La Tigre che insegue l’Aquila: Vietnam, Paese in via di normalizzazione

Il Vietnam ha una popolazione giovanissima e un'economia in rapidissima crescita. Hanoi, Vietnam. Foto Alessio Fratticcioli

Il Vietnam ha una popolazione giovanissima e un’economia in rapidissima crescita. Hanoi, Vietnam. Foto Alessio Fratticcioli

Hanoi – Ragazze con fini camicie di seta corrono veloci verso una casa, una famiglia, una ciotola di riso o una zuppa di tagliolini erbe e pollo. Donne con neri, lunghissimi capelli e occhi piccoli come fessure si muovono con grazia tra i vicoli – una processione di gatte misteriose, affascinanti ed orgogliose. In Thanh Niên, via della Gioventù, dove un lembo di terra che divide il Lago Occidentale dal lago Trùc Bach, appena cala il sole appare una bancarella di zuppa; poi una seconda, infine una terza. Sui marciapiedi, mille paia di scarpe sparse in terra e pile di capi di vestiario appoggiati su dei teli attendono i loro clienti. Pochi metri più lontano, un venditore di succo di canna da zucchero racconta qualcosa a una dozzina di ragazzini e tutti scoppiano in una gran risata. Il traffico scorre caotico, costantemente congestionato, con le motorette che zampillano da tutte le parti come cavallette impazzite. Gas di scarico, clacson e rombi di motore si fondono con le zaffate di spezie e cibi fritti nei viali tortuosi della capitale. Hanoi non è mai tanto bella quanto in estate, quando le stradine del quartiere vecchio e i vialoni del quartiere francese sono avvolti dal colore degli alberi in fiore.

Il Vietnam di oggi è una nazione piena di sogni e aspirazioni, un Paese nel bel mezzo di un boom economico impressionante, ma allo stesso tempo ancora forte di un potenziale enorme. L’atmosfera è elettrica e l’energia che si sprigiona dal cambiamento sociale è palpabile. Per capire cosa sta succedendo a questo Paese, innanzitutto bisogna fare attenzione a non cadere nella trappola di usare la propria cultura come metro di giudizio, il ché finirebbe per impedirci di comprendere le radicali trasformazioni che il Vietnam ha intrapreso a partire dalla fine degli anni Ottanta. Va sottolineato che sviluppi che molti occidentali danno ormai per scontato — telecomunicazioni, farmacie e ospedali forniti di medicine, disponibilità e qualità dei beni di consumo, industria del turismo, della ristorazione e servizi in genere — erano semplicemente inimmaginabili fino a 20 anni fa. In un paese dove, una generazione fa, solo pochi benestanti avevano un telefono in casa e poteva essere problematico persino fare una telefonata da un quartiere all’altro, oggi anche il più umile dei netturbini a volte interrompe il suo lavoro per parlare al cellulare. Lo stesso vale per i mezzi di trasporto: decisamente, il Vietnam non è più nemmeno il paese dei risciò e delle biciclette. Uno scooter è praticamente alla portata di tutti, mentre un numero sempre maggiore di “nuovi ricchi” può permettersi di acquistare un SUV coreano o una jeep giapponese. Occasionalmente per strada si incontrano Limousine, Porsche e Ferrari.

Il Vietnam sta cambiando a vista d’occhio, giorno dopo giorno. Lo si vede dalle aziende che aprono dove fino a ieri non c’era lavoro, dai grattacieli che s’arrampicano sempre più in alto, dai ponti che saltano fiumi che prima potevano essere superati solo a bordo di traghetti e dalle strade che spezzano quei campi in cui faticano bufali e mondine. Nelle città, praticamente ogni via ha il suo cantiere: baraccopoli ed eleganti edifici francesi vengono demoliti e sostituiti da moderni palazzi a vetri, mentre nuove aree urbane vengono create per assorbire il sempre crescente esodo di giovani che dalle campagne migrano nelle città. I traporti e i mezzi di comunicazione migliorano quasi prodigiosamente, i centri commerciali nascono come funghi, mentre si moltiplicano nuovi cinema multisala che proiettano quotidianamente stupide commedie hollywoodiane, coreane e cinesi. Il tutto è condito da innumerevoli karaoke multicolore e coffee shop per tutti i gusti. Seppure in modo meno visibile, anche le aree rurali sono state investite dal cambiamento, con acqua, elettricità e servizi che sono arrivati praticamente ovunque. C’è chi sostiene che il Vietnam stia andando nella direzione giusta, chi in quella sbagliata. Quel che è sicuro è che sta andando, velocissimamente.

Di pari passo con l’impetuosa crescita economica, tutta la società sta mutando ad una rapidità senza precedenti, come desiderosa di colmare il baratro che decenni di guerre e miseria avevano scavato con il resto del mondo. Chi sta traendo i maggiori benefici da questa rivoluzione sono le nuove generazioni. Hanoi, Città Ho Chi Minh e gli altri grandi centri che, bollati come città dormienti dai visitatori di dieci anni fa, si sono trasformati in metropoli vibranti di vita 24 ore al giorno. In pochi anni, non solo la cultura della gente è cambiata, ma una fetta sempre maggiore della popolazione ha la possibilità, oltre che di mandare avanti la propria famiglia, anche di acquistare motociclette, automobili e vestiti all’ultima moda, passare le serate nei locali o andare a mangiare in ristoranti di lusso. Nelle grandi città, dove, fino a pochi lustri orsono, un occidentale avrebbe faticato a trovare un piatto di pasta, oggi non solo ci sono migliaia di ristoranti che offrono cucina straniera, ma vengono frequentati in sempre maggior numero da una clientela di giovani vietnamiti che possono permettersi i prezzi relativamente alti. In quello che era un paese paria della comunità internazionale, sotto boicottaggio nordamericano fino al 1993, le opportunità che si stanno aprendo per i giovani sono enormi. Almeno nelle città, praticamente tutti possono utilizzare internet per comunicare con amici e parenti attraverso il Paese, in Australia o in America. Gli internet point sono sempre pieni di ragazzini che giocano con gli stessi videogiochi dei loro coetanei americani o giapponesi, che guardano su youtube le ultime prodezze della loro squadra di calcio inglese preferita o, almeno i più fortunati, che cercano borse di studio per studiare all’estero. La qualità della vita e le opportunità di un giovane vietnamita di oggi sono distanti anni luce da quelle dei suoi genitori, cresciuti in case senza telefoni, senza bagni, senza medicine, e a volte anche senza corrente elettrica e senza bicchieri per bere o posate per mangiare. In pochi paesi al mondo così tanto è cambiato in così poco tempo.

Cresciuto nel dopoguerra in un’umile famiglia fiorentina, il giornalista Tiziano Terzani è stato uno degli italiani che meglio ha conosciuto questo Paese. Dopo essersi laureato alla Normale di Pisa ed aver studiato il cinese a New York, grazie ad una borsa di studio, a trent’anni Terzani divenne uno dei pochi corrispondenti italiani in Estremo Oriente, dove ha “coperto” la Guerra del Vietnam. Terzani si distinse, oltre che per bravura, per competenza ed una buona dose di coraggio, anche per essere stato uno dei pochi giornalisti occidentali a non fuggire da Saigon quando arrivarono i comunisti, il 30 aprile del 1975. Poliglotta, idealista e progressista, durante la guerra Terzani credeva che fosse giusto che i vietcong vincessero e prendessero Saigon per farne la capitale morale di un altro paese. Il suo amico e collega Bernardo Valli dirà: “la nostra generazione, figlia di partigiani, è cresciuta ammirando le gesta di Fidel Castro e Che Guevara. Avevamo il mito dei guerriglieri comunisti. Per questo stavamo dalla parte dei vietcong e dei Khmer Rossi”. Anni dopo però, vedendo la società che ne è venuta fuori, lo stesso Terzani cambiò opinione e disse: “ci eravamo sbagliati, quella guerra non è servita a niente, è stata un’accumulazione di dolore e sofferenza, […] ma non è cambiato niente, anzi, ciò che oggi vedi succedere, la corsa al denaro, ad arricchirsi, è quello che sarebbe successo se non ci fosse stata la guerra o, peggio, se l’avessero vinta gli altri. Anzi se l’avessero vinta gli altri, questa società l’avrebbero messa in piedi prima e probabilmente anche meglio. Per cui c’è da chiedersi a cosa sia servito tutto questo”.

Nessuno sa resistere alla modernità occidentale, e nel Vietnam di oggi si notano sviluppi che riflettono un netto mutamento di valori, risultato del passaggio da una società contadina e collettivista ad una più cittadina ed individualista, risultato del ritorno trionfante dell’economia di mercato dopo la fallimentare parentesi stalinista. La nuova cultura enfatizza la competizione sfrenata, l’immagine, l’apparenza e il consumismo come unica, ultima e definitiva forma dell’essere. Sembrano lontanissimi i tempi in cui la gente doveva pretendere di apparire ancora più povera di quanto non fosse per non dare l’impressione di essere “capitalista”, per non avere noie con la “polizia del popolo”. La cultura consumista, come per vendetta, è tornata ancora più forte di prima, incontrastata ed anzi favorita dalle autorità. I sogni della stragrande maggioranza dei giovani vietnamiti si riducono ad una parola, denaro, e ai suoi mille tentacoli. Abiti firmati (anche se spesso si tratta di brutte copie locali, come Dolce&Gabana o Arnani), gioielli costosi e vistosi, gli ultimi aggeggi elettronici e via dicendo sono divenuti totem indispensabili per la gioventù vietnamita, una tribù post-stalinista che, come e più della gioventù occidentale, ha come imperativo ‘ostentare il più possibile’.

La cultura giovanile di questo paese è entrata in una fase simile a quella dei nostri anni ‘50, ‘60 o ‘70. I genitori vogliono che i loro figli abbiano successo nella vita, vogliono che evitino le privazioni della propria gioventù… e i loro figli vogliono lo stesso: godere dei risultati materiali di una qualità della vita in crescita costante. Questi giovani sono pronti a studiare e lavorare duramente per raggiungere i loro obiettivi ma, a differenza dei giovani occidentali negli anni ’50, ’60 o ‘70, non possiedono alcuno spirito di rivolta o di sfida nei confronti dei propri genitori, dei loro voleri, della loro morale o della loro cultura. I valori tradizionali come il profondissimo rispetto per i propri genitori, per gli anziani e in generale per le gerarchie sociali, insieme al senso di responsabilità comunitaria, che vengono ancora inculcati attraverso l’educazione familiare e scolastica oltre che dalla propaganda di stato, continuano a generare orde di giovani che non sanno immaginare nessun altro tipo di libertà se non quella di arricchirsi e acquistare beni di consumo. Non sanno immaginare un mondo diverso da quello che la globalizzazione gli sta cucendo addosso. Anche se si osservano le nuove e ancora marginalissime ‘subculture metropolitane’, come quelle legate al panorama dei nuovi generi musicali o al movimento degli skaters, l’impressione è sempre quella di assistere a espressioni di individualismo, allo scimmiottamento di mode che comunque il sistema lascia filtrare attraverso la televisione (segno evidente che non sono reputate eccessivamente destabilizzanti) o a un’ennesima occasione per ostentare beni di consumo moderni quali una chitarra elettrica o un nuovo skateboard. Non si intravede alcuna volontà di ribellione all’ordine costituito.

Due terzi della popolazione vietnamita ha meno di 35 anni. Sono giovani senza memoria della Guerra, del sapore aspro del napalm e del terrore dei bombardamenti. Quelle battaglie vennero combattute per senso di giustizia, per senso di decenza, per inseguire le promesse di “indipendenza, libertà e felicità”, il motto che Ho Chi Minh scelse per il suo paese. Oggi però l’indipendenza è vistosamente minacciata dalla globalizzazione economica che il Vietnam ha abbracciato entrando anche nel Wto, mentre la libertà degli individui termina dove inizia il potere del Partito Comunista e della sua ristretta elite nazionale e locale. Quanto alla felicità, invece, come abbiamo già scritto, è ormai legata a doppio filo al benessere economico. In conclusione perciò, grazie al sacrificio di generazioni di donne e uomini, oggi il Vietnam è sostanzialmente un paese in via di “normalizzazione”, con la sua “normale” concorrenza sfrenata e ingiusta stratificazione sociale, con i suoi giovani “normali” e spesso banali che fanno dell’ostentazione dei beni di consumo uno stile di vita. Che ci piaccia oppure no, il Vietnam è un Paese in cui è scoppiata la pace e, con essa, ha definitivamente attecchito il germe del modello di sviluppo e di modernità occidentale. Come scrisse Terzani, “quell’occidente sconfitto quando si presentava con le armi, oggi torna a mangiarsi l’anima di questo Paese con un modello di sviluppo e di modernità al quale nessuno sa resistere”.

Di Alessio Fratticcioli (per L’Internazionale di Micropolis, 4 novembre 2010)

Alessio Fratticcioli

Alessio Fratticcioli

Alessio è il fondatore e amministratore di Asiablog.it (anche su Facebook, Twitter e Google+). Vive in Asia dal 2006. Sta svolgendo un dottorato di ricerca in comunicazione politica presso la Monash University. Per saperne di più su questo buffo personaggio, la sua lunga e noiosa biografia si trova qui.
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About Alessio Fratticcioli

Alessio è il fondatore e amministratore di Asiablog.it (anche su Facebook, Twitter e Google+). Vive in Asia dal 2006. Sta svolgendo un dottorato di ricerca in comunicazione politica presso la Monash University. Per saperne di più su questo buffo personaggio, la sua lunga e noiosa biografia si trova qui.
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