Krugman: serve deprezzamento euro, non tagli salariali

drinking coffee

ISTAT: nel 2013 un quinto degli italiani non si e' potuto permettere di riscaldare casa. Il 16,6% non ha potuto comprare carne una volta ogni 2 giorni, una percentuale tre volte maggiore rispetto al 2006.

Di Paul Krugman, New York Times, 11 ottobre 2014

Chiunque si occupi di economia monetaria internazionale ha familiarità con la legge di Dornbusch:

La crisi ci mette molto più tempo di quanto si pensi ad arrivare, ma poi accade tutto molto più in fretta di quantoci si aspetterebbe.

Ed è così anche con l’ultima crisi dell’euro. Non è molto tempo fache gli austerians, coloro che hanno dettato le linee della politica macroeconomica nell’area dell’euro, si vantavano proclamando la vittoria basandosi su un modesto aumento della crescita. Poi l’inflazione è crollata e l’economia della zona euro ha cominciato avacillare – e, cosa forse più importante, tutti hanno guardato di nuovo ai fondamentali e si sono resi conto che la situazione rimane estremamente grave.

Ora, la situazione sembrava molto grave anche nell’estate del 2012, e Mario Draghi ha tirato l’Europa fuori dal baratro. E forse, e solo forse, potrà farlo di nuovo. Ma il compito si presenta molto più difficile. 

Nel 2012, il problema erano gli altissimi costi finanziari nella periferia – che noi oggi sappiamo fossero guidati più da problemi di liquidità che da problemi di solvibilità. Cioè, i mercati sostanzialmente temevano che la Spagna o l’Italia avrebbero potuto dichiarare default nel breve termine perché rischiavano di trovarsi letteralmente a corto di denaro – e i timori del mercato minacciavano di trasformarsi in una profezia che si autoadempie. E tutto quel che ci è voluto per disinnescare quella crisi sono state tre parole: “con ogni mezzo”. Una volta che la prospettiva di una carenza di liquidità è stata esclusa, il panico si è rapidamente placato, e da allora sia la Spagna che l’Italia hanno costi di indebitamento storicamente bassi.

Quello che sta succedendo ora, tuttavia, è molto diverso. Si tratta di una crisi al rallentatore, che coinvolge l’area dell’euro nel suo insieme, la quale sta scivolando in una trappola deflazionisticacon la BCE già sostanzialmente coi tassi a zero. Draghi può cercare di andare avanti con l’alleggerimento quantitativo, ma non è affatto chiaro se potrebbe funzionare, anche nelle migliori circostanze – e in realtà deve fare i conti con dei severi vincoli politici che lo limitano su quello che può fare.

Ciò che mi colpisce, inoltre, è il grado di confusione intellettuale che c’è tuttora. La Germania sembra ancora determinata a considerare il tutto come causato dalla irresponsabilità fiscale, cosa che non solo esclude uno stimolo fiscale, ma taglia le gambe all’alleggerimento quantitativo, poiché per loro prendere in considerazione l’acquisto di debito pubblico è un anatema.

Ed è notevole, anche, come la logica della trappola della liquidità rimane vaga anche dopo sei anni – sei anni! – al limite inferiore dei tassi. Non è l’esempio peggiore, ma oggi ho letto Reza Moghadam:

“I salari e gli altri costi del lavoro sono semplicemente troppo alti, anche per gli standard dei paesi ricchi, per non parlare dei mercati emergenti concorrenti.”

Se ci si preoccupa della competitività esterna, serve un deprezzamento dell’euro, non i tagli salariali. Tagliare dei salari in una trappola della liquidità quasi sicuramente approfondisce il crollo. Com’è possibile che c’è chi ancora non riesce a capirlo?

L’Europa ha sorpreso molte persone, me compreso, con la sua capacità di recupero. E io credo che la BCE dell’era Draghi sia diventata un importante punto di forza. Ma io (e altre persone con cui parlo) sto facendo veramente fatica a capire come andrà a finire – o meglio, come potrà finire in maniera non catastrofica. È possibile che la storia di Marine Le Pen che farà uscire la Francia sia dall’euro che dall’Unione europea non sia plausibile; ma qual è il vostro scenario?

Fonte: New York Times

Alessio Fratticcioli

Alessio è il fondatore e amministratore di Asiablog.it (anche su Facebook e Twitter). Per saperne di più su questo buffo personaggio, la sua lunga e noiosa biografia si trova qui.
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