Effetto Palestina

Barriera di separazione israeliana tra il campo profughi di Shuafat e la colonia israeliana di Pisgat Zeev, Cisgiordania, Palestina. Foto Debbie Hill/UPI

Le persone non fanno i viaggi, sono i viaggi che fanno le persone. (John Steinbeck)

Il significato di questa frase di Steinbeck non mi è mai stato così chiaro come durante il mio primo viaggio in Palestina. Sapevo a cosa andavo incontro, conoscevo la situazione dell’occupazione israeliana, le ingiustizie a cui la popolazione palestinese è sottoposta quotidianamente, ma vederlo con i propri occhi è diverso. Vederlo ti catapulta dentro una realtà ben più dura di quella che immaginavi leggendo libri e articoli.

Il mio viaggio in Palestina è iniziato con enorme entusiasmo. Lo stesso entusiasmo che si è affievolito appena messo piede a Gerusalemme. La bellezza della città è oscurata dalla presenza ingombrante dei militari, dei fucili dormienti sulle spalle dei soldati che sbattono contro le teste dei bambini palestinesi che giocano per le strade della città vecchia. Entusiasmo completamente sostituito da un fortissimo senso di claustrofobia con la prima vista del muro di “separazione”, se si vuole essere politicamente corretti, o muro dell’apartheid, se si è umanamente coinvolti. L’arrivo a Betlemme è stato questo per me: la vista di un muro grigio e austero dalla parte israeliana, colorato e artistico da quella palestinese. Le scritte e i murales sono solo una delle tante forme di resistenza della popolazione. “Se non lo puoi abbattere cerchi almeno di abbellirlo” ci ha detto una signora cristiana, titolare di un negozietto di souvenir completamente circondato dal muro, mentre ci raccontava dell’impatto psicologico che questa barriera “difensiva” ha avuto sui suoi figli.

La base del nostro campo di volontariato, o meglio campo di attivazione, indignazione e coinvolgimento, aveva base ad Al Mas’ra, piccolo paesino vicino a Betlemme. L’accoglienza è stata in pieno stile mediterraneo: gli abitanti del paese hanno bussato alle nostre porte con cibo e dolci, curiosi di conoscere questo nuovo gruppo di stranieri che per qualche giorno avrebbe vissuto la loro realtà.

Spesso ci siamo trovati a dover rispondere alla domanda “perché siete qua, qual è lo scopo della vostra presenza?” Loro non riuscivano a capire a pieno il motivo del nostro viaggio, cosa ci spingesse in Palestina invece che nelle spiagge di Tel Aviv.

Allora abbiamo provato a spiegare che eravamo lì come osservatori, per riportare tutto ciò che vedevamo ad amici e parenti. E allora ti chiedono “perché? Le persone da voi non sanno cosa succede qui?”
No, non lo sanno.
Cerchi di far capire che la maggior parte dei tuoi connazionali non sa cosa succede a casa propria, figurarsi a casa dei vicini. La maggioranza è indifferente, ed è per questo che tu sei lì. Solo?
Sì, solo.

Ed è a questo punto che quell’enorme entusiasmo iniziale lascia il posto a un assoluto senso di frustrazione. Inizi a capire che sei lì solo come osservatore, che non puoi fare altro che accompagnare il contadino al suo campo circondato da colonie, o far visita a Omar, padre di cinque figli che ha rifiutato le vantaggiose offerte del governo israeliano pur di non cedere un solo centimetro del suo terreno, nel villaggio di al Walajeh. Puoi solo vedere il tunnel di cemento armato che collegherà la sua casa, circondata da un modernissimo filo elettrico, al resto della Cisgiordania; puoi attraversarlo, fotografarlo, indignarti e ammirare Omar più di qualunque persona abbia conosciuto prima di lui. Puoi disegnare cartelli e cantare slogan contro l’occupazione (1,2,3,4, occupation no more) durante le manifestazioni del venerdì, che da anni vedono abitanti dei vari villaggi, attivisti israeliani e internazionali marciare insieme, armati di sorriso e bolle di sapone, contro il posto di blocco dei militari. Puoi fare tutto questo, ma continui a sentirti profondamente inutile. O almeno io mi sentivo così.

Poi arriva il viaggio ad Hebron, e in questa città emblema dello status quo, quell’entusiasmo diventato frustrazione si trasforma in rabbia. Vedere la via del mercato, brulicante di voci, visi e colori, ricoperta da una rete che impedisce ai circa 600 coloni, protetti da oltre 2000 soldati, di gettare pietre, bottiglie e qualunque altra cosa possa ferire la dignità ancor prima che il fisico, ti fa realizzare quanto permeante sia l’incomprensione tra questi due popoli. Il ragazzo che ci fa da guida ci porta nella casa di un palestinese, adiacente al mercato. Dal tetto la separazione è ancora più evidente: da una parte le case palestinesi diroccate tra le viuzze anguste del mercato, dall’altra palazzoni nuovi, eleganti, con annesso campo da calcetto per quei bambini “eletti”, ma, a loro volta, pur sempre circondati da filo spinato.

Il paradosso della situazione risulta ancora più evidente una volta varcata la soglia della “ghost town”, città fantasma, dove ormai tutti i negozi palestinesi sono chiusi e dove, in cima ad una collina, gli israeliani banchettano tranquillamente a suon di chitarra. Una scena comune nel nostro immaginario, se non fosse che tra di loro, tra i bambini e i ragazzi che giocano e cantano, ci sono i soldati. Questa immagine, per quanto insignificante possa sembrare, mi ha fatto pensare al perché si riducano a vivere in questo modo, non a subirlo, come i palestinesi, ma a sceglierlo. Sembrano, e sono, animali allo zoo, e come tali li abbiamo fotografati in un momento di vita qualunque. Ed è a questo punto che capisci quanto profondo e radicato sia il problema dell’occupazione e quante le sue vittime.

Quando inizi a pensare di aver un quadro abbastanza completo, arrivi ad Al Mufaquara e a Susya, villaggi di beduini vicino ad Hebron, dove le forze israeliane non consentono agli abitanti di costruirsi nemmeno una tenda e, quando queste vengono tirate su “abusivamente”, ricevono subito l’ordine di demolizione. Risultato: per non abbandonare le proprie terre gli abitanti sono costretti a vivere, a sopravvivere, nelle grotte.

Qui la rabbia cessa e torna l’entusiasmo, non quello iniziale, ma un nuovo entusiasmo dato dall’aver finalmente capito davvero cosa significhi resistere. Ogni singola ora di vita di ogni singolo palestinese in queste terre è resistenza, e tu, nel tuo piccolo ne stai facendo parte. Così tutto lo sconforto provocato dal sentirsi inutile e inerme, lo stesso che provano ogni giorno i palestinesi, si trasforma in forza, in speranza. Arrivi alla consapevolezza che, per quanto difficile e disarmante, non bisogna smettere di lottare, di perseverare, ogni venerdì alle manifestazioni, ogni giorno a lavoro, ricostruendo le case e le moschee distrutte.
Resisti non svendendo il tuo terreno in cambio di una vita più comoda e felice ma meno dignitosa, continuando a sorridere nonostante tutto.
Resisti venendo qua, a vedere con i tuoi occhi tutto questo.
Resisti tornando, perché sai che non potrai farne a meno.
Arrivata all’ultimo giorno di campo realizzi che la vera domanda non è cosa tu puoi fare per la Palestina, ma cosa la Palestina ha fatto a te.

                                                        

Era l’11 settembre 2012, una data simbolica per concludere il mio primo viaggio in Palestina. Esattamente un anno dopo, il 5 settembre 2013, stavo chiudendo le valigie per volare di nuovo a Tel Aviv.
Questa volta con molta più ansia: il deteriorarsi della situazione in Siria, le minacce di Obama di un imminente intervento armato e il pensiero di dover affrontare i controlli di sicurezza all’ingresso di Israele non giovavano al mio spirito inquieto e non mi facevano dormire ormai da giorni.
Tutto era pronto, account ripuliti, versione ripetuta fino alla nausea. L’aereo atterra, recupero la valigia ed eccomi lì, inerme davanti al ragazzo che mi invita ad avvicinarmi al gabbiotto dei controlli di sicurezza.
Indosso il mio miglior sorriso e avanzo con grazia, mi chiede i documenti:
“Come si chiamano i tuoi genitori e che lavoro fanno? Qual’è il significato del tuo cognome? (Masala, in effetti suona vagamente arabo) È la tua prima volta in Israele? Quanto rimarrai? Dove? Conosci qualcuno qui? Qual’è il motivo della tua visita?
Dopo essere riuscita a districarmi tra mille domande dal tono inquisitorio durante i 15 minuti più lunghi della mia vita, squilla il telefono del gabbiotto, arriva il mio lasciapassare.
Come una bambina corro verso l’uscita dell’aeroporto per fumare quella prima sigaretta che sa di libertà.
Da questo momento in poi avranno inizio i tre mesi più assurdi della mia esistenza.
Raccontarli tutti sarebbe impossibile, molto di quello che è successo non è stato metabolizzato, molto deve ancora essere inquadrato nella sua giusta ottica per poter essere realmente compreso ed io sono, dopo più di un anno da quell’esperienza, tuttora troppo coinvolta per analizzare con distacco.

La Palestina è come una folata di vento, arriva, ti travolge e ti restituisce al mondo spettinata.

Questi tre mesi mi hanno però aiutato a scoperchiare il vaso che contiene i veri mostri generati dall’occupazione israeliana e a capire come questa non sia più “solo” un gate che ti separa dal resto della tua famiglia, non è solo l’umiliazione provata al check point per andare da Betlemme a Gerusalemme quando tu, arabo, devi scendere dal mio stesso autobus per essere controllato e io, internazionale, posso rimanere comodamente seduta e continuare ad ascoltare musica. O l’impossibilità di manifestare in paesi come Nabi Saleh, Kufar Qadum o Nil’in, senza respirare massicce dosi di gas lacrimogeni, nella migliore delle ipotesi, o di costruire un bagno nella casa dove vivi con i tuoi otto figli senza ricevere un ordine di demolizione dal tribunale israeliano.

Questa è solo la facciata dell’occupazione israeliana. Ci sono altri aspetti e risvolti che rimangono nell’ombra, ma che agiscono profondamente all’interno della società palestinese e di quella israeliana.

Ci sono altri mostri, disarmati, senza riccioli e kippah, ma altrettanto pericolosi.

Il più grande mostro creato dall’occupazione è la normalizzazione che agisce su diversi livelli.

La prima è la normalizzazione nel ’48, ovvero in Israele. I palestinesi del ’48 sono i veri dimenticati di questo conflitto. Ogni volta che si parla di occupazione si pensa alla Cisgiordania e a Gaza, nessuno pensa a quelli che vengono definiti come “arabi israeliani”, e già questa definizione è di per se privativa.

Non sono arabi, non sono israeliani, sono palestinesi, palestinesi del ’48.

Vivono in Israele, molti di loro hanno dovuto abbandonare le loro case  per trasferirsi in città come Haifa, Jaffa o Akko. Hanno la cittadinanza israeliana, ma gli israeliani non li considerano come tali. Molti di loro sono tagliati fuori dai movimenti di resistenza interni alla West Bank e visti, da alcuni, come coloro che hanno ceduto al nemico. La quotidianità, sopratutto per chi vive dalla parte benestante del muro, è come un bel tappeto posizionato sopra sofferenza, ingiustizie e frustrazioni. Appena steso, tu sai perfettamente quanta polvere c’hai messo sotto, ma più passa il tempo e più dimentichi. Quel tappeto diventa il pavimento della tua casa, sul quale cammini ogni giorno, a volte meravigliandoti della piacevole sensazione che provi. E ciò che copre è ciò che rischi di perdere per sempre: lingua, tradizioni e identità vengono sostituite da una cultura che non ti appartiene ma nella quale, lentamente, cerchi di riconoscerti. Ti riconosci per sentirti accettato dal vicino, dal collega, per non vivere continuamente come una vittima. Per sentirti normale. Ed è proprio questa ricerca di normalità l’alleato più pericoloso dell’occupazione israeliana. La repressione fisica la vedi, la senti, non puoi dimenticartene. Quella psicologica spesso non è percepibile nemmeno da chi la subisce.

Per quanto assurdo possa sembrare a un occhio esterno, le dinamiche palestinesi sono controverse e spesso contraddittorie. Nonostante tutti vivano la stessa condizione, non tutti reagiscono allo stesso modo. La resistenza è ancora viva e i segni della naqba persistono, ma c’è anche molta stanchezza e frustrazione. Ed è questo il momento in cui agisce la necessità di una vita tranquilla e la normalizzazione riesce a varcare i confini del muro per arrivare anche in Palestina, dove quella cosiddetta pace economica ha raggiunto in parte i suoi risultati. Così ti puoi trovare a parlare con palestinesi che definiscono i coloni propri vicini di casa, che ti raccontano di come vengano accompagnati a Gerusalemme a pregare dai vicini israeliani.

All’improvviso inizi a non capire più niente, è qui che tutto si confonde.

Scopri che c’è chi fa della resistenza la propria ragione di vita e chi invece cerca di vivere nel modo più semplice e normale possibile. Normale appunto. Perché arriva il momento in cui devi fare i conti con quello che hai e trovare il modo migliore per andare avanti. Questo fatto contribuisce, inoltre, a creare forti divisioni interne anche tra singoli villaggi e famiglie, rendendo l’occupazione israeliana più invasiva ed efficace. Molti palestinesi lavorano in nero all’interno delle colonie, ricevendo in cambio dei visti fasulli che gli permettono di lavorare negli insediamenti, considerati territorio israeliano ma illegali secondo il diritto internazionale, ma non di recarsi a pregare ad Al Quds, Gerusalemme, o ad Haifa per vedere il mare. Se non si trattasse di territori occupati, quest’incontro tra le due popolazioni rappresenterebbe di certo un passo avanti positivo, ma è proprio così che agisce la normalizzazione, riproducendo relazioni normali all’interno di un contesto anomalo, nel quale un tale comportamento sottolinea un adattarsi, per sfinimento e rassegnazione, allo status quo.

Infine, questo fenomeno agisce anche all’interno della società israeliana, vendendo un’immagine distorta della realtà e plasmando su di essa le menti degli israeliani e le politiche di conquista che vengono così accettate dalla maggior parte della popolazione, ritenute appunto “normali”, nonostante continuino a reputare Israele uno stato democratico, l’unico in Medio Oriente. E’ normale vivere sotto costante paura di razzi da Gaza o dal Libano, è normale essere boicottati dall’esterno, è normale che Israele venga additato come criminale da molti stati nel mondo, è normale perché il mondo odia gli ebrei e per questo lo stato ebraico è in costante guerra con i vicini. La normalità in questo caso è un sentimento necessario per proseguire con le proprie vite, per non farsi troppe domande, per non riconoscersi come aguzzini negli occhi dei palestinesi.

La normalità diventa così la peggiore delle trappole, e questo è vero qui come altrove, come in ogni genere di occupazione, sia essa militare, politica, economica o socio-culturale.

Ma in questa terra è più pericoloso che altrove, perché qui la memoria è tutto ciò che resta.

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