In Asia il popolo chiede salari più alti e i governi fanno concessioni

Una lavoratrice in Vietnam.

Il fenomeno della delocalizzazione delle produzioni più labour-intensive (cioè ad alta intensità di manodopera) verso paesi con un costo della manodopera minore è un trend globale che va avanti da decenni.

Nel corso degli anni, un numero sempre maggiore di imprese nordamericane, europee, giapponesi e di altre economie mature hanno deciso di delocalizzare in Cina, nei paesi del sudest asiatico e in altre economie emergenti per approfittare del divario salariale esistente tra paesi “ricchi” e paesi “poveri.”

Nonostante le differenze salariali siano ancora marcate, e dunque i pochi fenomeni di ‘delocalizzazione al contrario’ sono l’eccezione e non la regola, negli ultimi anni un acuirsi delle tensioni sociali e un intensificarsi delle rivendicazioni salariali da parte dei lavoratori in diversi paesi asiatici hanno parzialmente modificato il quadro: in diversi paesi dell’Asia i salari stanno oggi registrando una decisa crescita.

I fattori interni a questi paesi asiatici non sono la sola ragione dietro alla crescita salariale. Molte economie asiatiche dipendono dalle esportazioni verso Stati Uniti, Giappone e Europa. Diversi paesi del sudest asiatico esportano più verso gli Stati Uniti, il Giappone e l’Europa che verso tutti gli altri paesi dell’ASEAN (Associazione delle Nazioni dell’Asia Sud Orientale) messe insieme. Di conseguenza, la crisi finanziaria globale che va avanti dal 2007/2008 sta avendo effetti negativi sulla domanda di importazioni dai paesi asiatici, ragion per cui le classi dirigenti asiatiche si stanno orientando verso un nuovo modello che comprende misure atte a far crescere la domanda interna al fine di assorbire quella parte di produzione che non trova più sbocco all’estero, e dunque rendere i rispettivi paesi meno esposti alle turbolenze di origine esterna.

In Thailandia l’attuale governo, installatosi dopo la vittoria alle elezioni del luglio 2011, pare deciso ad onorare la promessa elettorale di portare i salari minimi a 300 baht al giorno (7,50 euro), un aumento di circa il 40%. Per il momento il nuovo salario minino di 300 baht e’ entrato in vigore nella capitale Bangkok e in una serie di altre province. Dal 2013 dovrebbe essere esteso a tutto il paese.

La legge e’ stata accolta con grande soddisfazione dagli strati meno agiati della popolazione ma e’ stata molto osteggiata dagli imprenditori. Ad ogni modo, dopo una iniziale decisa opposizione, nelle ultime settimane anche alcuni imprenditori hanno finito per accettare l’inevitabilità di questo sviluppo, hanno chiesto delle contropartite (riduzione delle tasse, aiuti statali, e via dicendo) e alcuni esponenti del capitalismo thailandese hanno persino evidenziato i lati positivi della nuova legge.

“E’ stato stimato che l’aumento dei salari e il consequente incremento di spesa dei consumatori potrebbe aiutare a spingere la crescita economica di un ulteriore 1,3/1,4% nel prossimo anno,” ha dichiarato il vice-segretario della ‘Confindustria’ thailandese.

In Cina, dove negli ultimi anni gli scioperi e i disordini si sono fatti sempre più numerosi, il governo ha fatto dell’aumento degli stipendi un punto chiave del piano economico quinquennale che prevede che i salari minimi aumentino del 40% entro il 2015.

Anche la Malesia ha recentemente approvato la bozza di un provvedimento che introdurrà il salario minimo.

Altre economie per ora molto convenienti per le delocalizzazioni occidentali – come Vietnam, Cambogia, Sri Lanka e Indonesia – potrebbero presto seguire le orme di Cina, Thailandia e Malesia. Difatti, le ragioni che hanno spinto Pechino, Bangkok e Kuala Lumpur a favorire una certa crescita dei salari sono presenti anche negli altri paesi dell’area.

In primis, le classi dirigenti devono considerare l’insoddisfazione di larghi strati della popolazione e dunque il rischio di tensioni sociali che possono sfociare in atti di ribellione, come accaduto ad esempio nel 2010 a Bangkok e nel 2011 a Wukan.

In secundis, questi paesi devono diminuire la loro eccessiva dipendenza dalle esportazioni, soprattutto verso le economie mature, e ricalibrare i loro sistemi produttivi verso i mercati interni e verso i loro vicini.

Ovviamente, gli incrementi salariali non sono la panacea di tutti i problemi. Migliori salari possono garantire standard di vita più dignitosi per le classi sociali più povere e vulnerabili, limando di conseguenza le insoddisfazioni popolari. Dare più potere di acquisto alle masse significa anche sostenere la domanda interna, con ricadute positive per tutto il sistema economico. Ma potrebbero esserci anche conseguenze negative, con una maggiore inflazione.

Inoltre, le insoddisfazioni popolari che negli ultimi anni sono esplose in scontri e rivolte non sono mosse solamente da questioni economiche. Il rischio, per le classi dirigenti asiatiche, e’ che le masse dei lavoratori, anche se meglio pagati, o forse soprattutto per questo, continueranno a scendere in piazza e chiedere sempre più Diritti, più Libertà e più Giustizia.

Alessio Fratticcioli [ Blog | Twitter | Facebook ]

Alessio Fratticcioli

Alessio Fratticcioli

Alessio è il fondatore e amministratore di Asiablog.it (anche su Facebook, Twitter e Google+). Vive in Asia dal 2006. Sta svolgendo un dottorato di ricerca in comunicazione politica presso la Monash University. Per saperne di più su questo buffo personaggio, la sua lunga e noiosa biografia si trova qui.
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