La differenza tra cultura occidentale e cultura thailandese (secondo Somsak Jeamteerasakul)

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Un cartellone pubblicitario della Coca-Cola nella periferia di Bangkok, Thailandia, 1950. Foto Dmitri Kessel/LIFE

La cultura occidentale è testuale, quella thailandese è orale — o forse no

(Asiablog.it) — La cultura occidentale è testuale, mentre quella thailandese è basata sulla comunicazione orale. Lo sostiene l’intellettuale thailandese Somsak Jeamteerasakul, già professore di storia all’Università Thammasat di Bangkok, che considera questa una delle principali differenze tra la cultura farang (occidentale) e quella del suo Paese. 

Gran parte della cultura occidentale è basata su testi di filosofi e intellettuali, scrive Somsak, e questi libri sono stati analizzati a lungo da altri filosofi e intellettuali, in alcuni casi per centinaia di anni. (Nel caso della Bibbia o dei classici greci e latini, aggiungiamo noi, per migliaia di anni).

In Occidente, le opere di un solo filosofo possono generare migliaia di altri libri in cui altre persone discutono e argomentano dove e perchè sono d’accordo o dove e perchè non sono d’accordo. Si pensi alle opere di Aristotele, Platone, Cartesio, Kant, Heidegger e via dicendo ed a quanto abbiano influenzato il discorso filosofico, sociale e politico occidentale.

Al contrario, i libri di filosofi e intellettuali thailandesi non sono quasi mai influenti, nemmeno in Thailandia. Non c’è praticamente nessun libro di un autore thailandese, scrive Somsak, che i thailandesi abbiano studiato, analizzato o commentato e che abbia generato diversi altri libri. Se in Thailandia qualcuno scrive qualcosa, i contenuti di questo testo rimangono volatili come le parole e il loro messaggio si perde piuttosto rapidamente.

Persino la legge in Thailandia non viene quasi mai discussa e analizzata. È solo accettata così com’è, vale a dire: come viene scritta dal potente di turno.

Supponendo che il ragionamento di Somsak sia corretto (cioè che la cultura thailandese non è  basata su testi scritti come quella occidentale), ne deriva che è quasi impossibile cambiare qualcosa nella società thailandese scrivendo libri, cosa che invece è possibile fare in Occidente (si pensi agli scritti di Locke, Rousseau o, anche se Somsak non li cita, Marx ed Engels).

Ora va sottolineato che Somsak non ha ancora messo la sua teoria nero su bianco: ha solo condiviso un semplice post su Facebook, ma non ha pubblicato il suo argomento su una rivista accademica.

A complicare il ragionamento, nel post lo storico utilizza termini polisemici e controversi (“cultura“, “testo“, “cultura occidentale“, “cultura thailandese“, e via dicendo) senza specificare la sua definizione ed interpretazione a riguardo.

In questo modo Somsak sembra paragonare un Paese (la Thailandia) ad un vago ed arbitrario costrutto ideologico, l’Occidente, che ingloba, nella mente di chi lo utilizza, dozzine e dozzine di Paesi e regioni differenti: dal Canada al Portogallo, dalla Sicilia alla California, dallo Utah alla Finlandia.

A nostro avviso sarebbe più sensato, dunque, paragonare un Paese, ad esempio la Thailandia, ad un altro Paese, ad esempio il Portogallo o la Finlandia. Se invece si vuole ragionare di un vago ed arbitrario concetto ideologico come la “civiltà occidentale”, allora avrebbe più senso paragonarlo ad un altrettanto vago ed arbitrario concetto, come quello di “civiltà orientale”.

In quest’ultimo caso, se Somsak avesse deciso, con buona pace di Edward Said, di paragonare l”Occidente” all'”Oriente”, sostenere che gli orientali non hanno una cultura testuale avrebbe sfiorato il ridicolo. Difatti Medio Oriente, India e Cina vengono generalmente accreditati per aver modellato, anche con i loro testi, gran parte delle tradizioni filosofiche, religiose, letterarie e artistiche del pianeta Terra.

Ad ogni modo, mettendo da parte tutte queste note metodologiche, e per quanto possa contare, ci permettiamo di avanzare alcuni dubbi anche sul succo della sua teoria.

È veramente possibile dire in Thailandia non sono mai esistiti libri culturalmente influenti?

Ad esempio, l’influenza culturale del Ramakian (la versione thailandese del Ramanaya) o del Traiphum Phra Ruang (la “cosmologia dei tre mondi” del Buddhismo thailandese tradizionale che divide l’universo in cielo – svarga, terra – bhûmi, e inferi – pâtâla) non è in qualche modo simile a quella di alcuni testi religiosi “occidentali”? (Il termine “occidentale” va messo ancora una volta tra virgolette in quanto, anche in questo caso, considerare “occidentale” un testo come la Bibbia, scritto in lingue mediorientali da persone mediorientali che vivevano in Medio Oriente, è solamente un arbitrario concetto ideologico).

È vero che il Ramakian è sostanzialmente una traduzione in lingua thailandese del Ramayana indiano, originariamente scritto in lingua sanscrita, ma lo stesso dicasi per alcuni dei testi “occidentali” più influenti: la Bibbia, scritta in lingua ebraica e aramaica, ha avuto una certa influenza nella cultura italiana, spagnola o canadese. Lo stesso dicasi per Il Capitale, un libro scritto in tedesco che ha avuto una certa influenza nella cultura russa, ungherese o cubana.

E che dire dei lavori del Patriarca Vajirayanana, che riformò la sangha thailandese? Non si tratta di libri culturalmente e socialmente influenti?

E possono essere considerati ininfluenti le opere di Jit Phumisak, molto popolari almeno tra gli studenti democratici degli anni Settanta che nel 1973 hanno rovesciato la dittatura militare?

Non sono completamente convinto nemmeno del fatto che, ammesso che la Thailandia abbia tradizionalmente una “cultura orale”, questo significhi che le opere scritte siano destinate ad essere poco durevoli, come scrive Somsak. Ad esempio, per secoli le scritture buddhiste sono state “cantate”, recitate oralmente dalla comunità monastiche senza essere scritte, ma questo non significa necessariamente che quei testi non siano stati influenti o discussi. D’altronde anche Bibbia, Corano e Bhagavadgita prima di essere messi per iscritto venivano tramandati in modo orale.

Ad ogni modo, forse queste non sono nemmeno critiche, ma domande di uno studente che cerca di capire e che crede che ad ogni modo il ragionamento di Somsak Jeamteerasakul sia degno di essere letto, condiviso, criticato e commentato.

E voi, cosa ne pensate?

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Alessio Fratticcioli

Alessio Fratticcioli

Alessio è il fondatore e amministratore di Asiablog.it (anche su Facebook, Twitter e Google+). Vive in Asia dal 2006. Sta svolgendo un dottorato di ricerca in comunicazione politica presso la Monash University. Per saperne di più su questo buffo personaggio, la sua lunga e noiosa biografia si trova qui.
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2 Responses to La differenza tra cultura occidentale e cultura thailandese (secondo Somsak Jeamteerasakul)

  1. Tiziano says:

    Quello di Somsak credo sia un “tentativo” da tenere in considerazione.
    Ma devo (vorrei) dare per assunto che Somsak intende paragonare: la Thailandia e quella “cultura” di base generata dai nomi che lui stesso cita e questo giusto per ridurre la visione a una nazione, la sua, – evitando quindi il confronto oriente/occidente che mi pare eccessivo così come lo proponi – e ad un tipo di cultura univoco -non uniforme- come quello, ad esempio, che scaturisce dal settecento ai giorni nostri ed ha influenzato, seppur in modo diverso, il pensiero di tanti filosofi occidentali.

    Dico questo perché mi pare che il suo riferimento di “cultura“ sia abbastanza chiaro e datato ad un periodo ‘recente’ della cultura occidentale.
    Richiamare la Bibbia mi pare dispersivo, e la filosofia degli ultimi secoli ha largamente indagato i filosofi greci.
    D’altra parte credo che Somsak quando cita la Bibbia si riferisca a come e da chi è stata analizzata (chi l’ha assemblata era certo orientale, ma poi il cristianesimo si è decentrato prevalentemente in occidente).
    In Thailandia hai trovato Ramakian e Traiphum Phra Ruang, due testi religiosi e poniamo anche i commenti degli esegeti succedutisi nei secoli, come dire che vai in Occidente e trovi solo Genesi e Deuteronomio con relativi studi ed analisi.

    (Bibbia e Ramakian, giusto per fare questi due nomi citati, hanno un “problema” comune: sono libri “storici” di cui le diverse religioni si sono appropriate su istigazione del “potere” e quindi presentano un mondo già compiuto, non hanno un precedente – o se vogliamo un transito uniforme- si passa dalla Genesi a dei sudditi dominati o giudati da Re autoreferenziali – grazie alla discendenza divina – ed il cerchio si chiude)

    Stabilito che di due testi religiosi si tratta, io dire di guardare solo il percorso degli esegeti nei tre secoli scorsi. Difficile da fare sugli orientali ma forse basta guardare il percorso occidentale e cercare di trarre delle succinte conclusioni.

    “Patriarca Vajirayanana, che riformò la sangha thailandese? Non si tratta di libri culturalmente e socialmente influenti?”
    Certo come sono influenti la Bibbia ed il Corano ma entro il limite della fede, una porta chiusa da dogmi che è stata sfondata in occidente e non in oriente.

    Per secoli gli esegeti cristiani erano per lo più “in conflitto di interessi”, chierici che commentavano la loro religione. Chi non era in linea andava al rogo (e qualche scisma) … credo stesso percorso in oriente (senza roghi, qualche scisma, ma nessun ateismo), direi che in Thailandia è venuto a mancare l’illuminismo non per nulla Jit Phumisak ha scritto: Il vero volto del feudalesimo thailandese.

    (riguardo ai libri di “Jit Phumisak, molto popolari almeno tra gli studenti democratici degli anni Settanta che nel 1973 hanno rovesciato la dittatura militare?”
    Anche Marcuse era popolare negli anni 60/70, oggi lo si legge per studio, qui sembra di capire che “studiavano” ed oggi nessuno lo legge)

    Il ragionamento di Somsak, ripulito di quanto ho esposto, per me ha un senso, soprattutto se si guarda all’oggi.

    Credo che si debba guardare all’ambiente sociale ed alla pubblica istruzione, qui sì voltandosi indietro ma solo per interpretare il presente.

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