Pechino 2008: La Rivoluzione Cinese sublimata dai Giochi Olimpici

Paramilitari si organizzano per la festa Olimpica

Tibeta tra violenza, nonviolenza e repressione

In un articolo sul Tibet, Gennaro Carotenuto scrive:

“C’è un paese che possiede l’arma atomica. C’è un paese che possiede armi di distruzione di massa da distruggere il pianeta. C’è un paese che possiede armi chimiche e batteriologiche. C’è un paese che reprime il dissenso. C’è un paese dove i diritti civili basici, la salute, l’educazione, sono garantiti solo se paghi. C’è un paese che viola i diritti umani, usa la pena di morte e la tortura. C’è un paese che ha un esercito enorme, ben addestrato e ancor meglio armato. C’è un paese che sistematicamente manipola l’informazione. C’è un paese che ha fatto investimenti enormi all’estero e può tenere per le palle l’economia di mezzo mondo. C’è un paese che invade altri paesi e altri potrebbe invaderne in futuro.

No, questo paese non sono gli Stati Uniti d’America, anche se rispettano tutte queste caratteristiche e ainda mais. Questo paese è la Cina. La Cina che in questi giorni continua a tenere con il pugno di ferro il Tibet, che, fuor di retorica, è un paese pacifico e pacifista fino a sembrare imbelle nella sua dignità. La lezione del Dalai Lama, così altra e stridente rispetto ai toni muscolari soliti merita profonde riflessioni.

Queste riflessioni, vecchie di qualche mese, sono ancora attuali: Lhasa continua ad essere presidiata da migliaia di soldati e le strade continuano ad essere semideserte. Ad aprile gli ultimi testimoni occidentali riferirono di come circa duecento camion con una media di 50 soldati l’uno sono affluiti nella capitale tibetana in pochi giorni.

Poi ci sono state altre manifestazioni e proteste “minori”, e altri morti, in altre regioni dell’immenso altipiano del Tibet, il Tetto del Mondo.

Non sappiamo quanto siano realistiche le fonti ufficiali cinesi che continuano a parlare di poche decine di vittime, mentre danno spazio alla posizione di alcuni cittadini, probabilmente non pochi visto il forte nazionalismo di cui e’ impregnato il cinese medio, che invocano alla “guerra di popolo” per “battere il separatismo, denunciare e condannare gli atti malevoli di queste forze ostili e mostrare alla luce del giorno il volto odioso della cricca del Dalai Lama“.

Da parte sua, il Dalai Lama – accusato dal Governo della Repubblica Popolare Cinese (RPC) di essere, con “la sua cricca” (il Governo Tibetano in esilio) dietro alle violenze – alla domanda postagli durante i giorni caldi delle manifestazioni, proteste e violenze in Tibet (ma anche in Nepal e India) Può lei fermare le violenze?” ha risposto:

«Io non ho questo potere. E’ un movimento di popolo, e io considero me stesso un servo, un portavoce del mio popolo. Non posso domandare alla gente di fare o non fare questo e quello.»

Nella sua spiegazione ha poi analizzato lo stato delle cose maturate in questi ultimi 60 anni di dominio dell’etnia Han sulla popolazione locale, definendogenocidio culturale in attola politica di Pechino verso il Tibet.

Intenzionalmente o no, assistiamo a una certa forma di genocidio culturale. E’ un tipo di discriminazione: i tibetani, nella loro terra, molto spesso sono cittadini di seconda classe. Recentemente le autorità locali hanno addirittura peggiorato la loro attitudine verso il buddismo tibetano. E’ una situazione molto negativa, ci sono restrizioni e cosiddette rieducazioni politiche nei monasteri.

Ho notato negli anni recenti che tra i tibetani che vengono qui dal Tibet è cresciuto il risentimento, inclusi alcuni tibetani comunisti, che lavorano in diversi dipartimenti e uffici cinesi. Sebbene siano ideologicamente comunisti, siccome sono tibetani hanno a cuore la causa del loro popolo. Secondo queste persone più del 95 per cento della popolazione tibetana è molto, molto risentita. Questa è la principale ragione delle proteste, che coinvolgono monaci, monache, studenti, persone comuni.

Il Dalai Lama ha tenuto a precisare la sua posizione:

Nelle mie dichiarazioni, nel corso degli anni, ho spesso menzionato che davvero, dico davvero, vorrei supportare il presente leader Hu Jintao nel comune slogan di sostenere e creare un’armonia sociale. Voi sapete che noi non cerchiamo la separazione, il resto del mondo lo sa. Inclusi alcuni tibetani, inclusi i nostri sostenitori occidentali ed europei, o indiani che sono critici verso il nostro approccio perché secondo loro non cerchiamo l’indipendenza, la separazione. Ma sfortunatamente, i cinesi hanno trovato una scappatoia per accusare noi di quanto sta avvenendo.

Dopo aver sottolineato le tante critiche alla sua linea, il Dalai Lama ha però anche voluto far sapere che

un numero crescente di cinesi ci stanno manifestando solidarietà. Studiosi cinesi e ufficiali governativi privatamente appoggiano il nostro approccio della via di mezzo.

Il Dalai Lama ha chiesto l’unica cosa che potrebbe sgombrare ogni dubbio sulle vicende delle violenze in Tibet:

Per favore indagate da soli, se possibile lo faccia qualche organizzazione rispettata a livello internazionale, indaghi su che cosa è successo, su qual è la situazione e quale la causa. All’esterno tutti vogliono sapere, me compreso. Chi ha davvero creato questi problemi adesso? In realtà credo che tutti sappiano qual è il mio approccio. Ognuno sa qual è il mio principio, completa non violenza, perché la violenza è quasi come un suicidio. Ma che il governo cinese lo ammetta o no, c’è un problema. Il problema è che l’eredità culturale nazionale è in una fase di serio pericolo. La nazione tibetana, la sua antica cultura muore. Tutti lo sanno. Pechino semplicemente si affida all’uso della forza per simulare la pace, ma è una pace creata con l’uso della forza e il governo del terrore. Un’armonia genuina deve venire dal cuore del popolo, sulla base della fiducia, non della paura.

Per questo la comunità internazionale ha la responsabilità morale di ricordare alla Cina che deve essere un buon ospitante dei Giochi Olimpici. Ho già detto che la Cina ha il diritto di tenere le Olimpiadi, e che il popolo cinese ha bisogno di sentirsi orgoglioso di questo.

Il Dalai Lama ha ricordato che ci sono state sei conferenze bilaterali tra la Cina e i suoi inviati “fin dal febbraio 2002”. Ma la Cina “ha iniziato a indurire la sua posizione sul problema tibetano dal 2006”, intensificando le critiche nei suoi confronti.

Successivamente in un’altra intervista (alla Bbc) il Dalai Lama ha detto di aver ricevuto dei rapporti secondo i quali le violente proteste anticinesi a Lhasa potrebbero aver causato “almeno 100 morti”. Ammettendo che la cifra è impossibile da verificare, ha aggiunto di temere in ogni caso che “potrebbero esserci altri morti, a meno che Pechino non cambi la sua politica verso le regioni himalayane controllate dal regime”.

Ma chi sono questi giovani tibetani che si ribellano contro l’occupazione cinese? E cosa ne pensano i cinesi?

Secondo l’inviato in Cina de La Repubblica Federico Rampini essi sono:

una gioventù bruciata, che rispetta il Dalai Lama ma non lo ha mai conosciuto ed ha anche una idea vaga dei suoi insegnamenti, una generazione che pratica il buddismo ma sogna l’Occidente. I cinesi hanno portato l’istruzione, le automobili e Internet, ma si tengono i posti di lavoro migliori. Ci sono tutti gli ingredienti generazionali e sociali per un ‘68 tibetano, o una Tienanmen a Lhasa, anche perché la composizione demografica del Tibet (dove non vige la legge del figlio unico) è caratterizzata da una percentuale di giovani molto più alta che nel resto della Cina.” (1).

Rampini spiega anche cosa pensano davvero i cinesi del Tibet:

dalle famigliole che si incontrano la sera nei ristoranti popolari di Pechino, ai giovani che si esprimono sui blog, si sente vibrare un´indignazione ben diversa dalla nostra. «I tibetani sono degli ingrati», è una delle frasi più moderate che ho sentito in questi giorni. Ingrati, perché i cinesi sono convinti di aver fatto molto per loro: prima li hanno liberati da una teocrazia feudale e parassitaria, poi gli hanno costruito ospedali, strade, aeroporti e ferrovie, li hanno alfabetizzati.

E’ insomma il millenario senso di superiorita’ cinese, che dal suo civilizzato Impero di Mezzo illumina col progresso i barbari che lo circondano.

Ma, prosegue Rampini,

come tutta risposta gli «ingrati» si scatenano nelle scene di violenza contro la popolazione cinese, riprese dalla tv di Stato nei giorni scorsi.

Dunque questo sentimento di rabbia verso un figlio adottivo (per la verita’ non troppo amato) che dopo aver ricevuto tanto si ribella al padre padrone non e’ solo la versione ufficiale del Politburo della RPC, e’ proprio cosa pensa il cinese medio dei tibetani.

Addirittura, e qui il lettore che non conosce a fondo la cultura cinese e che per analizzare queste vicende utilizza ”categorie occidentali” potrebbe rimanere scioccato o incredulo, questi ragionamenti non sono affatto solo il frutto della manipolazione dell’informazione all’interno della RPC.

Non e’ solo la propaganda del regime a generare questi punti di vista.

Infatti, scrive ancora Rampini,

“a pensarla così non sono soltanto i cinesi che vivono dentro le frontiere della Repubblica popolare e quindi sono sotto l´influenza della propaganda, di un´informazione censurata e manipolata. So che perfino le comunità di studenti cinesi nelle università americane di fronte agli avvenimenti del Tibet si arroccano, si sentono circondate da un muro d´incomprensione. Sentono montare l´ostilità degli occidentali. Ascoltando le accuse rivolte a Pechino, si considerano le vittime di un linciaggio ideologico. Questi giovani cinesi che da anni vivono negli Stati Uniti hanno ricevuto le notizie recenti dal Tibet come le abbiamo avute noi; hanno sentito parlare il Dalai Lama; hanno letto e ascoltato i nostri commenti. Eppure anche nei campus universitari americani i cinesi condividono il parere dei loro connazionali su quegli «ingrati» dei tibetani. La verità è che molti cinesi del Ventunesimo secolo hanno verso una parte del proprio Paese un atteggiamento che evoca quello dei pionieri americani dell´Ottocento. I tibetani sono i loro indiani pellerossa: dei selvaggi, incapaci di adattarsi alla rivoluzione industriale. I cinesi si sentono portatori di una missione civilizzatrice. Considerano i tibetani un popolo inferiore. Chi non ha traversato per esteso la Cina non può rendersi conto di questo paradosso: la nazione più popolosa del pianeta è per lo più un territorio disabitato. I cinesi etnici o han stanno quasi tutti concentrati nelle regioni costiere dell´est e del sud, dove la densità della popolazione è altissima. Restano ancora semivuote le aree ben più vaste che sono la Mongolia interna, lo Xinjiang musulmano, il Tibet. Lì il viaggiatore può passare settimane intere senza incontrare una vera città; a volte senza imbattersi in un´anima viva. La Cina del Ventunesimo secolo è impegnata a “portare il progresso”, colonizzandole, in quelle immense regioni che rappresentano il suo Far West: la nuova frontiera dello sviluppo. In mezzo ai deserti, o nelle steppe mongole, o su altipiani himalayani sconfinati lavorano battaglioni di tecnici e operai cinesi per fare le autostrade e le ferrovie, i tralicci dell´elettricità e i ripetitori dei telefonini. Proprio come i loro antenati emigrati in America costruivano la grande ferrovia transcontinentale che doveva unire la East Coast al Pacifico. La nuova frontiera da conquistare, il Far West cinese, rappresenta anche la grande speranza per salvare da un futuro collasso Shanghai, Shenzhen e Canton: è là nelle immensità semidesertiche che i cinesi cercano il petrolio e il gas, l´acqua e i metalli per continuare ad alimentare la crescita delle zone costiere. A metà strada fra Pechino e il Far West sono sorte gigantesche metropoli che rappresentano le “teste di ponte” della colonizzazione. Per esempio Chongqing (30 milioni di abitanti), la mostruosa piovra industriale sullo Yangze: sembra una Chicago del primo Novecento ingigantita dalla fantasia dello scenografo di Blade Runner. In quei crocevia nel cuore della Cina cozzano due flussi, quello della conquista coloniale verso ovest, e le migrazioni dei più poveri che dalle campagne arretrate fuggono per cercare lavoro in fabbrica.”

La Rivoluzione Cinese sublimata dai grandi Giochi

Questa e’ dunque la vera immagine della Cina di oggi:

un gigante impegnato in una Rivoluzione che per impatto sul pianeta e per dimensioni demografiche e geografiche e’ senza precendenti nella storia dell’uomo.

Una Rivoluzione basata su valori quasi del tutto incomprensibili per noi occidentali. Una Rivoluzione che non puo’ di certo fermarsi davanti ai corpi senza vita di poche centinaia di “barbari ingrati”.

Una Rivoluzione che non puo’ certo essere sacrificata sull’altare di “valori occidentali” quali i diritti umani, la liberta’ d’informazione, la pace olimpica.

La Rivoluzione Cinese puo’ solo utilizzare questi valori occidentali per i propri fini. Puo’ adattarsi a questi valori solo se il sacrificio economico e’ minimo.

Ma cerchera’ sempre di rispondere con gli preudo-valori del regime di Pechino: i tibetani vogliono la liberta’? Ingrati, gli abbiamo portato elettricita’, autostrade e treni ad alta velocita’. Le Olimpiadi? Si, quelle del business e della vetrina aperta sul mondo per mostrare la Cina bella, moderna, pulita dei grattacieli e della ricchezza di Pechino che tutto il mondo vedra’ assomigliare molto piu’ a New York che ai propri incubi.

Per quanto riguarda Pechino 2008, afferma giustamente Rampini, da parte del regime cinese,

finita l’operazione-simpatia, si passa dal nervosismo alla paranoia. Pechino fa marcia indietro rispetto ad alcuni progressi degli ultimi anni nella libertà di lavoro della stampa estera. L’ultimo segnale è il divieto di ogni ripresa televisiva da Piazza Tienanmen, che resterà “invisibile” ai telespettatori del mondo intero da qui alle Olimpiadi.” (3).

Insomma, nei piani del regime le Olimpiadi dovevano cancellare nell’opinione pubblica internazionale il ricordo del 1989. La Repubblica popolare si preparava a usare i Giochi per imporre un’immagine nuova, fiduciosa e rassicurante.

Oggi, a pochi giorni dall’inizio delle tanto discusse Olimpiadi di Pechino, e’ chiaro a tutti che i Giochi sono stati e verranno utilizzati come strumento di propaganda dal regime cinese tanto quanto tutte le Olimpiandi. Tanto quanto quelle del 1936 a Berlino.

Nel 1936 il ministro della propaganda Joseph Goebbels sapeva che i Giochi erano l’occasione ideale per mostrare al mondo intero la potenza germanica e la superiorità degli atleti di razza ariana. Qualcosa di simile sta accadendo oggi, con la Cina che utilizza i Giochi come palcoscenico per mostrare al mondo i suoi strabilianti successi economici.

Pechino, come Berlino nel 1936, e’ la capitale di un regime autoritario, dominato da un partito che non ammette opposizioni. «Come provarono sulla propria pelle gli studenti a Piazza Tienanmen nel 1989, qui la libertà di espressione esiste solo sulla carta: cioe’è nella Costituzione della Repubblica Popolare, uno dei testi giuridici meno applicati del mondo» *, come la Costituzione di Weimar (che il partito nazionalsocialista non aboli’ mai) ai tempi di Hilter.

A pochi giorni dal grande avvenimento, sembra che questo obiettivo sia solo in parte fallito.

Si, c’e’ stato il bagno di sangue in Tibet, ma oggi, mentre

  • continua orwelliana la propaganda ;
  • continuano imperterrite le violazioni dei diritti umani (almeno 50 cyberdissidenti marciscono in carcere e non viene loro concesso nemmeno di incontrare la moglie il giorno del loro compleanno, un numero sconosciuto di altri dissidenti han, tibetani o iuguri, o appartenenti a religioni non amate dal regime come Falun Gong sono in carcere. La Cina e’ sempre il paese col maggior numero di sentenze di morte). Le promesse fatte anni fa dal regime di Pechino sono state clamorosamente disattese ;
  • continua lo sfruttamento dei lavoratori ;
  • continua l’appoggio a regimi impresentabili come quello sudanese e quello birmano.

Nonostante tutto questo… la maggior parte dei leader mondiali si presentera’ a Pechino come se niente fosse! Come se andare a Pechino sia come andare a Tpkyo o a Parigi. Mentre invece a Tokyo o Parigi si puo’ scendere in piazza a manifestare contro il proprio governo, si puo’ scrivere e parlare, si puo’ tenere un blog antigovernativo, si puo’ pregare nel luogo di culto preferito. A Pechino no. 

E’ per questo che l’obiettivo cinese e’ solo in parte fallito.

Difatti, mentre Berlusconi non ha ancora deciso sul da farsi (probabilmente aspettera’ i sondaggi dell’ultimora), Bush dovrebbe esserci, nonostante sia Obama che la Clinton lo abbiano piu’ volte invitato a disertare, a restarsene nella sua tenuta in Texas col sua cane Barney che ama tanto.

Anche Sarkozy , che in un primo momento sembrava li leader mondiale piu’ critico verso Pechino, alla fine andra’ alla cerimonia d’apertura. Il principe Carlo d’Inghilterra invece ha dichiarato forfait alla cerimonia d’apertura per solidarietà al Tibet. Anche il segretario generale dell’ONU, il coreano Ban Ki-moon, non ci sara’. La sua assenza sara’ senza dubbio la piu’ pesante.

Degno di nota e’ stato anche l’annuncio, il 13 febbraio 2008, del regista statunitense Steven Spielberg. Spielberg ha abbandonato l’incarico di consulente artistico per l’apertura e la chiusura dei giochi olimpici. La motivazione che ha addotto a tale rifiuto risiede nella tragica situazione che vive il Darfur ed il rapporto che la Cina ha con il governo sudanese. Pechino e’è il maggiore investitore in Sudan nell’industria petrolifera e viene accusata di violare i diritti umani vendendo le armi al continente africano, rivelandosi così responsabile dei continui spargimenti di sangue. [7]

Nella Grecia Antica per tutta la durata dei giochi venivano sospese le guerre: questa tregua era chiamata Tregua Olimpica Ekecheiria. Niente del genere si vedra’ in Cina. Purtroppo Pechino ospitera’ una manifestazione della quale non condivide di fatto i valori (Liberta’, Pace).

Conclude Gennaro Carotenuto :

“Il nuovo secolo sarà cinese, e non ci piacerà.”

Articolo da leggere: Pechino 2008: Olimpiadi e diritti umani in Cina (di Amnesty International)

Alessio Fratticcioli

Alessio Fratticcioli

Alessio è il fondatore e amministratore di Asiablog.it (anche su Facebook, Twitter e Google+). Vive in Asia dal 2006. Sta svolgendo un dottorato di ricerca in comunicazione politica presso la Monash University. Per saperne di più su questo buffo personaggio, la sua lunga e noiosa biografia si trova qui.
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About Alessio Fratticcioli

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