciato dal cavallo: dillo, bella strega, oh, dillo, se lo sai,

a questo agonizzante che già il lupo va fiutando e il corvo adocchia, a questo soldato ferito; dillo, se deve disperare d’avere la sua croce e la sua tomba, questo povero agonizzante che già il lupo va fiutando.

Si può illuminare un cielo nero e fangoso? Si possono lacerare tenebre più dense che la pece, senz’alba né tramonto, senza astri né lampi funerei? Si può illuminare un cielo nero e fangoso?


La Speranza che brilla alle vetrate dell’Albergo è spenta, morta per sempre! Senza luna e senza raggi, oh trovare dove alloggiano i martiri d’una strada sbagliata! Il Diavolo ha spento tutto alle vetrate dell’Albergo!

Adorabile strega, li ami tu i dannati? Dimmi, conosci l’irremissibile? Conosci il Rimorso dai dardi avvelenati cui il nostro cuore serve da bersaglio? Adorabile strega, li ami tu i dannati?

L’Irreparabile rode col dente maledetto il pietoso monumento della nostra anima e sovente ne attacca, simile alla termite, l’edificio alla base. L’Irreparabile rode col dente maledetto.

– Ho visto qualche volta, in fondo a un teatro da quattro soldi che un’orchestra, sonora, infiammava, una fata accendere in un cielo infernale un’aurora miracolosa. Ho visto qualche volta, in fondo a un teatro da quattro soldi, un essere tutto luce oro e velo abbattere l’enorme Satana: ma il mio cuore, mai visitato dall’estasi, è un teatro in cui si attende sempre, sempre invano, l’Essere dalle ali di velo.

55 • CONVERSAZIONE

Tu sei un bel cielo d’autunno, chiaro e rosa! Ma la tristezza monta in me come il mare e lascia, rifluendo, sul mio labbro corrucciato, il ricordo cocente del suo fango amaro.

– La tua mano scivola invano sul mio petto che si strugge; ciò che cerca, amica, è un luogo devastato dall’unghia e dal dente feroce della donna. – Non cercare più il mio cuore: le belve l’hanno divorato.

Il mio cuore è un palazzo lordato dalla folla: ci si ubbriaca, ci si ammazza, ci si tira per i capelli. – Un profumo ondeggia attorno al tuo seno nudo.

O Beltà, dura frusta delle anime, tu lo vuoi! Con i tuoi occhi di fuoco, splendenti come feste, tu bruci i brandelli che le belve han risparmiato.

56 • CANTO D’AUTUNNO

_I

Ben presto affonderemo nelle fredde tenebre; addio, viva chiarità delle nostre troppo brevi estati! Sento già cadere con dei lugubri colpi la legna echeggiante sul selciato dei cortili.

L’inverno rientra nel mio essere; collera, odio, brividi, orrore, duro e forzato affanno; e come il sole nell’inferno polare, il mio cuore non sarà più che una massa dura e ghiacciata.

Ascolto fremendo ceppo su ceppo cadere: il patibolo non manda un’eco più sorda. Il mio spirito è come una torre che soccombe sotto i colpi pesanti dell’infaticabile ariete.

Mi sembra, cullato da quei colpi monotoni, che in gran fretta, da qualche parte, si stia inchiodando una bara. Per chi? Ieri era ancora estate; ed ecco, l’autunno. Questo rumore misterioso suona per una partenza.

_II

Amo la luce verdastra dei tuoi lunghi occhi, dolce beltà, ma tutto oggi m’è amaro e nulla, né il tuo amore, né l’alcova, né il caminetto compensano il sole dardeggiante sul mare.

Ma pure, amami, tenero cuore, come una madre, anche se sono ingrato e cattivo; amante o sorella, abbi l’effimera dolcezza d’un glorioso autunno o d’un sole declinante.

Breve compito! Attende, la tomba, avida. Ah, lascia che la fronte posata sulle tue ginocchia, gusti, rimpiangendo la bianca, torrida estate, il raggio giallo e dolce della fine di stagione.

57 • A UNA MADONNA

Ex voto di gusto spagnolo

Voglio innalzare per te, mia Madonna, mia amante, un altare sotterraneo nel profondo della mia disperazione, e scavare, nell’angolo più nero del mio cuore, fuori dal mondano desiderio e dall’occhio schernitore, una nicchia smaltata d’oro e d’azzurro ove tu possa ergerti, Statua piena di stupore. Coi miei versi lucenti, intrecciati d’un puro metallo, con sapienza costellato di rime di cristallo, porrò sul tuo capo una grande corona; e nella mia gelosia, o mortale Madonna, ti taglierò un Mantello, di gusto barbarico, rigido e pesante, foderato di sospetto: così che, come una garitta, chiuda le tue grazie. E non sarà ornato di perle, ma di tutte le mie lagrime! La tua Veste sarà il mio desiderio, fremente, ondulante, il mio desiderio che sale e scende, che si culla sulle cime, si riposa nelle valli, e copre d’un bacio tutto il tuo corpo bianco e rosa. Ti farò, col mio Rispetto, delle belle Scarpe di raso, umiliate dai tuoi piedi divini: imprigionandoli in una molle stretta, ne conserveranno l’impronta come uno stampo fedele? Se io non posso, malgrado la mia arte diligente, farti sgabello d’una Luna d’argento, porrò almeno il Serpente che mi morde i visceri sotto i tuoi piedi, affinché tu calpesti e schernisca, Regina vittoriosa e feconda di redenzioni, questo mostro gonfio di odio e di sputi. Vedrai i miei Pensieri, disposti come i Ceri dinanzi all’altare fiorito della Regina delle Vergini, costellando di riflessi il soffitto dipinto in azzurro, guardarti fissamente con degli occhi di fuoco: e poi che tutto in me ti ammira e ti ama, tutto si farà Benzoino, Incenso, Olibano, Mirra; e senza posa verso di te, vetta bianca e nevosa, in Vapori s’innalzerà il mio Spirito tempestoso.

Infine, per completare la tua figura di Maria, e per mischiare amore e barbarie, nera Voluttà, farò, boia pieno di rimorsi, dei sette Peccati capitali sette Coltelli ben affilati, e come un giocoliere insensibile, prendendo il più profondo del tuo amore come bersaglio, li pianterò nel tuo Cuore ansimante, nel tuo Cuore singhiozzante, nel tuo Cuore ruscellante.

58 • CANZONE DI POMERIGGIO

Sebbene le tue sopracciglia minacciose ti diano un’aria strana, che non è certo quella d’un angelo, o strega dagli occhi allettanti,

io t’adoro, o mia frivola, mia terribile passione, con tutta la devozione del prete per il suo idolo.

Il deserto e la foresta profumano le tue trecce grevi, il tuo capo ha gli atteggiamenti dell’enigma e del segreto.

Il profumo gira sulla tua carne come intorno a un incensiere; tu incanti come fa la sera, ninfa calda e tenebrosa.

Ah, i filtri più forti non valgono nulla a paragone della tua pigrizia, e tu conosci la carezza che fa rivivere i morti.

I tuoi fianchi sono innamorati della tua schiena e dei tuoi seni, e tu affascini i cuscini con le tue pose languide.

Qualche volta, per calmare la tua ira misteriosa, tu distribuisci con serietà il morso e il bacio;

tu mi strazi, o mia bruna, con il tuo riso canzonatore e poi posi sul mio un occhio dolce come la luna.

Sotto i tuoi scarpini di raso e i tuoi affascinanti piedi di seta, io depongo la mia grande gioia, il mio genio e il mio destino,

la mia anima, che tu hai sanato, o colore e luce, esplosione d’ardore nella mia nera Siberia.

59 • SISINA

Immaginate Diana che percorre con un corteo galante i boschi e batte le macchie, petto e capelli al vento, ebbra di strepiti, superba, sfidando i più bravi cavalieri!

Avete visto Théroigne, innamorata di carneficine, che incita all’assalto una gente scalza, guance ed occhi di fuoco, sostenendo la sua parte e salendo, sciabola in pugno, le scalinate regali?

Tale è Sisina! Ma la dolce guerriera ha l’animo tanto pietoso quanto feroce: il suo coraggio, eccitato dalla polvere e dai tamburi,

sa abbassare le armi davanti ai supplici, e il suo cuore, devastato dalla fiamma, ha sempre una riserva di lagrime, per chi se ne mostra degno.

60 • LODI DELLA MIA FRANCESCA

Ti canterò su nuove corde, o piccolo novale che suoni nella solitudine del cuore.

Sii di serti tutta ornata, o donna di delizie per cui sono rimessi i peccati!

Come da un benefico Lete attingerò baci da te, che sei attraversata da magnete.

Quando una tempesta di vizi turbava tutti i sentieri apparisti tu, Dea,

come stella salutare sui naufragi amari… Voterò il cuore ai tuoi altari!

Vasca colma di virtù, fonte di eterna giovinezza, ridà voce ai labbri muti!

Quanto era sudicio bruciasti, quanto rozzo, levigasti, quanto debole, rinforzasti.

Nella fame mia taverna, nella notte mio lume, guidami sempre rettamente.

Aggiungi ora forza a forza, dolce bagno odoroso di soavi profumi!

Splendi attaccata ai miei lombi, o corazza di castità intinta in serafica acqua;

vaso corrusco di gemme, pane saporito, molle cibo, vino divino, Francesca.

61 • A UNA SIGNORA CREOLA

Ho conosciuto nella terra odorosa che il sole carezza, sotto una volta di piante imporporate e di palmizi da cui piove sugli occhi indolenza, una signora creola dalle grazie ignote.

Il suo colorito è pallido e caldo: la bruna incantatrice muove il collo con aria nobilmente manierata, ella è grande e svelta nell’incedere come una cacciatrice, il suo sorriso è tranquillo, i suoi occhi sono fermi.

Se vi portaste, o Signora, al vero paese della gloria, sulle sponde della Senna o della verde Loira, bella degna d’ornare gli antichi castelli,

fareste, al riparo di ombrosi rifugi, nascere mille sonetti nel cuore dei poeti, che i vostri occhi renderebbero più schiavi dei vostri negri.

62 • MOESTA ET ERRABUNDA

Dimmi, talvolta il tuo cuore fugge via, Agata, lontano dal nero oceano dell’immonda città, verso un oceano diverso, splendente di luce, azzurro, chiaro, profondo come la verginità? Dimmi, talvolta il tuo cuore fugge via, Agata?

Il mare, il vasto mare consola le nostre fatiche! Quale demonio ha dotato il mare – dal rauco canto che accompagna l’organo immenso dei venti rimbombanti – di questa capacità sublime d’addormentarci? Il mare, il vasto mare consola le nostre fatiche!

Portami via, vagone, e tu rapiscimi, o nave! Lontano! Lontano! Qui il fango è impastato dalle nostre lagrime! È vero che qualche volta il triste cuore di Agata dice: «Via, dai rimorsi, dai delitti, dalle sofferenze, portami via, vagone, e tu rapiscimi, o nave»?

Come mi sei lontano, paradiso profumato, dove sotto un chiaro cielo tutto è amore e gioia, e tutto ciò che si ama è degno d’essere amato, e nella pura voluttà il cuore si sprofonda! Come mi sei lontano, paradiso profumato!

Ma il verde paradiso degli amori infantili, le corse, le canzoni, i baci, i mazzetti, i violini vibranti dietro le colline, le brocche di vino, la sera, nei boschi – ma il verde paradiso degli amori infantili,

l’innocente paradiso di piaceri furtivi, è già forse più lontano dell’India e della Cina? Si potrà ricordarlo con grida lamentose, e rianimarlo con una voce argentina, l’innocente paradiso di piaceri furtivi?

63 • LO SPETTRO

Come gli angeli dall’occhio fulvo tornerò nella tua alcova e scivolerò silenzioso verso di te con le ombre della notte;

e ti darò, o mia bruna, baci freddi come la luna e ti darò le carezze del serpente che striscia attorno alla fossa.

Nel mattino livido troverai il mio posto vuoto e freddo sino a sera.

Come altri con la tenerezza, io voglio regnare sulla tua giovinezza e la tua vita con il terrore.

64 • SONETTO D’AUTUNNO

Mi dicono i tuoi occhi chiari come il cristallo: «Qual è che consideri il mio maggior merito, o bizzarro amante?» Sii graziosa, taci! Il mio cuore, irritato da ogni cosa tranne che dal candore dell’antico animale,

non vuole rivelarti, cullatrice la cui mano invita a lunghi sonni, né il suo segreto infernale né la sua nera leggenda, scritta con la fiamma. Odio la passione, lo spirito mi strazia!

Oh, amiamoci teneramente. L’amore dalla sua garitta, tende tenebrosamente il suo arco fatale. Conosce ben a fondo gli strumenti della sua vecchia armerìa:

Follìa, orrore, delitto. Pallida margherita, non sei tu forse, come me, simile a un sole autunnale? O mia bianca, fredda Margherita!

65 • TRISTEZZA DELLA LUNA

Questa sera la luna sogna più languidamente; come una bella donna che su tanti cuscini con mano distratta e leggera prima d’addormirsi carezza il contorno dei seni, e sul dorso lucido di molli valanghe, morente, si abbandona a lunghi smarrimenti, girando gli occhi sulle visioni bianche che salgono nell’azzurro come fiori in boccio.

Quando, nel suo languore ozioso, ella lascia cadere su questa terra una lagrima furtiva, un pio poeta, odiatore del sonno,

accoglie nel cavo della mano questa pallida lagrima dai riflessi iridati come un frammento d’opale, e la nasconde nel suo cuore agli sguardi del sole.

66 • I GATTI

I fervidi innamorati e gli austeri dotti amano ugualmente nella loro età matura, i gatti possenti e dolci, orgoglio della casa, come loro freddolosi e sedentari.

Amici della scienza e della voluttà, ricercano il silenzio e l’orrore delle tenebre; l’Erebo li avrebbe presi per funebri corsieri se mai avesse potuto piegare al servaggio la loro fierezza.

Prendono, meditando, i nobili atteggiamenti delle grandi sfingi allungate in fondo a solitudini, che sembrano addormirsi in un sogno senza fine;

le loro reni feconde sono piene di magiche scintille e di frammenti aurei; come sabbia fine scintillano vagamente le loro pupille mistiche.

67 • I GUFI

Sotto i neri tassi che li riparano stanno allineati i gufi come dei stranieri, e dardeggiano all’intorno il loro occhio rosso. Meditano.

Staranno senza muoversi sino all’ora malinconica in cui, spingendo via il sole obliquo, le tenebre regneranno.

La loro posa insegna al saggio che bisogna in questo nostro mondo guardarsi dal tumulto e dal movimento;

l’uomo, inebriato da un’ombra che passa, porta su di sé il castigo del suo aver voluto mutare.

68 •
LA PIPA

Sono la pipa d’un autore. S’indovina, a guardare la mia faccia d’Abissinia o di Cafra, che il mio padrone è un gran fumatore.

Quand’è carico di dolori io fumo come la capannuccia in cui si prepara il pasto pel ritorno dell’aratore.

Stringo e cullo la sua anima nella rete azzurra e mobile che sale dalla mia bocca di fuoco

e svolgo un dittamo potente che incanta il suo cuore e guarisce le pene del suo spirito.

69 •
LA MUSICA

Spesso la musica mi porta via come fa il mare. Sotto una volta di bruma o in un vasto etere metto vela verso la mia pallida stella.

Petto in avanti e polmoni gonfi come vela scalo la cresta dei flutti accavallati che la notte mi nasconde;

sento vibrare in me tutte le passioni d’un vascello che dolora, il vento gagliardo, la tempesta e i suoi moti convulsi

sull’immenso abisso mi cullano. Altre volte, piatta bonaccia, grande specchio della mia disperazione!

70 • SEPOLTURA

Se, in una notte oscura e greve un buon cristiano, per carità, seppellirà il vostro bel corpo dietro qualche vecchio rudere

all’ora che le caste stelle chiudono i loro occhi appesantiti, il ragno vi tesserà le sue tele, la vipera vi alleverà i suoi piccoli;

voi tutto l’anno udirete sul vostro capo condannato gli urli lamentosi dei lupi

e delle fameliche streghe, le follìe dei vecchi lubrichi e i complotti dei neri malfattori.

71 • UN’INCISIONE FANTASTICA

Questo strano spettro non porta, grottescamente posato sulla sua fronte scheletrica, che un orribile diadema che sa di carnevale. Senza speroni né frustino fiacca un cavallo, spettrale come lui, ronzino d’apocalisse, che sbava dalle froge come un epilettico. Entro lo spazio s’inoltrano entrambi, e schiacciano l’infinito con uno zoccolo avventuroso. Il cavaliere mena una spada fiammeggiante su folle senza nome che la sua cavalcatura calpesta, e percorre, simile a un principe che ispeziona la sua corte, il cimitero immenso e freddo, senza orizzonte, in cui giacciono al lume bianco d’un sole esangue, i popoli della storia antica e moderna.

72 • IL MORTO ALLEGRO

In una terra grassa, piena di lumache, voglio scavarmi una fossa profonda in cui adagiare a piacere le mie vecchie ossa e addormentarmi nell’oblìo come il pescecane nell’ombra.

Odio i testamenti e le tombe; piuttosto che mendicare dagli uomini una lagrima, preferirei, vivo, invitare i corvi a dissanguare ogni punto della mia immonda carcassa.

Vermi! Neri compagni senza orecchie e senza occhi, accogliete un morto che viene a voi libero e allegro; filosofi gaudenti, figli della putrefazione,

passate attraverso la mia rovina senza rimorso e ditemi se resta ancora qualche tortura per questo vecchio corpo senz’anima, morto fra i morti.

73 •
LA BOTTE DELL’ODIO

L’Odio è la botte delle pallide Danaidi;
la Vendetta invano, con le sue braccia rosse e forti, precipita in fondo alle sue tenebre vuote grandi secchi di sangue e lagrime dei morti:

il Diavolo fa buchi segreti a questi abissi dai quali sfuggirebbero mille anni di sudori e di sforzi, anche se essa sapesse rianimare le sue vittime e, per spremerle ancora, risuscitare i loro corpi.

L’Odio è un ubbriaco in fondo ad una caverna, che sente rinascergli la sete e via via moltiplicarglisi, come l’idra di Lerna, dal liquido che ha ingurgitato.

Ma i bevitori felici sanno chi è il vincitore, e l’Odio è condannato – lamentevole sorte – a non potersi mai addormentare sotto la tavola.

74 •
LA CAMPANA INCRINATA

È così amaro e dolce nelle notti d’inverno, ascoltare seduti accanto al fuoco che guizza e manda fumo, levarsi lentamente le memorie del tempo lontano, al suono delle campane che cantano nella nebbia.

Felice la campana dalla gola possente che, sana e vivace malgrado i suoi anni, lancia fedelmente il suo grido religioso come un vecchio soldato in veglia alla propria tenda.

Quanto a me, la mia anima è incrinata, e quando nelle sue pene vuole popolare l’aria fredda delle notti, accade spesso che la sua voce indebolita

sembri il rantolo greve d’un ferito abbandonato sulla riva di un lago di sangue che, sotto un cumulo di morti, senza potersi muovere, spira tra immensi sforzi.

75 • SPLEEN

Pluvioso, irritato contro l’intera città, versa dalla sua urna a grandi zaffate un freddo tenebroso sui pallidi abitanti del vicino camposanto, rovesciando, sui quartieri brumosi, la morte.

Il mio gatto, alla cerca d’un giaciglio sul pavimento, agita incessantemente il suo corpo magro e rognoso; l’anima d’un vecchio poeta erra nella grondaia con la voce triste d’un fantasma infreddolito.

La campana che si lagna e il tizzo che fa fumo accompagnano in falsetto la pendola raffreddata; intanto in un mazzo di carte dall’odore nauseante,

lascito fatale d’una vecchia idropica, il bel fante di cuori e la regina di picche chiacchierano sinistramente dei loro amori defunti.

76 • SPLEEN

Ho più ricordi che se avessi mille anni. Un grosso mobile a cassetti ingombro di bilanci, di versi, di lettere d’amore, di verbali, di romanze e di grevi ciocche di capelli ravvolte entro quietanze, nasconde meno segreti che il mio triste cervello. È una piramide, un’immensa tomba, contiene più morti d’una fossa comune. – Io sono un cimitero aborrito dalla luna, in cui, come rimorsi, si trascinano lunghi vermi accanendosi continuamente sui più cari dei miei morti. Sono un vecchio camerino pieno di rose passe, in cui giacciono in disordine mode sorpassate; e i pastelli miserevoli e i pallidi Boucher, soli, respirano il profumo d’una fiala lasciata aperta.

Nulla eguaglia la lentezza di quei giorni azzoppati quando, sotto i pesanti fiocchi delle annate nevose, la noia, frutto della cupa indifferenza, prende le proporzioni dell’immortalità. – Già tu non sei più, o materia vivente, che un granito circondato da un vago spavento, assopito al fondo d’un Sahara brumoso; una vecchia sfinge ignorata dal mondo noncurante, dimenticata sulle mappe: il suo umore selvaggio non canta ormai che ai raggi del sole che tramonta.

77 • SPLEEN

Sono come il re d’un paese piovoso, ricco ma impotente, giovane e vecchissimo, che disprezzando gli inchini dei maestri s’annoia coi suoi cani come con ogni altro animale. Nulla può allietarlo, né la caccia, né il falcone, né il popolo agonizzante sotto il suo balcone. Neppure la grottesca ballata del buffone favorito riesce più a distrarre la fronte di questo malato crudele. Il suo letto a fiordalisi si trasforma in sepolcro, e le dame del seguito, per le quali ogni principe è bello, non sanno più inventare quali impudichi abbigliamenti capaci di cavare un sorriso a quel giovane scheletro. Il sapiente che gli fabbrica l’oro non ha mai saputo estirpare la corruzione dal suo essere; e in quei bagni di sangue che abbiamo ereditato dai romani e a cui i potenti, invecchiati, sono soliti ricorrere, egli non ha saputo riscaldare il cadavere ebete in cui non sangue scorre, ma verde acqua di Lete.

78 • SPLEEN

Quando il cielo basso e greve pesa come un coperchio sullo spirito che geme in preda a lunghi affanni, e versa, abbracciando l’intero giro dell’orizzonte, una luce diurna più triste della notte;

quando la terra è trasformata in umida prigione dove, come un pipistrello,
la Speranza sbatte contro i muri con la sua timida ala picchiando la testa sui soffitti marcescenti;

quando la pioggia, distendendo le sue immense strisce, imita le sbarre d’un grande carcere, e un popolo muto d’infami ragni tende le sue reti in fondo ai nostri cervelli,

improvvisamente delle campane sbattono con furia e lanciano verso il cielo un urlo orrendo, simili a spiriti vaganti, senza patria, che si mettono a gemere, ostinati.

– E lunghi trasporti funebri, senza tamburi né bande, sfilano lentamente nella mia anima, vinta;
la Speranza, piange; e l’atroce Angoscia, dispotica, pianta sul mio cranio chinato, il suo nero vessillo.

79 • OSSESSIONE

Voi m’impaurite, grandi boschi, come fsote delle cattedrali; voi urlate come l’organo, e nei nostri cuori maledetti, stanze d’eterna doglia in cui vibrano antichi lamenti, risponde l’eco dei vostri De Profundis.

Te odio, Oceano! Il mio spirito ritrova in sé le tue impennate e i tuoi tumulti: il riso amaro dell’uomo sconfitto, pieno di singhiozzi e d’insulti, lo ritrovo nella risata enorme del mare.

Come ti amerei, o Notte, senza le stelle la cui luce parla un linguaggio così noto! Perché cerco il vuoto, il nero, il nudo!

E le stesse tenebre sono tele in cui vivono, uscendo a migliaia dai miei occhi, esseri ormai spariti agli sguardi famigliari.

80 • VOGLIA DEL NULLA

Triste mio spirito, un tempo innamorato della lotta,
la Speranza il cui sperone attizzava i tuoi ardori, non vuole più cavalcarti! Giaciti dunque senza pudore, vecchio cavallo il cui zoccolo incespica a ogni ostacolo.

Rassegnati, cuor mio: dormi il tuo sonno di bruto!

Spirito vinto e stremato! Per te, vecchio predone, l’amore ha perduto il suo gusto, e l’ha perduto la disputa; addio, canti di ottoni e sospiri di flauto! Piaceri, desistete dal tentare un cuore cupo e corrucciato!

L’adorabile Primavera ha perduto il suo profumo.

Il Tempo m’inghiotte minuto per minuto come fa la neve immensa d’un corpo irrigidito; io contemplo dall’alto il globo in tutta la sua circonferenza e non vi cerco più l’asilo d’una capanna.

Valanga, vuoi tu portarmi via nella tua caduta?

81 • ALCHIMIA DEL DOLORE

Chi ti illumina col suo ardore, chi ti abbruna del suo lutto, o Natura! Quel che all’uno dice: Sepoltura, all’altro dice: Vita e Splendore!

O Ermete ignoto che m’assisti e sempre m’intimidisti, tu di me fai un Mida, il più triste degli alchimisti;

grazie a te io muto l’oro in ferro, il paradiso in inferno; nel sudario delle nubi

io scopro un caro cadavere e costruisco grandi tombe sulle rive celesti.

82 • ORRORE SIMPATICO

Da questo cielo bizzarro e livido, tormentato come il tuo destino, quali pensieri discendono nella tua anima vuota? Rispondi, libertino.

– Mai saziato dall’oscuro e dall’incerto, non gemerò come fece Ovidio cacciato dal suo paradiso latino.

Cieli strappati come greti, il mio orgoglio si specchia in voi; le vostre grandi nubi listate a lutto

sono i carri funebri dei miei sogni, e i vostri strappi di luce il riflesso dell’Inferno ove il mio cuore si bea.

83 • L’EAUTONTIMORUMENOS

A J.G.F.

Ti colpirò senza collera e senza odio, come un macellaio; come Mosè colpì la roccia: e farò sgorgare dalla tua palpebra

le acque della sofferenza per dissetare il mio Sahara; il mio desiderio gonfio di speranza galleggerà sulle tue lagrime salate

come un vascello che prende il largo; nel mio cuore che inebrieranno, i tuoi cari singhiozzi echeggeranno come un tamburo che batta la carica.

Non sono forse io un falso accordo nella divina sinfonia, grazie alla vorace Ironia che mi scuote e mi morde?

Essa è nella mia voce clamante! Ed è tutto sangue mio, questo nero veleno! Io sono il sinistro specchio in cui la megera si contempla.

Sono la piaga e il coltello, lo schiaffo e la guancia; sono le membra e la ruota, la vittima e il carnefice!

Sono il vampiro del mio cuore, uno di quei grandi derelitti condannati al riso eterno e incapaci di sorridere!

84 • L’IRRIMEDIABILE

_I

Un’Idea, una Forma, un Essere partito dall’azzurro e caduto in uno Stige plumbeo e fangoso dove nessun occhio del cielo può penetrare;

un Angelo, viaggiatore imprudente, tentato dall’amore del deforme, dibattentesi come un nuotatore al fondo di un incubo enorme

e pugnante, o funebre angoscia, contro un gigantesco mulinello che va cantando come i pazzi e piroettando nelle tenebre;

un infelice stregato nei suoi futili brancolamenti per fuggire da un nido di vipere, in cerca di una luce e di una chiave;

un dannato che discende senza lampada sino all’orlo di un abisso la cui puzza tradisce umida profondità ed eterne scale senza rampe

ove vegliano viscidi mostri i cui grandi occhi fosforescenti rendono la notte anche più nera facendo visibili soltanto se stessi;

una nave imprigionata nel polo come in una trappola di cristallo che cerca per quale stretta fatale sia caduta in questo carcere…

– Emblemi netti, quadro compiuto d’una sorte irrimediabile fanno pensare che al Diavolo riesca sempre tutto!

_II

Incontro a due, scuro e limpido, di un cuore divenuto specchio di se stesso, pozzo di Verità, chiaro e nero, ove palpita una livida stella,

faro ironico, infernale, torcia di grazie sataniche, sollievo e gloria unici: consapevolezza nel Male!

85 • L’OROLOGIO

Orologio, dio sinistro, pauroso, impassibile, il cui dito ci minaccia dicendoci «Ricordati!». Vibranti Dolori si configgeranno presto nel tuo cuore come in un bersaglio;

il vaporoso Piacere fuggirà verso l’orizzonte come una silfide in fondo al palcoscenico; ogni istante ti divora un po’ di quel piacere che viene accordato all’uomo fin che dura il suo tempo.

Tremilaseicento volte all’ora il secondo mormora «Ricordati!». Rapido, con la sua voce d’insetto, l’Adesso dice: Io sono l’Allora, ho pompato la tua vita con la mia tromba immonda!

Remember! Ricordati! prodigo! Esto memor! (La mia gola metallica pronuncia tutte le lingue.) I minuti, o sventato mortale, sono delle sabbie che non bisogna abbandonare senza estrarne un po’ d’oro!

Ricordati che il Tempo è un giocatore avido che vince senza barare, a ogni colpo. È la legge. Decresce il giorno, la notte avanza. Ricordati! L’abisso ha sempre sete, la clessidra si svuota.

Presto suonerà l’ora in cui il divino Caso, l’augusta Virtù, tua sposa ancora intatta, il Pentimento stesso (ahi, ultimo rifugio), ogni cosa ti dirà: «Muori, vecchio vigliacco, ormai è troppo tardi.»

QUADRI PARIGINI

86 • PAESAGGIO

Voglio, per comporre castamente le mie egloghe, dormire accanto al cielo, come fanno gli astrologhi; e vicino ai campanili, ascoltare sognando i loro inni solenni portati via dal vento. Le mani sotto il mento, dall’alto della mia mansarda, vedrò l’officina che canta e che chiacchiera, i comignoli, i campanili, alberi maestri della città, e i grandi cieli che fanno sognare l’eterno.

È dolce veder nascere tra le brume la stella nell’azzurro, la lampada alla finestra, i fiumi di carbone che salgono al firmamento e la luna che versa il suo pallido incanto. Vedrò passare primavere, estati, autunni; e quando arriverà, con le sue nevi monotone, l’inverno, serrerò porte e finestre, fabbricherò nella notte i miei palazzi stregati. Sognerò allora orizzonti azzurrini, giardini, zampilli d’acqua riversanti il loro pianto negli alabastri, baci, uccelli cantanti sera e mattino, e quanto di più infantile l’Idillio può possedere. Tempestando vanamente al mio vetro
la Rivolta non riuscirà a farmi alzare la fronte dal leggìo, perché sarò tutto immerso nel piacere d’evocare
la Primavera, di far nascere un sole dal mio cuore e di trasformare i miei pensieri ardenti in una tiepida atmosfera.

87 • IL SOLE

Lungo il vecchio sobborgo, ove le persiane pendono dalle catapecchie, rifugio di segrete lussurie, quando il sole crudele batte a raggi raddoppiati sulla città e i campi, sui tetti e le messi, io mi esercito tutto solo alla mia fantastica scherma, annusando dovunque gli imprevisti della rima, inciampando nelle parole come nel selciato, urtando qualche volta in versi a lungo sognati.

Questo padre fecondo, nemico di clorosi, sveglia nei campi i vermi e le rose, fa svaporare gli affanni verso il cielo, immagazzina miele nei cervelli e negli alveari. È lui a ringiovanire coloro che vanno con le grucce e a renderli allegri, dolci come fanciulli, lui a ordinare alle messi di crescere e maturare entro il cuore immortale che vuol sempre fiorire.

Quando, simile a un poeta, scende nelle città, nobilita le cose più vili e s’introduce da re senza rumore, senza paggi, entro tutti gli ospedali e tutti i palazzi.

88 • A UN MENDICANTE DAI CAPELLI ROSSI

Bianca fanciulla dai capelli rossi, il cui vestito lascia intravvedere dai suoi buchi bellezza e povertà,

per me, misero poeta, il tuo giovane corpo malaticcio ha una sua dolcezza.

Tu porti con più galanteria i tuoi zoccoli pesanti che non porti i suoi coturni di velluto un’eroina da romanzo.

In luogo del tuo straccetto troppo corto, oh, che un superbo abito di corte ricada in pieghe lunghe e fruscianti sui tuoi talloni;

e che un pugnaletto d’oro riluca sulla tua gamba – per gli occhi dei libertini – in luogo delle tue calze bucate;

che nodi malfatti svelino – per i nostri peccati – i tuoi due bei seni, radiosi come occhi;

che per svestirti le braccia si facciano pregare e caccino a colpi ribelli le dita birichine,

perle della più bella acqua, sonetti di Maestro Belleau dai tuoi innamorati in pena incessantemente offerti,

servitorame di rimatori offerenti le loro primizie contemplando la tua scarpa di sotto la scala,

più d’un paggio desideroso d’avventura, più d’un signore, più d’un Ronsard spierebbero, per un convegno, il tuo fresco rifugio!

Conteresti allora nei tuoi letti più baci che gigli, e sottoporresti alle tue leggi più d’un Valois!

– E tuttavia tu vai raccattando qualche vecchio rimasuglio buttato sulla soglia di un Véfour da sobborghi;

e vai adocchiando, di nascosto, dei gioielli da pochi soldi che io, ahimè, neppure posso donarti.

Va’ dunque senza ornamento o profumo, o perle, o diamante, va’, solo con la tua magra nudità, o mia bella.

89 • IL CIGNO

A Victor Hugo

_I

Andromaca, io penso a voi! Quel fiumiciattolo, misero e triste specchio dove un tempo rifulse l’immensa maestà delle vostre pene di vedova, quel Simoenta ingrossato dalle vostre lagrime,

ha d’improvviso fecondato la mia fertile memoria mentre attraversavo il Carosello nuovo. La vecchia Parigi non esiste più (l’aspetto d’una città muta più presto, ahimè, che il cuore dell’uomo),

soltanto in spirito vedo tutto il campo di baracche, il mucchio di capitelli appena sbozzati e di fusti di colonne,

le erbe, i grandi massi inverditi dall’acqua delle pozzanghere e, nel brillìo delle vetrine, la confusione delle cianfrusaglie.

Laggiù stava un giorno un serraglio, e là io vidi, un mattino, all’ora in cui sotto cieli freddi e chiari il Lavoro si sveglia, e gli spazzini levano un oscuro uragano nell’aria silenziosa,

un cigno evaso dalla sua gabbia: con i piedi palmati fregava il selciato arido, trascinando il bianco piumaggio sul terreno accidentato. Presso un ruscello secco l’animale, aprendo il becco,

immergeva febbrilmente le ali nella polvere, e diceva, il cuore tutto memore del suo bel lago natìo: «Quando scenderai, acqua, quando esploderai, fulmine?»

Vedo quel misero, strano e fatale mito, verso il cielo, talvolta, verso il cielo ironico e crudelmente azzurro – come l’uomo di Ovidio sul suo collo convulso innalzando l’avida testa – in atto di lanciare rimproveri a Dio

_II

Parigi cambia! Ma nulla è mutato nella mia malinconia: palazzi nuovi, impalcature, massi, vecchi quartieri, tutto in me diviene allegoria, e i miei ricordi più cari sono grevi come rocce.

Così, dinnanzi al Louvre un’immagine m’opprime. Penso al mio grande cigno (ai suoi movimenti folli), ridicolo e sublime come gli esuli, e divorato da un desiderio senza requie. E penso a voi,

Andromaca, caduta dalle braccia d’un grande sposo, come un vile capo di bestiame, sotto la mano del superbo Pirro, curva su una tomba vuota, estatica, penso a voi, vedova di Ettore e sposa di Eléno.

Penso alla negra smarrita e tisica scalpicciante nel fango, in atto di cercare, col suo occhio sconvolto, gli alberi di cocco assenti della superba Africa dietro il muro immenso della nebbia;

penso a chiunque ha perduto quel che non si ritrova mai più, a coloro che si saziano di lagrime succhiando il Dolore come una buona lupa, ai magri orfanelli appassentisi come fiori!

Così, nella foresta ove il mio spirito si rifugia, un vecchio Ricordo suona a perdifiato il suo corno. E penso ai marinai dimenticati su di un’isola, ai prigionieri, ai vinti… e a molti altri ancora!

90 • I SETTE VECCHI

A Victor Hugo

Città formicolante, città piena di sogni, ove lo spettro, in pieno giorno, s’attacca al passato! D’ogni parte colano misteri come linfe negli stretti canali del possente colosso.

Un mattino, nella triste strada, mentre che le case, allungate dalla bruma, sembravano i due argini d’un fiume in piena e che, scenario simile all’anima d’un attore,

un nebbione sudicio e giallo inondava lo spazio, io camminavo, tendendo i nervi come un eroe e discutendo con la mia anima spossata, giù per il quartiere scosso da pesanti carriaggi.

Improvvisamente un vecchio, i cui stracci gialli sembravano imitare il colore di questo cielo piovoso, e il cui aspetto avrebbe fatto fioccare elemosine se la cattiveria non gli avesse brillato negli occhi,

m’apparve. Si sarebbe detto che avesse la pupilla temprata nel fiele, il suo sguardo rendeva più acuto il gelo e la sua barba di lunghi peli, rigida spada, sporgeva in avanti, simile a quella di Giuda.

Non era curvo, ma spezzato, la sua schiena formava un angolo retto con le sue gambe, perfetto. Così il bastone, completando la sua figura, gli dava l’aria e il passo malsicuro

d’un quadrupede infermo o d’un ebreo trascinantesi a stento. S’andava invischiando nella neve e nel fango come se schiacciasse dei morti con le sue ciabatte, più che indifferente, ostile verso il mondo.

Uno del tutto simile a lui lo seguiva: barba, occhio, schiena, bastone, stracci, niente distingueva questo gemello centenario venuto da un medesimo inferno. Spettri barocchi, precedevano di pari passo verso una meta ignota.

In che complotto infame ero caduto o quale malvagio caso m’implicava, umiliandomi? Infatti, un minuto dopo l’altro, contai sette volte quel sinistro vegliardo in via di moltiplicarsi.

Chi si ride della mia inquietudine e non si sente percorso da brividi fraterni, sappia che, ad onta della decrepitezza, quei sette mostri avevano l’aria d’essere eterni!

Avrei potuto, senza morirne, contemplare l’ottavo, sosia inesorabile, ironico e fatale, ripugnante Fenice, padre e figlio di se stesso? Così volsi le spalle all’infernale corteo.

Esasperato al pari d’un ubbriaco che vede doppio, rientrai a casa, serrai la porta, pieno di spavento, malato, infreddolito, l’anima febbrile e turbata, ferito dal mistero e dall’assurdo.

Invano la mia mente voleva riprendere il timone; la tempesta, mulinando, rendeva inutili i suoi sforzi e la mia anima, vecchia barca senza alberi, ballava e ballava su un mare mostruoso e illimitato.

91 • LE VECCHIETTE

A Victor Hugo

_I

Nelle pieghe tortuose delle antiche capitali, dove tutto, anche l’orrore, si trasforma in incanto, io guato, ubbidendo ai miei fatali umori, degli esseri singolari, decrepiti e affascinanti.

Questi esseri sgangherati furono un tempo donne, Epònina, Laìde! Mostri frantumati, ingobbiti, contorti: amiamoli! Sono anime ancora. Sotto gonne piene di buchi, sotto freddi tessuti,

procedono, flagellate da inique ventate, sussultano al fracasso di omnibus rotolanti e si stringono al fianco, come reliquie, borsettine ricamate a fiori o indovinelli:

trottano, in tutto simili a marionette; si trascinano come animali feriti o danzano, senza volere, povere campanelle cui s’attacca un Diavolo senza pietà! Pur malridotti,

i loro occhi penetrano come succhielli e lucono come i buchi in cui la notte l’acqua s’addorme: divini occhi di fanciulla che si meraviglia e ride d’ogni cosa che brilla.

Avete notato mai che alcune bare di vecchie sono piccole quasi come quelle dei bambini? In queste bare
la Morte sapiente mette un simbolo di gusto bizzarro e affascinante;

e ogni volta ch’io vedo un debole fantasma attraversare il brulicante quadro di Parigi, penso sempre che quell’essere fragile s’incammini dolcemente verso una nuova culla;

pur che io non indaghi, meditando sulla geometria, al vedere quelle membra discordi, quante mai volte l’operaio debba cambiare la forma della cassa destinata a questi corpi.

– Quegli occhi sono pozzi da un milione di lagrime formati, crogiuoli che un metallo raffreddandosi screziò… Quegli occhi misteriosi hanno un fascino invincibile per chi fu allattato dall’austera Sventura.

_II

Vestale innamorata del defunto «Frascati», sacerdotessa di Talìa, della quale, ahimè, conosce il nome solo un suggeritore già sotterrato, celebre svaporata che un tempo, nel suo fiore, ombreggiò «Tivoli!,

tutte m’inebriano! ma fra questi esseri fragili ce n’è che, ricavando miele dal dolore, hanno detto alla Dedizione che dava loro ali: «Possente Ippogrifo, portami sino in cielo!»

L’una, esercitata all’infelicità dalla patria, l’altra oppressa di dolori dal suo sposo, l’altra ancora, Madonna trafitta dal figlio: avrebbero potuto, tutte, fare un fiume delle loro lagrime.

_III

Ah, quante ne ho seguite di queste vecchine! Fra le altre, una, all’ora che il sole, cadendo, insanguina il cielo di ferite vermiglie, si sedeva pensosa, in disparte, su una panchina

per ascoltare uno di quei concerti, ricchi in ottoni, di cui i soldati alle volte inondano i parchi, e che in queste sere d’oro in cui ci si sente rinascere, versano un po’ d’eroismo in cuore ai cittadini.

Ella, dritta ancora, fiera e presa tutta dal ritmo, avidamente fiutava quel canto vivo e guerriero; il suo occhio, a tratti, s’apriva come a una vecchia aquila, la sua fronte di marmo era pronta per il lauro!

_IV

Così ve ne andate, stoiche, senza un lamento, attraverso il caos delle città viventi, madri dal cuore sanguinante, cortigiane o sante, i cui nomi un tempo pronunciavano tutti.

Voi che foste la grazia, voi che foste la gloria, nessuno riconosce: un incivile ubriaco vi insulta, passandovi vicino, con un amore per burla, un ragazzo infame e vile saltella alle vostre calcagne.

Vergognose d’esistere, ombre avvizzite, strisciate, curve, impaurite, contro i muri, e nessuno vi saluta, o strani destini, relitti d’umanità maturi per l’eterno!

Ma io, io, che vi sorveglio di lontano, l’occhio inquieto fisso sui vostri incerti passi come se, o meraviglia, vi fossi padre, assaporo, a vostra insaputa, piaceri clandestini:

vedo schiudersi le vostre passioni prime; oscuri o luminosi che siano, vivo i vostri giorni perduti; il mio cuore molteplice gode di tutti i vostri vizi, la mia anima splende di tutte le vostre virtù.

O rovine, o famiglia mia, o cervelli congeniali, io vi do ogni sera un addio solenne. Dove sarete, domani, o Eve ottuagenarie su cui incombe l’artiglio terribile di Dio?

92 • I CIECHI

Guardali, anima mia: sono veramente orribili. Simili a manichini, ridicoli; terribili, strani sonnambuli, dardeggiano non si sa dove i globi tenebrosi.

I loro occhi, abbandonati dalla divina scintilla, restano alzati al cielo come se guardassero lontano: non li si vede mai curvare verso il selciato la testa appesantita.

Traversano così l’oscurità senza confini, sorella del silenzio eterno. O città! Mentre attorno a noi tu canti ridi e urli,

innamorata atrocemente della voluttà, io, vedi, così mi trascino. Ma più di essi inebetito, mi dico: «Che cosa cercano in cielo, tutti questi ciechi?»

93 • A UN PASSANTE

Dattorno a me urlava la strada assordante. Alta, sottile, in lutto stretto, maestosa nel suo dolore, una donna passò, sollevando con la mano superba il festone e l’orlo della gonna;

era così agile e nobile, con la sua gamba statuaria… Io bevevo, teso come un folle, nel suo occhio, cielo livido in cui nasce l’uragano, la dolcezza che incanta e il piacere che uccide.

Un lampo… poi la notte! – O fugace bellezza, il cui sguardo m’ha ridato improvvisamente la vita, non ti rivedrò che nell’eternità?

Altrove, ben lungi da qui, tardi, troppo tardi, forse mai! Io non so dove fuggi, tu ignori dove io vada. O te che avrei amato, o te che lo sapevi!

94 • LO SCHELETRO CONTADINO

_I

In quelle vecchie tavole d’anatomia sparse sui lungo-Senna polverosi ove, come un’antica mummia, dorme più di un libro cadaverico;

disegni ai quali la gravità e il mestiere d’un vecchio artista, ad onta dello squallore del soggetto, ha saputo infondere
la Bellezza,

accade di vedere – il che completa quei misteriosi orrori – Scorticati e Scheletri dar di vanga come contadini.

_II

Dal terreno che frugate, funebri e rassegnati braccianti, con tutta la forza delle vostre vertebre e dei vostri muscoli spellati,

dite, che strana messe ricavate, forzati strappati al camposanto, e di quale proprietario dovete empire il granaio?

Volete forse (d’un destino troppo duro emblema chiaro e spaventevole) dimostrare che neppure nella fossa il sonno promesso è sicuro,

che il Nulla ci tradisce e tutto, anche
la Morte, ci mente e che per l’eternità, ahimè, dovremo

in qualche ignoto paese scorticare la terra grama e affondare una pesante vanga col nudo piede sanguinante?

95 • IL CREPUSCOLO DELLA SERA

Ecco la bella sera, amica del criminale: arriva complice, a passi da lupo; il cielo si chiude lentamente, come una grande alcova, e si trasforma in belva l’uomo impaziente.

O sera, cara sera, desiderata da colui le cui braccia, senza mentire, possono dire: «Anche oggi abbiamo faticato.» – È la sera che dà qualche sollievo agli spiriti divorati da un dolore selvaggio, al pensatore ostinato la cui fronte si piega, all’operaio ingobbito che ritorna al suo letto.Intanto si stanno svegliando pesantemente demoni malsani, come fossero uomini d’affari e, volando, vanno a sbattere contro imposte e tettoie. Attraverso le luci che il vento tormenta
la Prostituzione si riaccende nelle vie e come un formicaio disserra tutte le sue uscite. Dovunque si apre un occulto sentiero, simile al nemico che tenta un colpo di mano: s’agita in seno alla città di fango come un verme che ruba all’uomo il suo nutrimento. Si sentono, qua e là, soffiare le cucine, mugghiare i teatri, ronfare le orchestrine; i ristoranti a prezzo fisso, dei quali il giuoco è l’attrattiva maggiore, s’empiono di puttane e di ruffiane (loro complici); e i ladri, che non hanno mai requie, presto inizieranno il loro lavoro: che è di forzare con dolcezza le porte e le casseforti, per campare qualche giorno, per vestire le amanti.

Raccogliti, anima mia, in questo momento grave e cerca di chiuder l’orecchio a quel grande ruggito. È l’ora che le sofferenze dei malati s’acutizzano, la scura Notte li prende alla gola: chiudono il loro destino, s’incamminano verso l’abisso comune; l’ospedale si riempie dei loro sospiri – Più d’uno non verrà più a cercare, accanto al fuoco, presso un’anima malata, la minestra che odora.

E i più son quelli che non han mai conosciuto la dolcezza d’un focolare: che non han mai vissuto.

96 • IL GIOGO

Su logore poltrone cortigiane vecchie, pallide, le sopracciglia dipinte, l’occhio pigro e fatale, civettano e fanno dalle magre orecchie cadere un tintinnìo di metallo e di pietre preziose;

intorno ai tappeti verdi visi senza labbra, labbra senza colore, mascelle senza denti, e dita percorse da una febbre infernale che fregano la tasca vuota o il seno palpitante;

sotto sporchi soffitti una fila di lampadari fiochi e grandi lampade che proiettano le loro luci sulle fronti tenebrose di poeti illustri venuti qui a sperperare i loro sudori di sangue:

ecco la nera visione che in un sogno notturno vidi svolgersi sotto il mio sguardo acuto. E vidi me stesso, in un canto dell’antro taciturno, appoggiato sui gomiti, freddo, muto, invidioso

della passione tenace di quella gente, della funebre allegria di quelle vecchie puttane, e di tutto quel traffico, alla mia presenza, dell’antico onore e della bellezza.

E il mio cuore ebbe paura di invidiare quei disgraziati in corsa fervida verso l’abisso spalancato; e che, ubriachi del proprio sangue, preferiscono alla morte il dolore ed al nulla l’inferno.

97 • DANZA MACABRA

A Ernest Christophe

Fiera come una persona viva della sua nobile statura, col suo gran mazzo di fiori, il fazzoletto e i guanti, ella ha la noncuranza e la disinvoltura d’una civetta magra e stravagante.

Si vide mai al ballo una vita così sottile? Il suo vestito esagerato, nella sua ampiezza regale, cade largamente su un piede secco che chiude uno scarpino infiocchettato, grazioso come un fiore.

Il nodo che fa pompa all’orlo delle sue clavicole come un ruscello lascivo strisciante contro la roccia, difende pudicamente dai lazzi le funebri grazie ch’essa tiene a coprire.

I suoi occhi profondi son fatti di vuoto e di tenebre, e il suo cranio, artificiosamente ornato di fiori, oscilla mollemente sulle sue fragili vertebre. Oh, incanto d’un nulla follemente agghindato!

Ti diranno una caricatura coloro che, amanti ebbri della carne, non comprendono l’eleganza senza nome dell’umana armatura. Ma tu rispondi, grande scheletro, ai miei gusti più cari.

Vieni forse a tubare, con la tua possente smorfia, le feste della Vita, o un’antica voglia, speronando ancora la tua vivente carcassa, ti spinge, credula, al sabba del Piacere?

Al canto dei violini, alla fiamma delle candele, speri dunque di cacciare il tuo incubo beffardo, e vieni a chiedere che il torrente delle orge rinfreschi l’inferno acceso nel tuo cuore?

O inesauribile pozzo di stoltezza e di colpe! Eterno alambicco dell’antico dolore. Attraverso il traliccio curvo delle tue costole vedo, ancora errante, l’insaziabile aspide.

Ma temo che tutta la tua civetteria non troverà un compenso degno dei tuoi sforzi: chi, fra questi cuori mortali, capirà lo scherzo? Le grazie dell’orrore non inebriano che i forti.

L’abisso dei tuoi occhi, pieno d’orribili pensieri, esala vertigine, e i cauti ballerini non contempleranno senza nausee amare il sorriso eterno dei suoi trentatré denti.

E tuttavia, chi non ha stretto fra le sue braccia uno scheletro, chi non s’è nutrito con le cose della tomba? Che importano profumo, abito, abbigliamento? Chi fa il disgustato, mostra di credersi bello.

Baiadera senza naso, sgorbio irresistibile, di’ dunque a questi ballerini che fanno i contrariati: «Malgrado cipria e rossetto, ballerini che vi volete fieri, puzzate tutti di morte. Scheletri azzimati,

Antinoi sfioriti, dandy glabri, cadaveri verniciati, vitaioli canuti, siete trascinati, nel gioco universale della danza macabra, verso luoghi che nessuno conosce!

Dai freddi lungo-Senna alle rive brucianti del Gange la mandria dei mortali salta e s’inebria, e non vede da un buco del soffitto spuntare la tromba dell’Angelo sinistramente aperta come un nero schioppo.

In ogni clima, sotto qualsiasi sole, risibile Umanità,
la Morte mira le tue contorsioni e sovente, come fai tu, profumandosi di mirra, mischia la sua ironia alla tua insania.»

98 • L’AMORE DELLA MENZOGNA

Quando, o cara e indolente, ti vedo procedere, al canto degli strumenti che si frange al soffitto, sospeso il passo armonioso e lento e girata tutt’intorno la noia dello sguardo, profondo;

quando, ai fuochi del gas che la colora, contemplo la tua pallida fronte, che abbellisce un morboso fascino, e le faci della sera incendiano d’aurora i tuoi occhi stregati come in un ritratto,

mi dico: Com’è bella e come bizzarramente fresca! La grave memoria, pesante e regale torre, l’incorona, e il suo cuore, come una pesca ammaccata è maturo, similmente al suo corpo, per un amore raffinato.

Sei forse il frutto d’autunno dai sapori regali, la funebre urna in attesa di lagrime, il profumo che fa sognare oasi lontane, il cuscino carezzevole, il canestro di fiori?

Io so che vi sono occhi pieni di malinconia che non celano alcun segreto prezioso: bei cofani senza gioielli, medaglioni senza reliquie, più vuoti e più profondi di voi medesimi, o cieli!

Ma non basta, per rallegrare un cuore che fugge la verità, che tu sia l’apparenza? Che importano la tua stupidità, la tua indifferenza? Maschera o ornamento, ti saluto: io adoro la tua bellezza.

99

Non ho dimenticato, vicino alla città, la nostra casa bianca, piccola e tranquilla, la sua Pomona di gesso e la sua Venere vetusta, che cercavano di nascondere in un boschetto gramo le nudità delle membra. E il sole la sera, sfavillante e superbo, dietro il vetro cui s’infrangeva il suo fascio di luce, sembrava, grande occhio spalancato nel cielo curioso, contemplare le nostre cene lunghe e silenziose, spandendo con larghezza i suoi bei riflessi di cero sulla tovaglia frugale, sulle tende di lino.

100

Alla serva dal gran cuore che t’ingelosiva, e che dorme il suo sonno sotto un’umile aiuola, dovremmo qualche volta portare un po’ di fiori. I morti, i poveri morti hanno grandi dolori; e quando, potatore di vecchi alberi, Ottobre soffia il suo malinconico vento attorno ai loro marmi, devono pensare i vivi ben ingrati a dormire, come fanno, al caldo, sotto le coperte, mentre che essi, divorati da neri incubi, senza compagni di letto, senza poter chiacchierare, vecchi scheletri gelati rosi dai vermi, sentono sgocciolare la neve dell’inverno, il secolo andar via, senza che amici o famigliari pensino a rimpiazzare i brandelli che pendono alla loro grata.

Se una sera, quando il ceppo sibila e canta, tranquilla io la vedessi sedersi nella sua poltrona; se una notte azzurra e fredda di dicembre la trovassi rannicchiata in un angolo della mia stanza e, seria, venuta dal suo letto eterno, covare il ragazzo fattosi grande col suo occhio materno: che cosa potrei rispondere a quest’anima pia, vedendole cadere lagrime dalle palpebre vuote?

101 • BRUME E PIOGGE

O fini d’autunno, inverni, primavere impastate di fango, stagioni che addormono, io vi amo e vi lodo d’avviluppare la mia anima e il mio cervello in un sudario vaporoso e in una vaga tomba.

In quest’ampia piana in cui il freddo vento si sfrena e nelle lunghe notti stride la banderuola, la mia anima, meglio che nella tepida primavera, aprirà largamente le sue ali di corvo.

Nulla è più dolce al cuore colmo di cose funebri, su cui da tempo scendono le brine, o scialbe stagioni, regine dei nostri climi,

dall’aspetto perenne delle vostre tenebre – se non, una sera senza luna, addormentare, uniti su un letto di fortuna, questo nostro dolore.

102 • SOGNO PARIGINO

A Costantin Guys

_I

Di quel terribile paesaggio (tale che mai mortale ne vide uno) stamattina l’immagine, vaga e remota, mi rapisce.

Il sonno è gremito di miracoli! Per un singolare capriccio avevo bandito da queste fantasie le irregolarità del mondo vegetale.

E gustavo, nel mio quadro, pittore fiero del mio genio, l’inebriante monotonia del metallo, del marmo e dell’acqua.

Babele di scalee e d’arcate, era un palazzo infinito, ricco di bacini e di cascate volgenti all’oro opaco e brunito;

cateratte pesanti come tende di cristallo stavano sospese, folgoranti, a muraglie di metallo.

Non alberi, colonnati cingevano gli stagni dormienti in cui naiadi giganti si specchiavano come donne.

Lame d’acqua azzurra si stendevano fra lungofiume rosa e verdi per milioni di leghe sino ai confini dell’universo;

ed erano pietre inaudite, flutti magici, immensi specchi abbacinati da quel che riflettevano!

Nel firmamento Gangi indifferenti e taciturni versavano il tesoro delle loro urne in abissi di diamante.

Architetto delle mie fantasticherie, a mio capriccio facevo passare un oceano domato sotto un tunnel di gemme.

E tutto, anche il nero, sembrava forbito, chiaro, iridato: il liquido incastonava la sua gloria nel raggio cristallizzato.

Nessun astro, nessun ricordo di sole neppure all’occidente, per illuminare quei prodigi splendenti di un proprio fuoco.

E su quelle mobili meraviglie incombeva (novità terribile: tutto all’occhio, niente all’orecchio) un silenzio d’eternità.

_II

Nel riaprire gli occhi pieni di fiamme ho veduto l’orrore della mia tana, e sentito rientrare nella mia anima la punta delle maledette tribolazioni;

la pendola dai funebri accenti sonava brutalmente mezzogiorno, e riversava il cielo le sue tenebre sul triste mondo intorpidito.

103 • CREPUSCOLO DEL MATTINO

La diana cantava nei cortili delle caserme e il vento del mattino soffiava sui lampioni.

Era l’ora che lo sciame dei torbidi sogni torce sui letti i bruni adolescenti; e, come un occhio pieno di sangue che palpita e trema la lampada forma una macchia rossa sul chiaro del mattino: l’anima, sotto il peso del corpo greve e aspro, imita il cimento della lampada e del giorno. L’aria è percorsa dal brivido delle cose che svaniscono come in un volto in lagrime la brezza che asciuga: l’uomo è stanco di scrivere e la donna d’amare.

Qua e là, dalle case, s’alza il fumo. Le cortigiane, palpebre livide, bocche aperte, dormivano il loro sonno animale; le mendicanti, trascinando i seni magri e freddi, soffiavano sulle braci e sulle dita. Era l’ora in cui tra freddo e miseria rincrudiscono le doglie della gestante. Come un singhiozzo soffocato da un sangue schiumoso, da lungi, il canto del gallo lacerava l’aria di brume; un mare di nebbia bagnava gli edifici e gli agonizzanti in fondo agli ospedali davano, in soprassalti ineguali, i loro ultimi rantoli. Rotti dalle fatiche d’amore i libertini tornavano alle loro case.

In veste rosa e verde l’aurora, tremando, avanzava lenta sulla Senna deserta e cupamente Parigi, stropicciandosi gli occhi, imbracciava i suoi attrezzi, vegliardo laborioso.

IL VINO

104 • L’ANIMA DEL VINO

Una sera l’anima del vino cantava nelle bottiglie: «Uomo, caro diseredato, io ti lancio, dalla mia prigione di vetro e dalle mie vermiglie chiusure, un canto pieno di luce fraterna!

So bene quanta fatica, quanto sudore, quanto sole cocente ci vuole, sulla collina che arde, per darmi vita e anima: ma non sarò né malevolo né ingrato,

perché provo una gioia immensa quando scendo nella gola d’un uomo sfinito dal lavoro, e il suo caldo petto si fa dolce tomba dove mi trovo assai meglio che in una fredda cantina.

Non odi risuonare i ritornelli domenicali e la speranza che bisbiglia nel mio seno palpitante? I gomiti sul tavolo, le maniche rimboccate tu, felici, mi glorificherai;

io accenderò lo sguardo della tua donna affascinata; ridarò forza e colori a tuo figlio: sarò, per questo fragile atleta della vita, l’olio che rassoda i muscoli dei lottatori.

Ti scenderò dentro, ambrosia vegetale, grano prezioso gettato dall’eterno Seminatore, perché dal nostro amore nasca la poesia, che verso Dio spunterà come un raro fiore!»

105 • IL VINO DEGLI STRACCIVENDOLI

Spesso, al chiarore rossastro d’un lampione di cui il vento sbatte la fiamma e tormenta il vetro, nel cuore d’un vecchio sobborgo, labirinto fangoso dove l’umanità brulica in fermenti tempestosi,

vedi uno straccivendolo procedere, dondolando la testa, incespicando e urtandosi ai muri come un poeta, e, senza tener in alcun conto gli spioni, suoi sudditi, dare tutto il suo cuore a gloriosi progetti.

Pronunzia giuramenti, detta leggi sublimi, umilia i malvagi, solleva le vittime e s’inebria degli splendori della propria virtù sotto il cielo sospeso come un baldacchino.

Sì, angustiati da pene famigliari, rotti dalla fatica e affranti dagli anni, sderenati, piegati sotto una massa di rifiuti che vomita confusamente l’enorme Parigi,

riemergono, odorosi di bótte, seguiti da compagni incanutiti nelle battaglie, i baffi pendenti come vecchie bandiere. Gli stendardi, i fiori e gli archi trionfali

sorgono dinanzi a loro per solenne magìa! E nella splendente e assordante orgia delle trombe, del sole, delle grida e dei tamburi riportano la gloria a un popolo ebbro d’amore!

È così che, sfolgorante Pàttolo, il vino fa fluire l’oro in mezzo alla vana Umanità; attraverso la gola dell’uomo canta le sue prodezze e regna per mezzo dei doni come fanno i veri re.

A spegnere il rancore e cullare l’indolenza di tanti vecchi che muoiono, maledetti, in silenzio, Dio, preso dal rimorso, creò il sonno; l’Uomo ha aggiunto il Vino, figlio sacro del Sole.

106 • IL VINO DELL’ASSASSINO

Mia moglie è morta, son libero! Posso bere finalmente a sazietà. Quando rientravo senza un soldo, i suoi urli mi penetravano sin dentro alle fibre.

Sono felice come un re, l’aria è pura, il cielo meraviglioso… Abbiamo avuto un’estate così, quando mi sono innamorato di lei!

Per spegnere questa sete che mi strazia ci vorrebbe tanto vino quanto ne può contenere la sua tomba; e non è dire poco:

l’ho buttata in fondo a un pozzo e in più le ho gettato addosso tutte le pietre del parapetto. Potrò dimenticarla?

In nome dei teneri giuramenti che nessuno può sciogliere per riconciliarci come ai tempi della nostra ebbrezza, io implorai un appuntamento, la sera, in una strada scura. E venne – folle creatura. Siamo tutti, chi più chi meno, dei folli!

Era ancora così graziosa, anche se tanto stanca, e io, l’amavo troppo. Ecco perché le dissi: esci da questa vita.

Nessuno può capirmi. Mai uno di questi ubriachi inebetiti, pensò, nelle sue notti morbose, di fare del vino un sudario?

Crapuloni invulnerabili, automi di ferro, mai, né l’estate né l’inverno, hanno conosciuto il vero amore

coi suoi neri incantesimi, il suo seguito infernale d’allarmi, le sue fiale di veleno, le sue lagrime, il suo strepito di ossa e di catene!

– Eccomi solo, libero! Questa sera sarò ubriaco fradicio: senza paura né rimorsi mi stenderò per terra

e dormirò come un cane! Il carro di grandi ruote carico di pietre e di fango, il treno infuriato può ben

schiacciare la mia testa colpevole e troncarmi a metà. Io me ne infischio di Dio come del Diavolo e della Sacra Mensa.

107 • IL VINO DEL SOLITARIO

Lo sguardo strano d’una donna galante che scivola verso di noi come il bianco raggio che la luna oscillante invia al lago increspato quando vuol bagnarvi la sua pigra bellezza;

l’ultima borsa di monete fra le dita del giocatore, il lascivo bacio della magra Adelina; i suoni d’una musica languida e dolcissima, simile al grido lontano del dolore umano

non valgono i balsami penetranti che tu, bottiglia fonda, esprimi dalla tua fecondità rigonfia per il cuore assetato d’un pio poeta.

Tu gli dai la vita, la giovinezza, la speranza – e l’orgoglio, tesoro dei mendichi, che ci rende trionfanti, simili agli Dei!

108 • IL VINO DEGLI AMANTI

Oggi lo spazio è splendido! Senza morsi né speroni o briglie, via, sul vino, a cavallo verso il cielo divino e incantato!

Come due angeli che tortura un rovello implacabile oh, nel cristallo azzurro del mattino, seguire il lontano meriggio!

Mollemente cullati sull’ala del turbine cerebrale, in un delirio parallelo,

sorella, nuotando affiancati, fuggire senza riposi né tregue verso il paradiso dei miei sogni.

FIORI DEL MALE

109 •
LA DISTRUZIONE

Incessantemente, vicino a me, s’agita il Demonio, e mi vagola dattorno come un’aria impalpabile; io l’inghiotto e sento che mi brucia i polmoni e li riempie d’un desiderio eterno e colpevole.

Conoscendo il mio grande amore per l’Arte prende, qualche volta, le sembianze della più seducente delle donne, e con speciosi pretesti da ipocrita avvezza le mie labbra ai filtri più infami.

Lontano dallo sguardo di Dio, mi porta, ansante, rotto dalla stanchezza, nelle profonde e deserte piane della Noia,

e getta sui miei occhi confusi vesti lordate, ferite aperte, tutto il sanguinoso apparato della Distruzione!

110 • UNA MARTIRE

Disegno di ignoto

In mezzo a flaconi, a stoffe laminate e mobili voluttuosi, a marmi, quadri, abiti profumati dalle pieghe sontuose,

in una camera tiepida ove, come in una serra, l’aria è rischiosa e fatale, e mazzi di fiori nelle loro bare di vetro esalano l’ultimo spiro,

un cadavere decapitato versa, simile a un fiume, sul cuscino sazio, un sangue rosso, vivo, che la tela beve come un avido prato.

Simile alle pallide visioni che suscita l’ombra e che ci avvincono gli occhi, la testa, con la massa della sua scura criniera e i suoi gioielli preziosi

riposa sul comodino da notte, come un ranuncolo: uno sguardo, vuoto e bianco come il crepuscolo sfugge dagli occhi arrovesciati.

Sul letto, il tronco nudo, senza scrupoli, rivela nel più completo abbandono il segreto splendore e la bellezza fatale che la natura gli diede;

una calza rosa, ornata d’oro, è rimasta sulla gamba, come un ricordo: la giarrettiera, come un occhio segreto che brucia, dardeggia uno sguardo di diamante.

Lo strano aspetto di questa solitudine e d’un grande, languido ritratto, dall’occhio e dall’atteggiamento provocanti, rivelano un amore tenebroso,

una gioia colpevole, delle feste bizzarre piene di baci infernali, di cui godeva lo sciame degli angeli dannati volteggianti fra le pieghe delle tende;

e tuttavia, a vedere la magrezza elegante della spalla dal contorno risentito, l’anca un po’ puntuta e la vita guizzante come un rettile irritato,

come risulta giovane… La sua anima esasperata e i suoi sensi, morsi dal tedio, s’erano aperti alla muta assetata dei desideri ardenti e perduti?

E l’uomo vendicativo che, da viva, malgrado tanto amore non hai potuto saziare, sfogò sulla tua carne inerte e compiacente l’immenso suo desiderio?

Rispondi, impuro cadavere! E, sollevandoti con braccio febbrile per le trecce irrigidite, testa paurosa, dimmi, ha egli sui tuoi denti freddi impresso un ultimo addio?

– Via dal mondo schernitore, via dalla folla impura e dai magistrati curiosi, dormi in pace, strana creatura, nella tua tomba misteriosa;

il tuo sposo vaga per il mondo e la tua forma immortale gli veglia accanto, quando dorme; ti sarà fedele e costante sino alla morte, come tu lo sei a lui.

111 • DONNE DANNATE

Coricate sulla sabbia come armento pensoso volgono gli occhi verso l’orizzonte marino e i piedi che si cercano, le mani ravvicinate hanno dolci languori e brividi amari.

Le une, cuori innamorati di lunghe confidenze, nel folto dei boschetti sussurranti di ruscelli, vanno riandando l’amore delle timide infanzie e incidendo il legno verde dei giovani arbusti;

altre, camminano lente e gravi come suore attraverso le rocce piene di apparizioni, dove Sant’Antonio vide sorgere, come lava, i seni nudi e purpurei delle sue tentazioni;

e ve n’è che ai bagliori di resine stillanti, nel muto cavo di vecchi antri pagani, ti chiamano in soccorso delle loro febbri urlanti, o Bacco, che sai assopire gli antichi rimorsi.

Altre, il cui petto ama gli scapolari e nascondono il frustino entro le lunghe vesti, mischiano, nelle notti solitarie e nei boschi scuri, la schiuma del piacere e le lagrime degli strazi.

O vergini, o demòni, mostri, martiri, grandi spiriti spregiatori della realtà, assetate d’infinito, devote o baccanti, piene ora di gridi ora di pianti,

o voi, che la mia anima ha inseguito nel vostro inferno, sorelle, tanto più vi amo quanto più vi compiango per i vostri cupi dolori, per le vostre seti mai saziate, per le urne d’amore di cui traboccano i vostri cuori.

112 • LE DUE BUONE SORELLE


La Dissolutezza e
la Morte sono due sgualdrine amabili, prodighe di baci e piene di salute, il cui fianco eternamente vergine e fasciato di stracci, preso da un perenne travaglio, non ha mai partorito.

Al poeta sinistro, nemico delle famiglie, favorito dell’inferno, artigiano malmesso, tombe e lupanari mostrano sotto le loro volte un letto che il rimorso non ha mai frequentato.

Bara ed alcova, feconde di bestemmie, a volta a volta ci offrono, come buone sorelle, piaceri terribili e dolcezze paurose.

Quand’è che vuoi sotterrarmi, Dissolutezza dalle immonde braccia? E quando, Morte, sua rivale in bellezza, verrai a innestare sui suoi mirti infetti i tuoi neri cipressi?

113 •
LA FONTANA DI SANGUE

Mi pare, a volte, che il mio sangue fiotti come una fontana dai ritmici singhiozzi. Lo sento colare con un lungo murmure, ma mi tasto invano in cerca d’una ferita.

Fluisce attraverso la città come per un campo recintato e trasforma i selciati in isolotti, cava la sete a ogni creatura, tinge la natura in rosso.

Spesso al vino capzioso ho chiesto di addormire per un giorno il terrore che m’assilla; ma il vino rende l’occhio più acuto e l’orecchio più fino.

Ho cercato nell’amore il sonno dell’oblio; ma l’amore, per me, non è che un materasso d’aghi fatto per procurare da bere a crudeli puttane.

114 • ALLEGORIA

È una bella donna, di ricca nuca, e lascia che la sua chioma fluisca nel vino… Le unghiate dell’amore e i veleni della bisca scivolano e si smussano al granito della sua pelle. Ride della Morte e si beffa del Vizio, quei mostri la cui mano, sempre pronta a raschiare e falciare, ha rispettato nei suoi giochi distruttori la rude maestà del corpo sodo e dritto. Incede come una dea, riposa come una sultana; ha nel piacere la fede dei maomettani, nelle sue braccia spalancate, che il seno colma, richiama con gli occhi l’intera razza umana. Crede, sa, questa vergine infeconda, e pure necessaria al cammino del mondo, che la bellezza del corpo è un dono sublime capace di trovare un perdono a ogni infamia. Ignora Inferno e Purgatorio; quando verrà l’ora d’entrare nell’oscurità della Notte, fisserà
la Morte senza odio né rimorso, come un neonato.

115 •
LA BEATRICE

In terreni di cenere, calcinati, brulli, un giorno, mentre mi lagnavo con la natura, e, vagando senza meta, aguzzavo lentamente sul cuore la lama del pensiero, vidi, in pieno mezzodì, discendermi sulla testa una nube funebre, gravida di tempesta e d’un branco di demòni viziosi, in tutto simili a nani curiosi e crudeli. Si misero a guardarmi freddamente, e li udii – come fanno i passanti con i pazzi – ridere e bisbigliare fra di sé, scambiandosi cenni e ammicchi.

«Guardiamola a nostro piacere questa caricatura, quest’ombra di Amleto che ad Amleto si atteggia, lo sguardo vago e i capelli al vento. Non fa pena vedere questo bel tomo, questo pezzente, quest’attorucolo disoccupato, questo buffone che, perché sa sostenere il suo ruolo d’artista, pretende interessare al canto dei suoi dolori le aquile e i grilli, i ruscelli e i fiori, e vuole anche a noi, inventori di queste vecchie storie, declamare urlando le sue tirate pubbliche?»

Avrei potuto (la mia superbia, alta come le montagne, domina i nembi e il grido dei demòni) volgere semplicemente altrove il mio sguardo sovrano, se non avessi veduto in quella turba oscena – delitto che non ha fatto vacillare il sole – la regina del mio cuore dallo sguardo impareggiabile, che con essi rideva della mia cupa angoscia, a tratti gratificandoli di qualche sporca carezza.

116 • UN VIAGGIO A CITERA

Come un uccello, gioioso, volteggiava il mio cuore, planando liberamente attorno al cordame; sotto un cielo limpido la nave scivolava, simile a un angelo inebriato da un sole radioso.

Che isola è mai quella, così nera e triste? È Citera, qualcuno risponde, terra famosa nelle canzoni, banale Eldorado dei vecchi diversi. Ma guardata dappresso, è una ben povera terra.

– Isola dei dolci segreti e delle feste del cuore! Dell’antica Venere il superbo fantasma si libra sui tuoi mari come un aroma, riempendo gli animi d’amore e di languore.

Bella isola di verdi mirti, ricca di fiori schiusi, venerata in eterno da tutte le nazioni, e in cui i sospiri dei cuori adoranti errano come l’incenso su un roseto

o come il tubare infinito del colombo! – Citera non era più che una magra terra, un deserto roccioso turbato da stridule grida. Ma vi scorgevo un oggetto singolare!

Oh, non un tempio dalle ombre silvestri, dove la giovane sacerdotessa, innamorata dei fiori, andava, il corpo bruciato da segreti ardori, dischiudendo la tunica alle brezze fuggitive…

Ma ecco che, rasentando da vicino la costa, così da intimorire gli uccelli con le nostre bianche vele, ci apparve una forca a tre bracci, nera contro il cielo come un cipresso.

Appollaiati sulla loro pastura feroci uccelli distruggevano rabbiosamente un impiccato, già sfatto: ciascuno piantando, come un attrezzo, il becco impuro in ogni angolo sanguinante di quel marciume,

gli occhi due buchi, e dal ventre sfondato i grevi intestini colavano lungo le cosce; quei carnefici, satolli di orribili delizie, l’avevano, a colpi di becco, castrato completamente.

Ai piedi, un branco di invidiosi quadrupedi, muso alzato, giravano e rigiravano: in mezzo s’agitava una bestia più grande, come un boia circondato dai suoi aiutanti.

Abitatore di Citera, figlio d’un cielo così bello, in silenzio sopportavi tutti questi oltraggi in espiazione degli infami culti e dei peccati che t’hanno negato una tomba.

Grottesco impiccato, i tuoi sono anche i miei dolori! Alla vista delle tue membra penzolanti sentivo, come un vomito, risalire ai miei denti il lungo fiume di fiele degli antichi dolori;

dinanzi a te, povero cristo così caro al ricordo, ho provato tutti i becchi e tutte le mascelle dei corvi lancinanti e delle nere pantere che un tempo amavano triturare la mia carne.

– Il cielo era incantevole, il mare calmo; ma per me tutto era tenebre e sangue, ormai, e avevo, ahimè, il cuore sepolto in questa allegoria come in uno spesso sudario.

Nella tua isola, o Venere, non ho trovato che una forca da cui pendeva la mia immagine…– Signore, dammi la forza e il coraggio di contemplare senza disgusto il mio corpo e il mio cuore!

117 • L’AMORE E IL CRANIO

Vecchio fregio

L’Amore sta assiso sul cranio dell’Umanità e da quel trono profano, con riso sfrontato,

soffia gaio delle bolle rotonde che s’innalzano nell’aria, quasi a raggiungere i mondi al fondo dell’etere.

Il globo fragile e luminoso prende un grande slancio, scoppia e sputa la sua anima gracile come un sogno d’oro.

Odo il cranio, a ogni bolla, gemere e pregare: «Quando finirà questo gioco feroce e ridicolo?»

Perché quel che la tua bocca crudele sparpaglia nell’aria, mostro assassino, è il mio cervello, il mio sangue, la mia carne!»

RIVOLTA

118 • IL TRADIMENTO DI SAN PIETRO

Che se ne fa Dio di quel fiotto di bestemmie che sale ogni giorno verso i suoi diletti Serafini? Come un tiranno rimpinzatosi di vini e di carne, egli s’addorme al dolce rumore dei nostri orribili anatemi.

I singhiozzi dei martiri e dei suppliziati sono certo una sinfonia inebriante, se i cieli, malgrado il sangue che costa la loro voluttà, non ne sono ancora sazi.

– Ricordati, Gesù, dell’Orto degli Ulivi! Nel tuo candore tu pregavi in ginocchio colui che nel suo cielo rideva al rumore dei chiodi che ignobili carnefici piantavano nella tua carne viva.

E quando vedesti sputare sulla tua divinità le feccia del corpo di guardia e delle cucine, e sentisti penetrare le spine nel tuo cranio in cui viveva l’immensa Umanità;

quando il tremendo peso del tuo corpo spezzato stirava le tue braccia distese, sangue e sudore colavano dalla tua fronte impallidita, e fosti posto davanti a tutti come un bersaglio,

ripensavi i giorni luminosi che venisti ad adempiere all’eterna promessa e in groppa a un asinello paziente percorrevi strade tappezzate di fiori e di rami,

e il cuore gonfio di speranza e d’ardire fustigavi con forza quei vili mercanti, e fosti alfine padrone? Non s’è addentrato il rimorso nel tuo fianco più a fondo della lancia?

– Quanto a me, uscirò volentieri da un mondo in cui l’azione non è la sorella del sogno; possa usare la spada e di spada perire! San Pietro ha rinnegato Gesù… Ha fatto bene.

119 • ABELE E CAINO

_I

Razza d’Abele, dormi bevi e mangia: Dio ti sorride con compiacenza.

Razza di Caino, striscia nel fango e muori miseramente…

Razza d’Abele, il tuo sacrificio solletica le narici del Serafino!

Razza di Caino, avrà mai fine il tuo supplizio?

Razza d’Abele, contempla la floridezza dei tuoi seminati e del tuo bestiame.

Razza di Caino, i tuoi visceri urlano la loro fame come un vecchio cane.

Razza d’Abele, scaldati il ventre al focolare patriarcale.

Razza di Caino, rabbrividisci di freddo nel tuo antro come un povero sciacallo!

Razza d’Abele, ama e riproduciti. Persino il tuo oro prolifica.

Razza di Caino, cuore ardente, guardati dai tuoi grandi appetiti.

Razza d’Abele, tu cresci, tu pascoli, come il tarlo nel legno.

Razza di Caino, trascina per le strade la tua famiglia misera.

_II

Razza d’Abele, la tua carogna ingrasserà la terra fumigante.

Razza di Caino, la tua opera non è compiuta.

Razza d’Abele, ecco la tua vergogna: la spada è vinta dalla spada.

Razza di Caino, sali al cielo, getta Dio sulla terra.

120 • LE LITANIE DI SATANA

Oh tu, che sei il più bello e il più sapiente degli Angeli, Dio tradito dalla sorte, spogliato d’ogni lode.

Satana, abbi pietà del mio lungo penare!

Principe dell’esilio, cui è stato fatto torto, e che ti rialzi, vinto, sempre più forte.

Satana, abbia pietà del mio lungo penare!

Tu che conosci ogni cosa e regni sul sottosuolo, guaritore abituale delle angosce umane.

Satana, abbi pietà del mio lungo penare!

O tu che anche ai lebbrosi, ai paria maledetti, per mezzo dell’amore insegni il gusto del Paradiso.

Satana, abbi pietà del mio lungo penare!

Tu che dalla Morte, tua vecchia e forte amante, generasti
la Speranza, affascinante folle!

Satana, abbi pietà del mio lungo penare!

Tu che dài al proscritto lo sguardo calmo e altero, che danna tutto un popolo intero attorno ad un patibolo.

Satana, abbi pietà del mio lungo penare!

Tu che sai dove, in quali angoli delle terre invidiose, Dio, geloso, ha nascosto le tue gemme,

Satana, abbi pietà del mio lungo penare!

Tu, il cui occhio limpido sa gli arsenali profondi in cui, sepolto, dorme il popolo dei metalli,

Satana abbi pietà del mio lungo penare!

Tu, la cui lunga mano nasconde i precipizi che s’aprono al sonnambulo vagante sull’orlo delle cose,

Satana, abbi pietà del mio lungo penare!

Tu che, magicamente, addolcisci le vecchie ossa del nottambulo ubbriaco calpestato dai cavalli,

Satana, abbi pietà del mio lungo penare!

Tu che per consolare l’uomo debole che soffre, ci insegnasti a mischiare lo zolfo col salnitro,

Satana, abbi pietà del mio lungo penare!

Tu che imprimi il tuo marchio, complice sottile, sulla fronte dell’impietoso e vile Creso,

Satana, abbi pietà del mio lungo penare!

Tu che poni negli occhi e nel cuore delle ragazze il culto della piaga, l’amore dei cenciosi,

Satana, abbi pietà del mio lungo penare!

Sostegno degli esuli, luce degli inventori, confessore degli impiccati e dei cospiratori,

Satana, abbi pietà del mio lungo penare!

Padre adottivo di tutti coloro che con nera furia Dio Padre ha cacciato dal paradiso terrestre,

Satana, abbi pietà del mio lungo penare!

Preghiera

Siano gloria e lodi a te, o Satana, nel più alto dei cieli, dove tu regnasti, e nelle profondità dell’Inferno, dove tu, vinto, sogni in silenzio! Fa’ che un giorno la mia anima riposi presso di te sotto l’Albero della Scienza, nell’ora che sulla tua fronte i suoi rami come un nuovo Tempio s’intrecceranno!


LA MORTE

121 •
LA MORTE DEGLI AMANTI

Avremo letti pieni di profumi leggeri, divani profondi come tombe e sulle mensole strani fiori dischiusi per noi sotto cieli più belli.

Usando, a gara, i loro estremi ardori, i nostri cuori saranno due grandi fiaccole, che rifletteranno le loro doppie luci nei nostri spiriti, specchi gemelli.

Una sera di rosa e azzurro mistico ci scambieremo un unico bagliore, simile a un lungo singhiozzo, risonante d’addii.

Più tardi, un Angelo, dischiuse le porte, verrà, gaio e fedele, a ravvivare gli specchi offuscati e le fiamme ormai morte.

122 •
LA MORTE DEI POVERI


La Morte ci consola, ahimè, e ci fa vivere; lo scopo dell’esistenza, la sola speranza che, come un elisir, ci sostiene e ci inebria, facendoci coraggio per arrivare a sera;

lei, che attraverso la tempesta, la neve e il gelo, dà un vibrante chiarore al nostro nero orizzonte; è la locanda famosa di cui si parla nel libro, dove si potrà sedere, e mangiare, e dormire;

lei, l’Angelo che racchiude fra le sue dita magnetiche il sonno e il dono dei sogni estatici, lei che rifà il letto alla gente povera e nuda:

gloria divina, granaio mistico, borsa del povero e sua patria antica, portico aperto su cieli sconosciuti!

123 •
LA MORTE DEGLI ARTISTI

Quante mai volte dovrò scuotere i miei sonagli e baciare la tua fronte bassa, cupa caricatura? Per colpire il bersaglio mistico, quante frecce dovrò sprecare, o mia faretra?

Consumeremo la nostra anima in sottili raggiri e demoliremo più d’una greve armatura prima di poter completare la grande Creatura della quale un infernale desiderio ci riempie di singhiozzi!

V’è chi non ha mai conosciuto il suo Idolo… E agli scultori condannati, e segnati da un affronto, che si danno di martello sul petto e sulla fronte,

non resta che una speranza, strano e oscuro Campidoglio: che
la Morte, sospesa come un nuovo sole, faccia sbocciare i fiori del loro cervello.

124 • FINE DEL GIORNO

Sotto una tetra luce, corre, danza, si torce senza ragione,
la Vita, impudente e stridula. Così, appena all’orizzonte

sale la notte voluttuosa, placando tutto, anche la fame, scancellando tutto, anche la vergogna, il poeta si dice: «Finalmente!»

Come le mie vertebre il mio spirito invoca ardentemente il riposo; con il cuore pieno di funebri sogni

mi butterò con la schiena sul letto e mi avvolgerò nei vostri tendaggi, o tenebre di frescura!»

125 • IL SOGNO DI UN CURIOSO

A F.N.

Hai anche tu, come me, il gusto del dolore e di te ti fai dire: «Che uomo singolare!» – Stavo sul punto di morire. Nella mia anima appassionata v’era, desiderio mischiato a orrore, uno strano male;

angoscia e viva speranza, senza alcun fazioso umore. Più la fatale clessidra andava vuotandosi, più la mia tortura si faceva aspra e deliziosa; il mio cuore si staccava dal mondo familiare.

Come il bambino avido di spettacoli, odiavo l’ostacolo del sipario. Alfine si rivelò la fredda verità:

ero morto senza accorgemene, la terribile aurora m’avvolgeva. – Ma come, è tutto qui? Il sipario s’era alzato, e io aspettavo ancora.

126 • IL VIAGGIO

A Maxime du Camp

_I

Per il ragazzo, innamorato di mappe e di stampe, l’universo è pari alla sua vasta brama. Come è grande il mondo alla luce della lampada, come, agli occhi del ricordo, meschino!

Un mattino partiamo, il cervello in fiamme, il cuore gonfio di rancore e di voglie amare, e andiamo seguendo il ritmo delle onde, cullando il nostro infinito sul finito dei mari:

gli uni, felici di fuggire una patria infame, gli altri l’orrore delle proprie culle; e alcuni, astrologhi perduti negli occhi d’una donna, Circe tirannica dai profumi fatali.

Per non essere mutati in bestie, s’inebriano di spazio, di luce e di cieli infuocati; il gelo che li morde, i soli che li bruciano cancellano lentamente il segno dei baci.

Ma, veri viaggiatori sono quelli che partono per partire; cuori leggeri, simili a palloncini, non si staccano mai dal loro destino, e senza sapere perché dicono sempre: Andiamo!

I loro desideri hanno forme di nuvole, e come il coscritto il cannone, sognano grandi, cangianti, ignote voluttà, il cui nome lo spirito umano non ha mai conosciuto.

_II

Imitiamo orrore, la trottola e la palla nei loro valzer e nei loro salti; come un Angelo crudele che frusta i soli
la Curiosità ci tormenta e ci fa girare.

Singolare sorte in cui la meta cambia continuamente di posto, e non trovandosi da nessuna parte, può trovarsi dovunque! Ad essa, l’Uomo cui mai vien meno la speranza, per trovare posa corre sempre come un pazzo.

La nostra anima è un tre-alberi che cerca la sua terra, l’Icaria; «Apri l’occhio» echeggia sul ponte… Dalla coffa una voce ardente e dissennata «Amore, gloria, felicità» va gridando. Dannazione, uno scoglio.

Ogni isolotto avvistato dall’uomo di guardia è un Eldorado offerto dal Destino: ma l’Immaginazione, che subito s’abbandona ai suoi eccessi, non incontra che uno scoglio alla luce del mattino.

O misero innamorato di paesi di fiaba! Bisognerà incatenarti e buttarti a mare, marinaio ubbriaco, inventore di Americhe, il cui miraggio fa più amari gli abissi?

Così il vagabondo, pesticciando nel fango, sogna, naso in aria, paradisi luminosi; e l’occhio ammaliato scopre una Capua dovunque una candela illumini un tugurio.

_III

Straordinari viaggiatori, quali nobili storie leggiamo nei vostri occhi profondi come il mare. Oh, mostrateci gli scrigni della vostra ricca memoria, i gioielli meravigliosi fatti di astri e di etere.

Senza vapore né vela vogliamo navigare! Per alleviare il tedio delle nostre prigioni fate passare sui nostri spiriti, tesi come una tela, i vostri ricordi chiusi in cornici d’orizzonti.

Diteci: che vedeste?

_IV

Abbiamo visto astri e flutti; sabbie; e come qui, malgrado traumi e improvvisi disastri, ci siamo spesso annoiati.

Lo splendore del sole sopra il mare violetto, la gloria delle città nel sole che tramonta accendevano nei nostri cuori un inquieto ardore, ci spingevano a tuffarci in un cielo dai riflessi incantati.

Le più doviziose città, i più vasti paesaggi non possedevano mai il fascino misterioso che il caso ricava dalle nuvole: e sempre il desiderio ci tallonava dappresso.

– Il godere dà forza al desiderio. Desiderio, vecchia pianta, cui il piacere è concime: mentre che ingrossa e indurisce la tua scorza, i tuoi rami vogliono vedere il sole da vicino.

Crescerai eternamente, grande albero più vitale del cipresso? – Tuttavia, con cura, abbiamo colto alcuni schizzi per il vostro album vorace, o fratelli che trovate bello tutto quanto viene di lontano!

Abbiamo salutato idoli con la proboscide: troni costellati di gioielli lucenti; palazzi elaborati la cui pompa incantata sarebbe un sogno rovinoso dei nostri banchieri;

costumi che inebriano gli occhi, donne che si tingono denti e unghie, giocolieri esperti che il serpente accarezza.

_V

E poi, poi ancora?

_VI

«O cervelli infantili! Abbiamo visto dovunque (per non dimenticare la cosa capitale) e senza averlo cercato, dall’alto sino al basso della scala fatale, lo spettacolo tedioso dell’eterno peccato:

la donna, schiava vile, stupida e orgogliosa, senza ridere e senza disgustarsi, si ama, si adora; l’uomo, tiranno cupido, ingordo, lascivo e duro, schiavo della schiava, rigagnolo nella fogna;

il carnefice che gioisce, il martire che singhiozza; la festa che insaporisce e profuma il sangue; il tiranno snervato dal veleno del potere e il popolo amante dello scudiscio che l’abbrutisce;

tante religioni simili alla nostra che danno la scalata al cielo;
la Santità che, come un uomo di gusti delicati, sguazza su un letto di piume, cerca la voluttà fra i chiodi e il crine;

ciarliera, ebbra del proprio genio, pazza come era un tempo, l’Umanità che grida a Dio nella sua delirante agonia: «O mio simile, o mio signore, io ti maledico!»

e i meno sciocchi, arditi amanti della Demenza, che fuggendo il grande gregge recintato dal Destino, si rifugiano nell’oppio senza fine. – Tale è l’eterno resoconto del mondo intero.»

_VII

Amaro sapere, quello che si ricava dal viaggiare! Il mondo, piccolo e monotono oggi come ieri, come domani, come sempre, ci mostra la nostra immagine: un’oasi d’orrore in un deserto di noia!

Partire? Restare? Se puoi, resta, se è necessario, parti. Chi corre, chi si rannicchia per ingannare il Tempo, nemico vigilante e funesto… Vi sono, ahimè, dei viaggiatori senza requie

(come l’Ebreo errante e gli apostoli) ai quali nulla basta, né treno né nave, per fuggire questo infame reziario; ma ve ne sono che sanno ammazzarlo senza uscire dalla loro tana.

Quando alfine calcherà il piede sulla nostra schiena, potremo ancora sperare e gridare: Avanti. Come un tempo si partiva per
la Cina, gli occhi puntati al largo ed i capelli al vento,

ci imbarcheremo, col cuore gioioso d’un giovane passeggero, sul mare delle tenebre. Udite queste voci, funebri e affascinanti, che cantano: «Di qui, voi che volete assaporare

il Loto profumato! Qui si raccolgono i frutti miracolosi dei quali il vostro cuore è affamato; venite a inebriarvi della strana dolcezza di questo pomeriggio senza fine?»

Riconosciamo lo spettro dal tono familiare; là i nostri Piladi tendono a noi le loro braccia. «Nuota verso la tua Elettra, se vuoi rinfrescarti il cuore», ci dice quella cui, un giorno, baciavamo le ginocchia.

_VIII

O Morte, vecchio capitano, è tempo, leviamo l’ancora. Questa terra ci annoia, Morte. Salpiamo. Se cielo e mare sono neri come inchiostro, i nostri cuori, che tu conosci, sono colmi di raggi.

Versaci, perché ci conforti, il tuo veleno. Noi vogliamo, per quel fuoco che ci arde nel cervello, tuffarci nell’abisso, Inferno o Cielo, non importa. Giù nell’Ignoto per trovarvi del nuovo.

I RELITTI

1 • TRAMONTO ROMANTICO

Com’è bello il sole quando tutto fresco si leva e ci lancia il suo buongiorno come un’esplosione! – Fortunato colui che può con amore salutare il suo tramonto, più glorioso d’un sogno!

Ricordo… Ho visto tutto, fiore, fonte, solco, crogiolarsi sotto il suo occhio palpitante… – È tardi, corriamo verso l’orizzonte per cogliere almeno un suo raggio obliquo.

Ma io inseguo invano il Dio che si ritira; l’irresistibile, la nera, funesta, abbrividente Notte, fonda il suo imperio;

nelle tenebre flutta un odore di tomba e il mio piede intimorito calpesta, sull’orlo del padule, rospi improvvisi e fredde lumache.

POESIE CONDANNATE TRATTE DAI «FIORI DEL MALE»

2 • LESBO

Madre di giochi latini e di voluttà greche, Lesbo, ove, languenti o gai, caldi come soli, freschi come cocomeri, i baci, sono l’ornamento di notti e di giorni gloriosi; Lesbo, madre di giochi latini e di voluttà greche,

in cui i baci somigliano le cascate che si gettano impetuosamente negli abissi infiniti, e corrono, singhiozzando e ridendo a strappi, tempestosi e segreti, frenetici e profondi; Lesbo, in cui i baci somigliano le cascate,

e le Frini s’attirano l’un l’altra, e mai un sospiro restò senz’eco: come Pafo le stelle t’ammirano, e Venere ha ben diritto d’esser gelosa di Saffo! Lesbo, ove le Frini s’attirano l’un l’altra,

terra di notti calde e languide che, sterile voluttà, portano dinanzi ai loro specchi fanciulle dagli occhi segnati, innamorate dei propri corpi, a carezzarsi i frutti della verginità; Lesbo, terra di notti calde e languide.

Lascia che il vecchio Platone aggrotti l’occhio austero; tu ottieni il perdono per eccesso dei tuoi baci, regina d’un dolce impero, terra nobile e amabile, d’inesauribili raffinatezze. Lascia che il vecchio Platone aggrotti l’occhio austero.

Tu trai il perdono dal tuo eterno martirio, inferto senza requie ai cuori ambiziosi e che attira lungi da noi il radioso sorriso intravisto appena ai confini d’altri cieli! Tu trai il perdono dal tuo eterno martirio!

Chi, fra gli Dei, Lesbo, oserà giudicarti e condannare la tua fronte impallidita nelle fatiche, se le sue bilance d’oro non avranno pesato il diluvio di lagrime versato nel mare dai tuoi ruscelli? Chi fra gli Dei, Lesbo, oserà giudicarti?

Che hanno a che fare con noi le leggi del giusto e dell’ingiusto? O vergini di sublime cuore, onore dell’arcipelago, la vostra religione è augusta come un’altra, e l’amore potrà ridere del Cielo e dell’Inferno! Che hanno a che fare con noi le leggi del giusto e dell’ingiusto!

Poiché Lesbo m’ha scelto fra tutti sulla terra per cantare il segreto delle sue vergini in fiore; io fui sin dall’infanzia ammesso al nero mistero delle risa sfrenate miste ai cupi pianti, poiché Lesbo m’ha scelto fra tutti sulla terra.

Da quel giorno io veglio in cima a Lèucada come una sentinella acuta e fidata che scruta notte e giorno le forme fontane di fregate e tartane ondeggianti sull’azzurro; da quel giorno io veglio in cima a Lèucada

per sapere se il mare è buono e indulgente: e se, fra i singhiozzi di cui la roccia echeggia, una sera riporterà a Lesbo indulgente il cadavere adorato di Saffo che partì per sapere se il mare è buono e indulgente!

Della maschia Saffo, poeta e amante, più bella di Venere nel suo malinconico pallore. – L’occhio azzurro è vinto dal nero occhio segnato dal cerchio tenebroso tracciato dai dolori della maschia Saffo poeta e amante.

– Più bella di Venere che si leva sul mondo e versa i tesori della sua serenità e l’irradiarsi della sua bionda giovinezza sul vecchio Oceano, incantato dalla propria creatura, più bella di Venere che si leva sul mondo.

– Saffo che morì il giorno della sua bestemmia, quando, insultando il rito e l’inventato culto, il suo bel corpo offrì in pasto a un bruto il cui orgoglio punì l’empietà di colei che morì il giorno della sua bestemmia.

È da allora che Lesbo si lamenta, e malgrado gli onori che le tributa il mondo, s’inebria ogni notte del grido che la tormenta innalza verso il cielo dalle sue rive deserte. È da allora che Lesbo si lamenta!

3 • DONNE DANNATE

Delfina e Ippolita

Al pallido chiarore di lampade languenti, su profondi cuscini impregnati di profumi, Ippolita sognava le carezze possenti che risvegliavano il suo giovane candore.

Ella cercava, con l’occhio intorpidito dalla tempesta, il cielo ormai lontano dalla sua ingenuità, come il viaggiatore che si volge verso gli azzurri orizzonti varcati il mattino.

Dei suoi occhi pesti le lagrime indolenti, l’aria rotta, la stupefazione, l’oscura voluttà, le braccia vinte, buttate come vane armi, tutto, tutto serviva a ornare la sua fragile bellezza.

Stesa ai suoi piedi, calma e piena di gioia, Delfina la covava con occhi brucianti, come un forte animale che sorveglia la preda dopo averla segnata coi suoi denti.

Forte, superba bellezza inginocchiata dinanzi alla bellezza fragile, aspirava con voluttà il vino del trionfo, e s’allungava verso di lei come a cogliere un dolce ringraziamento.

E cercava negli occhi della sua pallida vittima il muto cantico del piacere, quella gratitudine infinita e sublime che filtra dalle palpebre come un lungo sospiro.

– «Cosa dici, Ippolita, cuor mio, di questo? Lo capisci, ora, che non bisogna offrire il sacro olocausto delle prime rose ai soffi violenti che potrebbero avvizzirle?

I miei baci sono leggeri come le farfalle che carezzano la sera i grandi laghi trasparenti; ma i baci del tuo amante apriranno solchi come fossero carri o vomeri taglienti;

essi passeranno su di te come un pesante tiro di buoi o di cavalli di zoccoli spietati… Ippolita, sorella, anima mia, mio intero e mia metà, volgi il tuo viso,

i tuoi occhi d’azzurro e di stelle! Per un tuo sguardo, divino incantato, alzerò i veli dei piaceri più oscuri e t’addormenterò in un sogno senza fine!»

Ma Ippolita, alzando la giovane testa: – «Non sono ingrata, e non mi pento, Delfina, ma soffro, inquieta, come dopo un gravoso banchetto notturno.

Sento avventarmisi i più cupi spaventi, neri battaglioni di fantasmi confusi, che vogliono condurmi per strade dissestate che un orizzonte di sangue chiude d’ogni parte.

Abbiamo commesso un atto così strano? Spiegami, se ti è possibile, il mio turbamento e la mia paura; rabbrividisco, quando mi dici «Angelo mio», e tuttavia tendo la bocca verso di te.

Non mi guardare così, o cuore mio! O te che amerò in eterno, sorella d’elezione, anche se tu fossi una trappola preparata, il principio della mia perdizione.»

Agitando la tragica criniera e come battendo il piede sul tripode di ferro, l’occhio fatale, così rispondeva Delfina con voce dispotica: – «Chi è che osa parlare d’inferno nel luogo dell’amore?

Maledetto per sempre sia il vano sognatore che, nella sua stupidità, volle per primo, invischiandosi in un problema insolubile e sterile, mescolare l’onestà all’amore.

Colui che vuole, in un mistico accordo, unire l’ombra al calore, la notte al giorno, non scalderà mai il corpo paralitico al roseo sole che chiamiamo amore.

Va’, se vuoi, a cercarti uno stupido fidanzato, corri a offrire il tuo cuore vergine ai suoi baci crudeli; poi, piena di rimorsi e d’orrore, livida, torna a riportarmi i seni segnati di stimmate…

Non si può, a questo mondo, contentare più d’un padrone.» La fanciulla, urlando con immenso dolore: – «Sento allargarsi nel mio essere un abisso, questo abisso è il mio cuore!

Ardente come un vulcano, profondo come il vuoto! Nulla sazierà questo mostro gemebondo e ristorerà la sete dell’Eumenide che, torcia in mano, lo brucia a sangue.

Ah, che queste cortine ci separino dal mondo, e che la stanchezza apporti riposo! Voglio annientarmi nel profondo del tuo petto e trovarvi la frescura delle tombe!»

– Discendete, discendete, lamentevoli vittime, discendete per la strada dell’eterna dannazione! Buttatevi nel profondo dell’abisso, ove tutti i delitti, flagellati da un vento che non scende dai cieli,

ribollono mischiati in un fragore di tempesta. Ombre folli, correte dove vi portano i vostri desideri; non potrete mai quetare la vostra furia, e il castigo nascerà dai vostri piaceri.

Mai un fresco raggio illuminò le vostre caverne; miasmi febbrili s’infiltrano nelle crepe dei muri infiammandosi come lanterne e impregnando i vostri corpi dei loro profumi orrendi.

L’aspra sterilità dei vostri godimenti accresce la vostra sete, inaridisce la vostra pelle, e il vento furioso della concupiscenza come vecchia bandiera fa schioccare la vostra carne.

Lungi dai popoli viventi, erranti, condannate, come lupi correte i deserti; seguite il vostro destino, anime torbide, e fuggite l’infinito che portate dentro di voi!

4 • IL LETE

Vieni sul mio cuore, anima sorda e crudele, tigra adorata, mostro dalle pose indolenti; voglio immergere a lungo le mie dita tremanti nella massa pesante della tua criniera;

e seppellire la mia testa indolorita nelle gonne che il tuo profumo impregna, respirare, come un fiore passo, il dolce tanfo del mio amore defunto.

Voglio dormire, dormire, non vivere! In un sonno dolce come la morte, sul tuo corpo levigato alla pari del rame, deporrò i miei baci, senza rimorso.

Nulla, per inghiottire i miei singhiozzi languenti, vale l’abisso del tuo letto; l’oblìo tiene possente la tua bocca e il Lete scorre nei tuoi baci.

Al mio destino, divenuto ormai una delizia, obbedirò come un prescelto; martire docile, condannato innocente, che con fervore attizza il suo supplizio,

succhierò, per soffocare il mio rancore, il nepente e la cicuta benefica, alle punte incantevoli del tuo seno eretto che mai ha imprigionato un cuore.

5 • A COLEI CHE È TROPPO GAIA

Sono belli come un bel paesaggio, la tua testa il tuo gesto il tuo atteggiarti; il tuo riso scherza sul tuo viso come in un cielo chiaro fresco vento.

Il malinconico passante che tu sfiori è abbagliato dalla salute che zampilla dalle tue braccia, dalle tue spalle, come una luce.

I colori squillanti che spargi nelle tue vesti suscitano nel cuore dei poeti l’immagine d’un balletto di fiori.

Quegli abiti folli sono l’emblema del tuo spirito screziato: folle che mi rende folle, io t’odio nella misura che t’amo.

A volte in un bel giardino ove trascinavo la mia atonìa, ho sentito l’ironia del sole straziare il mio petto;

e se la primavera, il verde hanno tanto umiliato il mio cuore, ho punito in un fiore l’insolenza della Natura.

Così la notte, quando scocca l’ora della voluttà, verso i tesori del tuo corpo vorrei arrampicarmi in silenzio, come un vile:

per castigare la tua carne gioiosa, straziare il tuo seno pacificato, nel tuo fianco stupefatto aprire una larga ferita

e, vertiginosa dolcezza, attraverso queste splendenti, bellissime labbra, infonderti, sorella, il mio veleno.

6 • I GIOIELLI

L’adorata era nuda, e conoscendo il mio cuore, non aveva serbato che i suoi gioielli sonori, il cui ricco ornamento le dava l’aria vittoriosa che hanno, nei giorni felici, le schiave dei Mori.

Quando quel mondo risplendente di metallo e di pietra getta danzando il suo vivo e capriccioso suono, mi rapisce in estasi: io amo alla follia le cose in cui suono e luce si mischiano.

Ella giaceva dunque, lasciandosi amare, e dall’alto del divano sorrideva beatamente al mio amore, che dolce e profondo come il mare, saliva a lei come verso uno scoglio.

Fissando gli occhi su di me, simile a tigre mansuefatta, con aria vaga e sognante provava nuove pose, e il candore unito alla lascivia dava un incanto nuovo alle sue metamorfosi;

e il suo braccio e la sua gamba, la sua coscia e le sue reni, lisci come l’olio, sinuosi come un cigno, passavano davanti ai miei occhi limpidi e sereni; e il suo ventre e i suoi seni, grappoli della mia vigna,

si facevano avanti, più tentatori che gli Angeli del male, per turbare la calma della mia anima, e per allontanarla dalla roccia di cristallo ove s’era assisa.

Mi sembrava di veder uniti, in un nuovo disegno, le anche di Antiope al busto d’un imberbe: tanto la sua vita risaltava sul bacino. Sul fondo fulvo e bruno della pelle il belletto era stupendo!

– E, poi che la lampada s’era rassegnata a morire, solo il camino illuminava la stanza: ogni volta che mandava un rosseggiante sospiro, inondava di sangue la sua pelle d’ambra.

7 • LE METAMORFOSI DEL VAMPIRO

Dalla sua bocca di fragola la donna, contorcendosi come un serpente sulla brace e i seni strusciando contro i ferri del busto, lasciava colare queste parole tutte impregnate di muschio: «Ho le labbra umide e so l’arte di portare a perdizione su un letto l’antica coscienza. Asciugo ogni lagrima sui miei seni trionfanti e faccio sì che i vecchi ridano come i bambini. Chi mi vede nuda e senza veli, vede la luna, il sole, le stelle ed il cielo. Sono, caro sapiente, così dotta in voluttà, quando fra le braccia temute soffoco un uomo, o quando, timida e libertina, fragile e vigorosa, abbandono ai suoi morsi il mio seno, che, su questi materassi turbati, impotenti gli angeli si dannerebbero per me.»

Poi che ella ebbe succhiato tutto il midollo delle mie ossa, mi volsi languidamente verso di lei per darle un ultimo bacio: ma non vidi più che un otre viscido e marcescente. Chiusi gli occhi, preso da un freddo terrore; e quando li riapersi alla luce, al mio fianco, in un luogo del gran manichino che sembrava aver fatto provvista di sangue, tremavano confusamente pezzi di scheletro, stridendo come quelle banderuole o insegne appese a un ferro che il vento fa oscillare nelle notti d’inverno.

GALANTERIE

8 • LO ZAMPILLO

Come sono stanchi i tuoi begli occhi, povera amante! Non riaprirli, rimani a lungo nella posa abbandonata in cui t’ha sorpresa il piacere. Nel cortile lo zampillo che chiacchiera e non tace giorno né notte s’intrattiene dolcemente con l’estasi in cui m’ha tuffato stasera l’amore.

Lo zampillo apertosi in mille fiori, che Febea allegra colora, cade come una pioggia di tante lagrime.

Così la tua anima che incendia l’ardente lampo delle voluttà si slancia, rapida e ardita, verso vasti cieli incantati, per poi spandersi, smorendo, in un’onda di triste languore che per un’invisibile china scende sino in fondo al mio cuore.

Lo zampillo apertosi in mille fiori, che Febea allegra colora, cade come una pioggia di tante lacrime.

O te, che la notte abbellisce, come m’è dolce, chino sui tuoi seni, ascoltare l’eterno lamento che singhiozza nella vasca. Luna, acqua sonora, notte benedetta, alberi che rabbrividite tutt’intorno, la vostra pura melanconia è lo specchio del mio amore.

Lo zampillo apertosi in mille fiori, che Febea allegra colora, cade come una pioggia di tante lagrime.

9 • GLI OCCHI DI BERTA

Potete disprezzare gli occhi più rinomati, begli occhi della mia fanciulla, attraverso i quali filtra e fugge via un non so che di buono, di dolce come
la Notte. Begli occhi, versate su di me, le vostre incantate tenebre.

Grandi occhi della mia fanciulla, misteri adorati, voi somigliate a quelle grotte fantastiche in cui, dietro mucchi d’ombre letargiche, scintillano vagamente tesori inesplorati!

La mia fanciulla ha occhi oscuri, grandi e profondi come te. Notte immensa, e come te rischiarati! I loro fuochi sono quei pensieri d’amore e di Fede mescolati che, voluttuosi o casti, brillano nel fondo.

10 • INNO

Alla più cara, alla più bella, che inonda il mio cuore di luce, all’angelo, all’idolo immortale, salute in eterno.

Ella si espande nella mia vita come un’aria impregnata di sale, versa il gusto dell’eterno nella mia anima affamata.

Sacchetto sempre fresco che profuma l’atmosfera d’un caro rifugio, incensiere obliato che fuma segretamente, nella notte;

come, amore incorruttibile, esprimerti con verità? Granello di muschio, invisibile, nel fondo della mia eternità!

Alla tanto cara, tanto bella che mi dà gioia e salute, all’angelo, all’idolo immortale, salute per l’immortalità!

11 • LE PROMESSE D’UN VOLTO

Amo, o pallida beltà, le tue sopracciglia abbassate, onde sembrano calare le tenebre; i tuoi occhi, neri come sono, non m’ispirano pensieri funebri.

I tuoi occhi, in armonia con i tuoi capelli neri, con la tua criniera elastica, languidamente mi dicono: «Se tu vuoi, amante della plastica musa,

seguire la speranza che in te abbiamo eccitato, e i vari gusti che professi, potrai constatare come siamo veraci dall’ombelico alle natiche;

troverai su due bei seni colmi due larghe medaglie di bronzo, e sotto un ventre liscio, dolce come velluto, bistrato come la pelle d’un bonzo,

un ricco vello, in tutto simile alla gran capellatura morbida e riccia, che ti eguaglia nella sua folta impenetrabilità, Notte senza stelle, Notte oscura.»

12 • IL MOSTRO O IL PARAVENTO DI UNA NINFA MACABRA

_I

Certo non sei, o mia cara, quel che Veuillot chiama un boccio. Gioco, amore, buona cucina ribollono in te, vecchia pentola! Non sei più fresca, o mia cara,

vecchia bambina! E tuttavia le tue insensate carovane t’hanno dato il lustro abbondante delle cose lise eppure seducenti.

Non trovo monotono il succo dei tuoi quarant’anni; preferisco i tuoi frutti, Autunno, agli insipidi fiori della Primavera! Oh no, tu non sei mai noiosa!

La tua carcassa ha dei pregi e delle grazie particolari; scopro strane spezie fra le tue saliere. La tua carcassa ha dei pregi!

Al diavolo amanti ridicoli, il melone e la zucca! Preferisco le tue clavicole a quelle di Re Salomone e compiango la gentaglia ridicola!

I tuoi capelli come un elmo blu ombrano la tua fronte guerriera, che mai pensa e poco arrossisce, e ti scendono dietro come i crini di un elmo blu.

I tuoi occhi simili al fango in cui brilla qualche fanale, ravvivati dal belletto delle tue guance, lanciano un lampo infernale. I tuoi occhi son neri come fango!

Con la sua lussuria e il suo sprezzo il tuo labbro amaro ci provoca; questo labbro, Eden che ci attira e respinge. Che lussuria, e che sprezzo!

La tua gamba muscolosa e secca sa affrontare i vulcani e malgrado neve e miseria danzare il più vertiginoso can can. La tua gamba è muscolosa e secca.

La tua pelle arida e senza alcuna dolcezza come quella d’un vecchio gendarme non sa più il sudore di quanto il tuo occhio le lagrime. (E tuttavia ha la sua dolcezza.)

_II

Sciocca, tu te ne vai al Diavolo! Volentieri ti seguirei se questa velocità mozzafiato non mi mettesse in crisi. Vattene dunque, tutta sola, al Diavolo.

Rene, polmone, garretto non mi permettono più di rendere omaggio, come sarebbe doveroso, a questo Signore. «Oimè è davvero peccato» dicono il mio rene e il mio garetto.

Oh, sinceramente soffro di non scender ai sabba, a vedere se spetazza zolfo quando tu lo baci nella chiappa. Oh, sinceramente soffro.

Sono maledettamente desolato di non essere il tuo torciere, e di prendere congedo da te, fiaccola dell’inferno. Puoi giudicare tu, mia cara, quanto io sia desolato.

Perché io t’amo da tanto tempo, essendo molto logico. E in verità, cercando l’essenza del male e volendo amare un mostro perfetto, veramente, vecchio mostro, io t’amo.

EPIGRAFI

13 • VERSI PER IL RITRATTO DI HONORÉ DAUMIER

Colui di cui ti offriamo l’immagine e la cui arte, fra tutte la più sottile, ci insegna a ridere di noi stessi, è un saggio, o lettore,

un satirico, un beffardo; ma l’energia che usa a dipingere il Male con il suo seguito prova la bellezza del suo cuore.

Il suo riso non è la smorfia di Melmoth o di Mefisto sotto la torcia di Aletto: che li brucia, ma ci agghiaccia.

Il loro riso non è, ahimè, che la dolorosa caricatura della gioia, mentre il suo, franco e aperto, brilla a testimonianza della sua bontà!

14 • LOLA DI VALENZA

Fra le tante bellezze che dovunque si mostrano capisco, amici, che il desiderio oscilli; ma in Lola di Valenza si vede scintillare l’incanto inatteso d’un gioiello rosa e nero.

15 • SUL «TASSO DI CARCERE» DI EUGÈNE DELACROIX

Il poeta in prigione, disordinato, malaticcio, il piede su un manoscritto, misura con lo sguardo infiammato dal terrore la scala di vertigine in cui si perde il suo animo.

Le risa inebrianti di cui il carcere risuona portano la sua ragione verso lo strano e l’assurdo; il Dubbio lo circuisce, e la ridicola Paura, orribile, multiforme, gli sta sempre dattorno.

Questo genio chiuso in un abituro malsano, queste smorfie, e grida, e spettri il cui sciame turbina, tumultuoso, dietro le sue orecchie,

questo sognatore risvegliato dall’orrore del suo alloggio, ecco il tuo emblema, Anima di oscuri sogni che
la Realtà soffoca tra le sue quattro mura!

POESIE VARIE

16 •
LA VOCE

La mia culla stava appoggiata alla biblioteca, cupa Babele in cui romanzo, scienza, favola, tutto, cenere latina e polvere greca, si mischiava. Io ero alto come un in-folio. Due voci mi parlavano. L’una, ferma e insidiosa, diceva: «La terra è un dolce pieno di sapore; io posso (e allora il tuo piacere non avrebbe fine) darti un appetito altrettanto grande.» E l’altra: «Vieni, oh, vieni a viaggiare nei sogni, al di là del possibile, al di là del conosciuto.» E questa cantava come il vento delle spiagge, fantasma, chissà di dove venuto, che vagando carezzava e insieme atterriva l’orecchio. Ti risposi: «Oh sì, dolce voce!» È da allora che data, ahimè, quella che si può definire la mia piaga e la mia fatalità. Dietro le scene dell’immensa vita, nel più scuro dell’abisso, vedo chiaramente dei mondi strani e, vittima della mia estatica chiaroveggenza, mi trascino dietro dei serpenti che mi mordono le scarpe. È da allora che, come i profeti, teneramente amo il deserto ed il mare; che rido nei lutti e piango nelle feste, trovando un gusto soave nel vino più amaro; che, spesso, prendo i fatti per finzioni e, gli occhi al cielo, finisco nelle buche. Ma
la Voce, per consolarmi mi dice: «Tienti i tuoi sogni; i saggi non ne hanno di più belli che i pazzi.»

17 • L’IMPREVEDUTO

Arpagnone, che vegliava il padre agonizzante, dice fra sé e sé, meditabondo, davanti alle labbra già bianche: «Mi sembra che in solaio abbiamo un numero sufficiente di vecchie assi.»

Celimene geme e dice: «Buona sono, di cuore e, naturalmente, Dio mi ha fatto bellissima.» – Il suo cuore? Indurito come un prosciutto cotto e cotto alle fiamme eterne!

Un involuto gazzettiere che si crede un luminare, dice al povero, che ha annegato nelle tenebre: «Dove lo vedi tu questo creatore del Bello, questo Redentore che ricopri di lodi?»

Ancora e meglio, conosco un tipo di gaudente che sbadiglia giorno e notte; e si lamenta, e piange, il fatuo, l’impotente, ripetendo: «Oh, voglio diventare virtuoso, comincerò fra un’ora.»

Da parte sua, l’orologio a voce bassa: «Il dannato è maturo. Ma avverto vanamente questa carne corrotta. L’uomo è cieco, sordo, fragile, come un muro abitato e tarlato da un insetto!»

E poi appare Qualcuno che tutti avevano negato e che si rivolge a loro, fiero e beffardo: «Voi vi siete, io penso, comunicati abbastanza nel mio ciborio, durante la gioiosa Messa nera…

Ognuno di voi mi ha eretto un tempio nel suo cuore; voi avete, di nascosto, baciato la mia natica immonda! Riconoscete Satana dal suo riso vittorioso, enorme e laido come il mondo!

Avete forse, ipocriti sorpresi, potuto credere che ci si possa burlare del padrone, e che con lui si possa barare; e che si possano avere due premi insieme: esser ricchi e salire al cielo?

È necessario che la preda ripaghi il vecchio cacciatore che si annoia nell’attesa della ricompensa. Vi porterò, compagni della mia triste gioia attraverso la crosta

di terra e di roccia, e la massa confusa delle vostre ceneri, in un palazzo grande come me, fatto tutto d’un solo blocco, in una pietra dura:

esso è costruito con l’universale Peccato e contiene il mio orgoglio, il mio dolore e la mia gelosia.» Intanto, un Angelo appollaiato sull’universo celebra la vittoria

di quelli il cui cuore dice: «Benedetta sia la tua frusta, Signore, e benedetto, o Padre, il dolore. Nelle tue mani la mia anima non è un vano trastullo, e la tua Prudenza è infinita.»

Il suono della tromba è così delizioso nelle sere solenni di celesti vendemmie, che s’infiltra come un’estasi in tutti coloro di cui essa va cantando le lodi.

18 • IL RISCATTO

Due campi ha per pagarsi il suo riscatto l’uomo, il tufo profondo e ricco, che con il ferro della ragione egli deve smuovere e dissodare;

per ottenere anche una sola rosa, per strappare qualche spiga, bisogna che li innaffi senza posa con le lagrime salate della sua fronte grigia.

L’uno è l’Arte, l’altro l’Amore. – Per propiziarsi il giudice, quando sarà il giorno della giustizia inflessibile,

bisognerà mostrargli granai colmi di messi e fiori le cui forme e colori guadagnino il suffragio degli Angeli.

19 • A UNA MALABRESE

I tuoi piedi son fini come le tue mani, le tue anche, ampie, da far invidia alle più belle bianche; il tuo corpo è dolce e caro all’artista pensoso; più neri della carne sono i tuoi occhi vellutati. Nei paesi caldi e azzurri dove il tuo Dio t’ha fatta nascere, tutto il tuo lavoro è accendere la pipa del tuo signore, riempire con acqua fresca ed essenze rare i vasi, cacciare dal suo letto le zanzare vaganti e, poi che il mattino fa cantare i platani, comprare al mercato gli ananassi e le banane. Lungo il giorno porti dove vuoi i tuoi piedi nudi, canticchiando sommessamente vecchie arie sconosciute; e, quando scende la sera dal mantello scarlatto, posi dolcemente il corpo su una stuoia, e allora i tuoi vaghi sogni si riempiono di colibrì e si fanno come te, graziosi e fioriti. Perché, felice fanciulla, vuoi vedere la nostra Francia, terra troppo popolosa e sofferente, e ai marinai dalle forti braccia affidando la vita, vuoi dire a lungo addio ai tamarindi che ti sono così cari? A mezzo vestita di mussola leggera, rabbrividente sotto la neve e la grandine, come rimpiangeresti i tuoi ozi liberi e dolci, se un busto brutale imprigionandoti i fianchi, dovessi nel nostro fango rimediare la cena, e vendere il profumo delle tue grazie esotiche, l’occhio assorto inseguendo nelle nostre sporche nebbie i fantasmi sparsi dei tuoi alberi assenti…

SUPPLEMENTO AI FIORI DEL MALE

1 • A THÉODORE DE BAINVILLE 1842

Tu hai afferrato il crine della Dea con tale impeto che ti si sarebbe preso, al vedere quella tua aria di dominio e quella tua bella noncuranza, per un giovane ruffiano che atterra la sua amante.

L’occhio chiaro e infiammato dalla precocità hai mostrato il tuo orgoglio d’architetto in costruzioni la cui audacia misurata anticipa la tua maturità.

Poeta, il sangue ci sfugge da ogni poro: forse l’abito del Centauro che mutava ogni vena in funebre ruscello

era tinto tre volte nelle bave sottili di quei vendicativi e mostruosi rettili che Ercole infante strangolava nella culla?

2 •
LA PIPA DELLA PACE

Imitazione da Longfellow

_I

Ora Gitche Manito, Signore della Vita, il Possente, discese la verde prateria, l’immensa prateria dai poggi montagnosi, e là, sulle rocce della Cava Rossa, dominando lo spazio, bagnato di luce, si ergeva diritto, in piedi, grande e maestoso.

Così, convocò le genti senza fine, più numerose delle erbe e delle sabbie. E con la terribile mano spezzò un pezzo di roccia e ne ricavò una pipa superba: poi, in riva al ruscello, in un fascio enorme di canne ne scelse una lunga per farsene un cannello.

Per empirla cavò da un salice la scorza; e lui, l’Onnipossente, il Creatore della Forza, ritto in piedi, accese, come fosse un divino fanale,
la Pipa della Pace. Alto sulla Cava, fumava, eretto, superbo e intriso di luce. Era per tutte le genti il segnale supremo.

Lentamente saliva quel fumo divino nell’aria mattutina, odoroso, ondeggiante. Fu, dapprima, nient’altro che una tenebrosa striscia; poi il vapore s’azzurrò e ispessì, e sbiancò: e salendo e ingrandendo incessantemente andò a spezzarsi al duro soffitto del cielo.

Dalle più lontane cime delle Montagne Rocciose, dai laghi del Nord di onde rumoreggianti, da Tawasentha, valle impareggiabile, sino a Tuscoloosa, profumata foresta, videro tutti il segnale, il fumo alzarsi immenso e quieto nel mattino vermiglio.

Dicevano i Profeti: «Vedete la striscia di vapore che, simile a mano imperante, oscilla e in nero si distacca tremando contro il sole? È Gitche Manito, Signore della Vita, che dice ai quattro cantoni della prateria immensa: «Vi chiamo tutti, guerrieri, al mio consiglio.»

Per vie d’acqua, per strade di pianura, dai quattro angoli da cui soffiano i venti, tutti i guerrieri, di ciascuna tribù, tutti, accolto il segno della mobile nube, vennero docili alla Cava Purpurea ove Gitche Manito gli fissava l’incontro.

I guerrieri stavano nella verde prateria, in assetto e cipiglio di guerra, maculati come fogliame d’autunno; e l’odio, che porta a combattere gli uomini, l’odio che ardeva un tempo gli occhi dei loro padri, incendiava ancora le loro pupille d’un fuoco fatale.

I loro occhi erano pieni d’un odio ereditario. Or Gitche Manito, Signore della Terra, li guardava con pietà, così come un buon padre, nemico del disordine, che vede i figli combattersi e mordersi. Tale Gitche Manito per tutti quei popoli.

Steso egli su di essi, la sua destra possente per soggiogare il loro cuore e la loro angusta natura, per smorzare la loro febbre all’ombra della sua mano; poi disse loro, con la voce maestosa, simile a quella d’un’acqua tumultuante, che cadendo manda un suono mostruoso, sovrumano!

_II

«O mia posterità, deplorevole e amata! O figli miei, ascoltate la divina ragione. È Gitche manito, Signore della Vita, che parla, colui che portò nella vostra patria l’orso, il castoro, la renna ed il bisonte.

Io vi ho reso caccia e pesca agevoli; perché mai, però, il cacciatore si fa assassino? Fui io a rendere la palude ricca d’uccelli; perché, indocili figli, non v’accontentate? Perché l’uomo dà la caccia al vicino?

Sono stanco, stanco delle vostre orribili guerre. Le vostre preghiere, persino i vostri giuramenti non sono che misfatti. C’è un pericolo in voi: sta nei vostri umori opposti, mentre nell’unione sta la vostra forza. Fraternamente dunque vivete in pace fra di voi.

Riceverete presto, dalla mia mano, un Profeta, che verrà ad istruirvi e a soffrire con voi. La sua parola farà della vita una festa; ma se disprezzerete la sua perfetta saggezza, sarete destinati, poveri figli reprobi, ad essere distrutti.

Cancellate nei flutti i colori delittuosi. Sono fitte le canne e la roccia dura: ognuno può cavarne la sua pipa. Ma, più guerre né sangue. Vivete ormai da fratelli e uniti fumate
la Pipa della Pace!»

_III

D’improvviso, gettate le armi a terra, lavano nel ruscello i colori di guerra che lucevano sulle loro fronti crudeli e trionfanti. Ognuno si fa una pipa e coglie sulla riva un lungo cannello che abilmente abbellisce. Lo Spirito sorrideva ai suoi poveri figli.

Ognuno, l’anima in pace, estatica, riprese la strada, e Gitche Manito, Signore della vita, risalì, per la porta dischiusa dei cieli. – Attraverso lo splendido vapore della nube, l’Onnipossente saliva, contento di sé, immenso, profumato, sublime e radioso!

3 • MADRIGALE TRISTE

_I

Che m’importa che tu sia savia. Sii bella e triste! Le lagrime danno nuovo incanto al tuo viso, come un fiume al paesaggio: il temporale dà vita ai fiori.

T’amo soprattutto quando la gioia fugge dalla tua fronte abbattuta: quando il tuo cuore naufraga nell’orrore; quando sul tuo presente si dispiega la paurosa nube del passato;

quando dal tuo grande occhio scorre un’acqua calda come il sangue; e malgrado la mia mano che ti culla, la tua angoscia, con tutto il suo peso, strazia come rantolo d’agonizzante.

Aspiro, voluttà divina, inno profondo e delizioso, tutti i singhiozzi del tuo petto: e mi pare che il tuo cuore s’illumini delle perle che versano i tuoi occhi!

_II

So che il tuo cuore, traboccante d’antichi amori sradicati, fiammeggia ancora come una fucina, e che tu covi in seno qualcosa della superbia dei dannati,

ma sintanto, mia cara, che i tuoi sogni non saranno il riflesso dell’inferno, e che in un incubo incessante, sognando di veleni e di spade, innamorata di polvere e di ferro,

non aprendo che con timore a tutti, vedendo ovunque sventura, spasimando al sonare dell’ora, non avrai sentito la stretta del Disgusto irresistibile,

non potrai, schiava regina che m’ami, con paura, dirmi, nella torbida notte, l’anima piena di gridi: «Eccomi, mio Signore, sono pari a te.»

4 •
LA PREGHIERA D’UN PAGANO

Ah, non diminuire le tue fiamme, rinfocola il mio cuore assopito, tortura delle anime, Voluttà. Diva! supplicem exaudi!

Dea dispersa nell’aria, fiamma nel nostro sottosuolo, esaudisci un’anima infiacchita che ti consacra un bronzeo canto!

Voluttà, sii per sempre mia regina! Fatti sirena di carne e di velluto,

o versami i tuoi grevi sonni nel vino mistico e informe, voluttà, elastico fantasma!

5 • IL RIBELLE

Dal cielo precipita come un’aquila un Angelo, e afferra a pugno pieno i capelli del miscredente e gli dice, scuotendolo: «Tu devi conoscere la regola (io sono il tuo buon angelo, capisci?). Lo esigo.

Sappi che si deve amare, senza tante smorfie, il povero, il cattivo, lo storpio, l’ebete: così tu potrai fare a Gesù, quand’egli passa, un tappeto trionfale con la tua carità.

Così è l’Amore. Avanti che il tuo cuore divenga indifferente, riaccendi la tua estasi alla gloria di Dio: è questa la vera, duratura Voluttà.

E l’Angelo, castigando nella misura che ama, tortura con le sue mani di gigante il maledetto. Ma il dannato risponde sempre: «No, non voglio!»

6 • L’AVVERTITORE

Ciascun uomo degno del suo nome ha nel cuore un Serpente giallo che, installato come su di un trono, se egli dice: «Voglio!», risponde: «No!»

Figgi i tuoi occhi negli occhi immoti di Satiresse o di Naiadi e il Dente dirà: «Pensa al tuo dovere!»

Fa’ dei figli, pianta degli alberi, polisci dei versi, scolpisci dei marmi, e il Dente dirà: «Questa sera sarai vivo?»

Qualunque cosa abbozzi e speri, l’uomo non vive un solo istante senza subire l’avvertimento dell’insopportabile Vipera.

7 • EPIGRAFE PER UN LIBRO CONDANNATO

O lettore quieto, bucolico, o sobrio, ingenuo uomo perbene, getta questo libro saturnino, tutto orge e malinconie.

Se non hai seguito retorica da Satana, il furbo decano, getta… Non vi capirai nulla e mi crederai isterico.

Ma se, senza lasciarti irretire, sai calare negli abissi, leggimi: imparerai ad amarmi.

Anima curiosa che soffri e vai cercando il tuo paradiso, compiangimi… O sii maledetto.

8 • RACCOGLIMENTO

Stai quieto, mio Dolore, stai calmo. Invocavi
la Sera: eccola, scende e un’atmosfera scura avvolge la città, apportando agli uni pace, agli altri affanno.

Mentre la moltitudine vile dei mortali, sotto la sferza del Piacere, carnefice impietoso, va a cogliere rimorsi nella festa servile, dammi la mano, o mio dolore, vieni da me,

lontano da loro. Vedi affacciarsi dai balconi del cielo gli Anni defunti in vestiti antiquati, vedi sorgere dal fondo delle acque il radioso Rimpianto;

il sole addormentarsi moribondo sotto un ponte; e come un lungo sudario strusciante a Oriente, ascolta, mio caro, ascolta la dolce Notte che avanza.

9 • IL COPERCHIO

Vada per mare o per terra, in un clima ardente o sotto un sole bianco, servitore di Gesù o di Citera, oscuro mendicante o Creso opulento,

cittadino, campagnolo, vagabondo o sedentario, svelto o lento di cervello che sia, dovunque l’uomo è oppresso dal terrore del mistero e non osa guardare verso l’alto che tremando.

Lassù, il Cielo, muro di caverna che lo schiaccia, soffitto illuminato per un’opera buffa, dove ogni guitto calpesta un suolo insanguinato;

terrore dell’ateo, speranza del folle eremita: il Cielo! Coperchio nero della grande marmitta in cui impercettibile e immensa bolle l’Umanità.

10 •
LA LUNA OFFESA

O Luna, che i nostri padri adoravano con discrezione, dall’alto dei paesi azzurri ove, radioso serraglio, gli astri in lieto corteo ti seguono, mia vecchia Cinzia, lampada delle nostre tane,

vedi gli amanti, sui loro felici giacigli, dormendo, mostrare il fresco smalto della bocca; il poeta puntare con la fronte sulla sua opera; sotto le erbe aride accoppiarsi le vipere?

E, sotto il tuo giallo domino, vai, come un tempo, con piede furtivo, da sera a mattino, a baciare la bellezza matura d’Endimione?

«O figlio misero d’un tempo impoverito, vedo tua madre che piega la greve massa dei suoi anni verso lo specchio, imbellettando artificiosamente il seno che t’ha nutrito.»

11 • L’ABISSO

Pascal aveva il suo abisso, che mai lo lasciava. – Ahimè, tutto è abisso, – azione, desiderio, sogno, parola! E sui miei capelli ritti sento mille volte passare il vento della paura.

In alto, in basso, dovunque la profondità, la riva, il silenzio, lo spazio pauroso e affascinante… In fondo alle mie notti col suo dito sapiente disegna un incubo multiforme, senza requie.

Ho paura del sonno come d’un gran buco colmo di un vago orrore, del quale non sai la fine; non vedo che infinito da tutte le finestre.

E il mio spirito di continuo minacciato dalla vertigine, invidia l’insensibilità del nulla. – Ah! Che io non esca mai dai Numeri e dagli Esseri!

12 • I LAMENTI DI UN ICARO

Gli amanti delle prostitute sono felici, pasciuti, allegri; quanto a me, le mie braccia son rotte per aver abbracciato solo nuvole.

È grazie agli incomparabili astri che ardono nel profondo del cielo che i miei occhi consunti non vedono che ricordi di soli.

Vanamente ho preteso trovare il centro e la fine dello spazio: sento che la mia ala si spezza sotto non so che occhio di fuoco;

e arso dall’amore del bello non avrò l’onore supremo di dare il mio nome all’abisso che mi sarà tomba.

13 • L’ESAME DI MEZZANOTTE

La pendola, sonando mezzanotte, ci porta ironicamente a ricordare come ci comportammo nel giorno che fugge: – Oggi, data fatidica, venerdì tredici, abbiamo, ad onta di tutto ciò che sappiamo, vissuto da eretici.

Abbiamo bestemmiato Gesù, il più incontestabile degli Dei? Come un parassita a tavola di qualche mostruoso Creso, abbiamo, per far piacere al bruto, degno vassallo dei Demòni, insultato quel che amiamo, adulato quel che ci ripugna;

servili carnefici, abbiamo rattristato il debole a torto disprezzato; salutato l’enorme Stupidità dalla testa di toro; baciato la stupida Materia devotamente, e benedetto della putrefazione la tremula fiammella.

Infine, per annegare la vertigine nel delirio, noi, sacerdoti orgogliosi della Lira – la cui gloria è dispiegare l’ebbrezza delle cose funebri – abbiamo bevuto senza sete, mangiato senza fame…! – Su, soffiamo sulla lampada, nascondiamoci nelle tenebre!

14 • BEN LONTANO DA QUI

Qui è la sacra capanna, qui la fanciulla riccamente ornata, tranquilla, sempre pronta;

con una mano si sventaglia il seno, e, il gomito appoggiato ai cuscini, ascolta il pianto delle fontane:

è la stanza di Dorotea. La brezza e l’acqua cantano di lontano, per cullare questa bambina viziata, la loro canzone singhiozzante.

Dall’alto al basso, con cura, la sua pelle delicata è strofinata con benzoino e olii profumati. – In un angolo si consumano fiori.

Alessio Fratticcioli

Alessio Fratticcioli

Alessio è il fondatore e amministratore di Asiablog.it (anche su Facebook, Twitter e Google+). Vive in Asia dal 2006. Sta svolgendo un dottorato di ricerca in comunicazione politica presso la Monash University. Per saperne di più su questo buffo personaggio, la sua lunga e noiosa biografia si trova qui.
Alessio Fratticcioli

About Alessio Fratticcioli

Alessio è il fondatore e amministratore di Asiablog.it (anche su Facebook, Twitter e Google+). Vive in Asia dal 2006. Sta svolgendo un dottorato di ricerca in comunicazione politica presso la Monash University. Per saperne di più su questo buffo personaggio, la sua lunga e noiosa biografia si trova qui.
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