Bali brucia, nell’eternità

Bali cremazione Kurti

Cremazione di un sarcofago a forma di elefante rappresentante la casta media. Kurti, Bali, settembre 2013. Foto Elisabetta Borzini

Bali  (Asiablog.it) – Quando si parla di Bali si immaginano spiagge deserte, surf, palme. C’è anche questo, ma la cosa che colpisce di più di quest’isola indonesiana è come né il colonialismo, di qui sono passati olandesi, britannici e giapponesi, né il turismo di massa abbiano scalfito minimamente le tradizioni e la spiritualità di questo popolo, estraneo in casa propria.

Bali è l’unica delle più di 13000 isole dell’arcipelago indonesiano a non avere una maggioranza islamica, l’Induismo è arrivato qui dall’India e si è adattato facendosi spazio e modellandosi attorno a religioni provenienti da tutta l’Asia. Qui infatti si possono trovare nella stessa religione componenti di Taoismo, Buddhismo e Induismo che convivono e si arricchiscono dando vita a una religione abbastanza unica al mondo che ha come caratteristica principale, e sconvolgente vista con gli occhi di un’occidentale, l’inclusione. A Bali nessuna religione è estranea, nessuna è diversa e nessuna è nemica.

Quando arrivo al villaggio di Kurti il fumo oscura le cime degli alberi, annebbia la vista, sfoca i contorni e in un attimo l’odore acre che aleggia nell’aria fa lacrimare gli occhi.

È il giorno finale, che si ripete ogni tre anni da secoli, quello in cui finalmente le anime si reincarnano. Il giorno della cremazione.

L’odore di erba bruciata mi accompagna attraverso una processione di venditori di zucchero filato e dolciumi, biglietti della riffa, palloncini, fino al luogo in cui il silenzio è solenne. L’unico rumore è quello del fuoco, che divora e purifica. Il terreno dove avviene la cerimonia lascia fuori l’atmosfera di festa, da fiera, e si veste di cerimoniosa solennità.

Tutto intorno ci sono i resti delle pire già bruciate, banconote, pezzi di tessuto, frutta, noci di cocco. Nella tradizione balinese la cremazione è l’ultima delle sette cerimonie che celebrano la morte, è un rito di passaggio a cui i parenti dei defunti assistono senza dolore: anche grazie al loro lavoro infatti questa passaggio consentirà ai loro cari di entrare in una vita migliore.

La cerimonia, solenne, alla quale assiste e partecipa tutto il villaggio si svolge una volta ogni tre anni. Negli anni che la precedono coloro che muoiono vengono seppelliti in sudari di tela e un mese prima della cerimonia le loro ossa vengo disseppellite e pulite per essere sistemate in un’urna all’interno del sarcofago che verrà bruciato. Tutti i membri della stessa famiglia vengono cremati insieme; insieme nella vita così come nella morte, in sarcofagi enormi e di forme differenti a seconda della casta di appartenenza.

L’Induismo balinese infatti, derivato da quello indiano ma modificatosi nel tempo adattandosi alla cultura locale, riconosce le caste non come classi sociali rigide e spesso degradanti, come spesso accade in India, ma come corporazioni più simili al medioevo europeo e quindi determinate da una specifica professione o qualità (la casta dei saggi, quella dei sacerdoti etc).

Quando il sarcofago, un meraviglioso involucro nel quale presentarsi purificati alla prossima vita, finisce di bruciare, gli uomini del villaggio raccolgono le ceneri, le mettono su un piatto con delle offerte agli dei e bruciano dell’incenso.

Guardando questa scena, in cui gli uomini del villaggio si muovono con goliardia e rispetto, con forza e delicatezza, non posso non fare un parallelo con i portatori di Cristi della tradizione ligure.

In Liguria molte chiese hanno ancora delle confraternite di uomini delegati a portare il Cristo in processione. Ci sono i portatori, giganteschi e guasconi, per cui è motivo di vanto portare il crocifisso per il tratto più lungo o più arduo, e gli stramuratori, ancora troppo giovani per portare il Cristo ma a cui è consentito “stramurare” cioè tenere in equilibrio il crocifisso durante lo scambio tra portatori.

É una tradizione antica e bellissima, fatta del fruscìo delle decorazioni d’argento sulla croce e di grugniti di fatica emessi dagli uomini, il tutto accompagnato dalle voci mescolate del paese che segue la processione. Come spesso accade nelle tradizioni nate da culture rurali la magia è composta da tanti elementi, dalla goliardia alla religione passando per il machismo, Don Camillo e Peppone.

E oggi, in questo rogo festoso fatto di pire coloratissime e bambini che giocano, è difficle vedere la drammaticità della morte. Si respira aria di festa, di rinascita e chi è qua non può che rallegrarsi per la nuova vita dei suoi cari.

Alla fine della cerimonia le ceneri di ogni famiglia sono raccolte e riposte con piccole offerte (zucchero di palma, monete, incenso) all’interno di una noce di cocco che verrà poi affidata al mare per finalizzare il passaggio all’altra vita con il ritorno all’acqua, elemento dal quale siamo stati generati. E così Bali non ha cimiteri, se non quelli provvisori dove i copri transitano in attesa della cremazione.

A differenza di quella dei portatori di Cristi in Liguria credo che questa tradizione sopravviverà perchè esprime l’essenza della spiritualità più che la vera e propria declinazione religiosa. I balinesi credono profondamente al valore spirituale delle loro tradizioni, che vengono tramandate di padre in figlio e questo consente loro di non lasciarle morire.

Quindi Bali brucia, oggi domani e, speriamo, nell’eternità.

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