Good Morning Vietnam!

 

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(L’Espresso Hanoi-Ho Chi Minh City mentre attraversa il cuore della capitale. Davanti porta la scritta Doi Moi, Rinnovamento)

di Alessio Fratticcioli

Fino a qualche giorno fa a Ginevra, di fronte alla sede del WTO (World Trade Organization, Organizzazione Mondiale del Commercio), su uno striscione blu di grandi dimensioni, si poteva leggere “Welcome, Bienvenue, Bienvenido, Vietnam”. In seguito all’accordo firmato ad Hanoi il 7 Novembre scorso durante il Meeting annuale dell’APEC (Asia Pacific Economic Cooperation, la principale organizzazione per la cooperazione economica dell’area dell’Asia e del Pacifico), dall’11 Gennaio 2007 il Vietnam e’ divenuto ufficialmente il 150esimo membro del WTO.

I vietnamiti vedono tale traguardo come un grande, fondamentale passo verso un futuro migliore, e senza dubbio entrare a far parte di questa grande organizzazione volta a facilitare il commercio internazionale e’ una grande opportunità per il Paese del Dragone. Secondo tutti gli standard economici il Vietnam e’ ancora oggi un Paese povero, ma allo stesso tempo e’ anche l’economia asiatica piu’ veloce e dinamica dopo la Cina. Nell’ultimo decennio la crescita media e’ stata infatti del 7,25% l’anno (solo nel 2006 l’economia e’ cresciuta dell’8,2%), ciò ha raddoppiato il PIL pro capite, ed oggi si assiste all’emergere di una vera e propria classe media.

Per gli economisti, l’ingresso nel WTO, che favorirà l’aumentare del commercio con l’estero e faciliterà l’ingresso di capitali attraverso gli investimenti delle multinazionali straniere, potrebbe portare nel 2007 a una crescita superiore persino a quella della Cina. L’economista leader della Banca Mondiale in Vietnam, Martin Rama, ha predetto una crescita pari o superiore all’8% fino al 2012. Certo, l’apertura della Repubblica Socialista del Vietnam al commercio internazionale non e’ cosa di oggi. Infatti, sulla scia delle riforme di Deng Ziao Ping in Cina e della “Perestroika” di Gorbaciov in Unione Sovietica, risale al 1986 lo storico inizio della transizione di questo Paese, volto a fuoriuscire da un sistema economico caratterizzato da una rigida pianificazione e centralizzazione, politica in Vietnam denominata “Bao Cap, e l’inizio di una politica di riforma globale tesa alla liberalizzazione dell’economia e alla progressiva apertura del mercato interno agli investimenti provenienti dall’estero, denominata Doi Moi” (Doi=Cambio, Moi=Nuovo, tradotta generalmente come “Rinnovamento”).

Da allora in Vietnam, come in Cina, si e’ assistiti alla nascita di uno Stato caratterizzato da due tendenze che a prima vista potrebbero sembrare contraddittorie: lo sviluppo dell’economia di mercato da una parte, insieme al perdurare del Partito Comunista al potere dall’altra. Il periodo del Bao Cap (1975-1986) era stato estremamente duro, sia perché i meccanismi di gestione socio-economica si erano rivelati inefficienti, nonché contrari alla cultura “capitalista” e mercantile del vietnamita medio, sia perché il Paese usciva stremato da decenni di guerre. Il Bao Cap è stato un periodo di privazioni per il popolo vietnamita: la vita materiale era estremamente spartana, il cibo razionato era talmente scarso che molte famiglie per migliorare la propria dieta erano costrette ad allevare maiali e pollame nei loro già minuscoli appartamenti, con le conseguenze negative sotto il punto di vista igienico facilmente immaginabili.

Le restrizioni erano applicate inoltre anche al campo intellettuale, artistico, creativo e spirituale: il Vietnam era uno stato di polizia dove ogni forma di dissenso veniva punita severamente. Perciò il Doi Moi fu per molti aspetti una vera liberazione, anche se chiaramente ci volle del tempo prima che il Paese inizio’ a risollevarsi, anche considerando il fatto che molti effetti positivi delle riforme vennero limitati dal contemporaneo smantellamento del COMECON e dal crollo dell’Unione Sovietica, e successivamente dalla crisi economica asiatica. Da anni perciò il Governo di Hanoi, che la scorsa primavera ha accolto Bill Gates con onori riservati forse nemmeno ai capi di Stato, gioca senza più complessi la carta del capitalismo, e i successi della nuova politica sono sotto gli occhi di tutti. Piattaforma delle delocalizzazioni di molti Paesi, il Vietnam registra una crescita record, un aumento delle sue esportazioni del 25% annuo e un incremento esponenziali degli Investimenti Esteri, che lo scorso anno sono arricati alla cifra record di 10 miliardi di dollari.

La povertà estrema e’ stata ridotta drasticamente: in cinque anni la percentuale di persone che vive con meno di un dollaro al giorno e’ passata dal 50% all’8%. La speranza e’ che con l’ingresso nel WTO il trend possa continuare, considerando anche come una delle grandi forze di questo Paese sia la sua giovinezza: la meta’ degli 85 milioni di vietnamiti ha meno di 25 anni. Per questo il Governo ha deciso di puntare su di loro sostenendo la formazione e la crescita professionale.

Già da qualche anno la legislazione vietnamita è considerata tra le più liberiste dell’Asia, ora i regolamenti del WTO elimineranno anche le proibitive quote statunitensi imposte sui prodotti tessili e manifatturieri vietnamiti, settori industriali che senza dubbio saranno tra quelli che avranno più vantaggi dalle liberalizzazioni, tanto che alcuni economisti prevedono che il Vietnam diverrà a breve uno dei maggiori esportatori di tali prodotti a livello mondiale.

Va ricordato pero’ che il Vietnam parte da un livello economico estremamente basso (il Pil pro-capite e’ il 20% di quello della vicina Thailandia) e presenta ancora un’economia in transizione (da un sistema socialista a uno di libero mercato), per cui l’imposizione del WTO di rimuovere i sussidi per determinati settori economici e di incrementare il livello di libera concorrenza con l’estero, se come detto avrà effetti positivi per alcuni, avrà senza dubbio effetti violenti su molti altri. Più di 2000 aziende statali, che oggi contribuiscono ancora a circa un terzo del Pil e danno lavoro a milioni di persone, dal momento in cui perderanno i finanziamenti pubblici e verranno più o meno liberalizzate rischiano praticamente la bancarotta. Per quanto riguarda il settore agricolo, che pur producendo solo il 20% del Pil da lavoro a circa la metà della popolazione, i tagli dei sussidi richiesti dal WTO per una ampia gamma di prodotti minerà la loro competitività nazionale ed internazionale.

Il Governo ha comunque grandi aspettative per lo sviluppo della sua “economia socialista di mercato”, che poi in realtà di socialista ha conservato ben poco. Quel che e’ rimasto e’ un pachidermico settore statale, ma le grandi aziende pubbliche operano ormai in modo nazional capitalistico. Dunque in qualche modo la politica economica vietnamita e’ oggi molto più Gaullista che comunista, nel senso che mira a costruire campioni nazionali in settori quali quello energetico e navale. E’ chiaro perciò che il modo in cui il Governo deciderà di smantellare le industrie inefficienti (in quanto non in grado di competere in un sistema di libera concorrenza) e aiutare (finanziariamente o con speciali training per riqualificarli) i tanti lavoratori che perderanno il loro lavoro o i contadini che saranno costretti a spostarsi nelle città, avrà delle implicazioni importantissime per la vita di milioni di famiglie, e perciò di riflesso per la stabilita’ sociale. Questa società affronterà negli anni a venire una vera e propria rivoluzione, con ritmi di sviluppo altissimi e un grande rimescolamento sociale, ma i vietnamiti, come e’ noto, hanno fama di dare il meglio in situazioni avverse, per cui le bandiere rosse che orgogliose sventolano al sole di fronte a quasi ogni casa e palazzo di questo Paese, dalle catapecchie galleggianti dei pescatori della Baia di Halong agli eleganti edifici francesi di Hanoi, dai moderni grattacieli a vetri di Città Ho Chi Minh alle capanne dei contadini, sembrano oggi come lanciare un monito al mondo intero: ‘Attenzione, una nuova Tigre Asiatica si e’ svegliata!’. Per cui, ancora una volta: ‘Good Morning, Vietnam!’

(Pubblicato sul web-magazine E-Generation, Marzo 2007, www.egmagazine.eu )

Alessio Fratticcioli

Alessio è il fondatore e amministratore di Asiablog.it (anche su Facebook e Twitter). Vive in Asia dal 2006. Sta svolgendo un dottorato di ricerca in comunicazione politica presso la Monash University. Per saperne di più su questo buffo personaggio, la sua lunga e noiosa biografia si trova qui.
Alessio Fratticcioli

About Alessio Fratticcioli

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