Massacro di Nanchino

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Massacro di Nanchino: il sorriso di un soldato giapponese con in mano la testa mozzata di un uomo.

Il 13 dicembre 1937 cade la città di Nanchino e si scatena l’inferno

(Asiablog.it) — Il 13 dicembre 1937 la battaglia di Nanchino, che all’epoca era la capitale della Repubblica di Cina, termina con l’occupazione giapponese della città. Nelle successive sei settimane, i soldati del Sol Levante uccidono, secondo le stime, tra 50.000 e 300.000 cinesi. Si tratta di uno dei massacri più significativi del Ventesimo secolo e dell’intera storia.

Il massacro di Nankin: il contesto

Nell’estate del 1937 il Giappone invade la Repubblica di Cina come parte di un progetto strategico complessivo volto ad assumere il controllo di gran parte dell’Asia Pacifica. Catturata Shanghai dopo una dura battaglia durata da agosto e novembre, i giapponesi puntano a nord e la sera del 13 dicembre entrano a Nanchino. Il presidente cinese Chiang Kai-shek e i comandanti dell’esercito nazionalista cinese erano già fuggiti, trasferendo la capitale a Chongqing, ma senza dichiarare la resa. Come conseguenza, Nanchino era rimasta senza grosse difese, praticamente abbandonata a se stessa, priva persino di piani di ritirata per i soldati e di evacuazione per i civili. All’ingresso dei giapponesi, in città fu il caos. I soldati cinesi si tolgono le divise e cercano di confondersi tra la popolazione o fuggire nella cosiddetta Zona di Sicurezza, preparata da e per gli stranieri residenti a Nanchino. I civili scappano o si barricano in casa.

Massacro di Nanchino: gli eventi

I crimini di guerra commessi nelle prime sei settimane di occupazione giapponese di Nanchino includono saccheggi, stupri e uccisioni di civili e prigionieri di guerra, spesso con estrema crudeltà. Dopo aver preso la città, gli ufficiali danno l’ordine di raderla al suolo e uccidere tutti i prigionieri. Migliaia di civili vengono arrestati e giustiziati al minimo sospetto o accenno di protesta; alcuni sono sepolti vivi. I soldati entrano nelle case e violentano, secondo le stime, tra 20.000 e 80.000 donne, tra cui bambine e anziane. Il massacro termina nel febbraio del 1938.

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Massacro di Nanchino: cadaveri. Foto Universal History Archive/UIG

Massacro di Nanchino: la guerra delle cifre

I fatti di Nanchino sono stati alla base di una durissima controversia storica e di tensioni politiche tra Cina e Giappone. Significativamente, in Cina si parla di datusha (大屠杀 grande massacro), mentre in Giappone di shijian (事件 incidente). Il dibattito sino-giapponese sull’entità delle atrocità è partito da posizioni lontanissime, che spaziavano dalla dichiarazione del governo cinese, secondo cui il bilancio delle vittime non combattenti sarebbe stato superiore a 300.000, a quello dell’esercito giapponese prima della fine seconda guerra mondiale, che sostenne che le vittime furono solamente militari e non ci furono massacri organizzati contro i civili. Gli stupri, secondo questa versione, ci furono, ma si trattò di episodi non eccezionali in situazioni di conflitto. Per alcuni storici revisionisti giapponesi, il Massacro di Nanchino non ebbe mai luogo. Altri minimizzano la portata dei crimini stimando che il numero delle vittime fu di poche migliaia o addirittura poche centinaia di persone.

Tuttavia, dopo la fine della seconda guerra mondiale il Tribunale Militare Internazionale dell’Estremo Oriente ha stimato che le vittime furono 250.000. Molto più tardi, nel dicembre 2007, alcuni documenti declassificati dal governo degli Stati Uniti hanno portato il numero delle vittime addirittura a 500.000, ma tenendo anche conto di quanto accaduto nelle vicinanze della città prima della sua cattura.

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Prigionieri cinesi uccisi dai soldati giapponesi con le baionette dopo essere statti costretti a scavarsi la fossa. Foto Bettmann/Getty Images

Massacro di Nanchino: documenti

A prescindere dalla “guerra dei numeri”, documenti fotografici e resoconti di testimoni oculari occidentali, cinesi e giapponesi dimostrano che, nel corso di sei settimane dopo la caduta della città, le truppe nipponiche hanno compiuto un’orgia brutale di stupri, omicidi, rapine, incendi e altri crimini di guerra. Tillman Durdin, un corrispondente del New York Times, scrisse: “Mentre partivo per Shanghai assistetti all’esecuzione di 200 uomini in soli 10 minuti.” Secondo il giornalista australiano Denis Warner “in soli 5 giorni i giapponesi hanno gettato nel fiume Yangtze 150mila cadaveri.” Prova dei crimini sono anche i diari di alcuni stranieri, come l’imprenditore tedesco John Rabe e la missionaria Minnie Vautrin, che hanno scelto di rimanere a Nanchino, a loro rischio e pericolo, al fine di proteggere il più possibile i civili cinesi.

La violenza non ha rispettato nessuno: bambini, giovani, donne e anziani sono stati torturati, violentati, trafitti da baionette, mutilati, decapitati o sepolti vivi. Decine di migliaia di persone sono state trovate sepolte con le mani legate dietro la schiena. Un altro episodio particolarmente truculento fu la “Gara ad uccidere 100 persone con la spada”, che si sarebbe svolta, secondo diversi quotidiani giapponesi dell’epoca, tra due ufficiali giapponesi, Toshiaki Mukai e Tsuyoshi Noda. Vinse Mukai, scrissero i giornali, uccidendo addirittura 106 persone. Se l’attendibilità storica della “gara” è dubbia, il fatto che i quotidiani nipponici riportavano questa notizia, in un periodo di libertà di stampa fortemente limitata, e ne parlavano con toni fortemente retorici ed uno stile sportivo, quasi si trattasse della cronaca di un normale evento agonistico o di un torneo di caccia alla volpe, dà l’idea del clima socio-politico del tempo. Dopo la capitolazione del Giappone, Mukai e Noda verranno giustiziati per i loro crimini.

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L’articolo apparso il 13 dicembre 1937 sul Tokyo Nichi Nichi Shinbun. Nel titolo si legge: “RECORD INCREDIBILE – MUKAI 106 – 105 NODA”. Nella foto compaiono Toshiaki Mukai (sinistra) e Tsuyoshi Noda (destra).

Massacro di Nanchino: le cause

Non c’è una causa precisa per il massacro di Nanchino. Ed è questo, forse, l’aspetto più difficile da accettare. Il comportamento dei giapponesi è spesso attribuito al fatto che erano stanchi, traumatizzati e terrorizzati dopo mesi di combattimenti, in particolare per le perdite più pesanti del previsto nella battaglia per Shanghai, e desideravano vendicarsi della resistenza che avevano incontrato fino a quel momento e della morte dei compagni caduti. D’altra parte, poiché la maggior parte delle truppe cinesi era fuggita, i relativamente pochi uomini rimasti e le donne inermi si ritrovarono senza particolari difese, il che facilitò l’infame compito dei soldati occupanti.

Va però anche tenuto conto del substrato culturale giapponese, caratterizzato da un marcato disprezzo per i cinesi, considerati sostanzialmente una razza inferiore, e che quindi nel corso della guerra vennero trattati in modo persino peggiore rispetto ai civili e prigionieri di guerra occidentali.

Più precisamente, alcuni storici, come Yang Daqing della George Washington University, inquadrano i crimini di Nanchino nella cultura militare giapponese dell’epoca. Gli ufficiali esigevano obbedienza assoluta alle reclute attraverso una severità dai tratti violenti e a volte disumani. A sua volta, si sostiene, questa estrema severità ha portato alla necessità per quelle reclute di sfogare i loro traumi e la loro aggressività altrove: i cinesi sconfitti rappresentarono le prede perfette. Inoltre, dopo anni di “fascismo giapponese” (noto anche come nazionalismo Shōwa o Kokka Shugi 国家主義 ), l’esercito era composto da giovani ufficiali che avevano vissuto nelle istituzioni militari sin dalla tenera età, che spesso avevano legami con gruppi ultranazionalisti e che tendevano in ogni occasione a mancare di rispetto alle istituzioni civili e alla loro morale.

Altri ancora preferiscono sottolineare le cause più “accidentali”. Per via della rapida espansione dell’esercito giapponese, la maggior parte delle truppe inviate al fronte a Shanghai e Nanchino erano riservisti. Le loro capacità militari erano relativamente basse e c’era un alto tasso di sostituzione a causa delle pesanti perdite. Al momento della presa di Nanchino, i comandanti sul campo trascurarono la necessità di una adeguata organizzazione logistica, in particolare per il riposo delle truppe e per fornire razioni di cibo sufficiente, il che spinse gli uomini in divisa ad abbandonarsi a violenze e razzie contro la popolazione civile.

Se non c’è e non può esserci una spiegazione univoca per i crimini immani commessi dai soldati giapponesi, ed è impossibile comprendere la scala delle atrocità commesse a Nanchino, la speranza è che la memoria storica aiuti l’umanità a non ripetere gli errori del passato.


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Alessio Fratticcioli

Alessio è il fondatore e amministratore di Asiablog.it (anche su Facebook e Twitter). Vive in Asia dal 2006. Sta svolgendo un dottorato di ricerca in comunicazione politica presso la Monash University. Per saperne di più su questo buffo personaggio, la sua lunga e noiosa biografia si trova qui.
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About Alessio Fratticcioli

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4 Responses to Massacro di Nanchino

  1. Paola says:

    Grazie. Avevo solo una vaga idea di questi fatti. Bene conoscerli a fondo

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