Hong Kong, il braccio di ferro continua

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Manifestazione oceanica contro il disegno di legge sull’estradizione in Cina. Hong Kong, domenica 9 giugno 2019. Foto 民間人權陣線

Governo sospende ma non ritira la legge sulle estradizioni in Cina: continuano le proteste

(Asiablog.it) — Per giorni le strade di Hong Kong sono state inondate da una marea umana di diverse centinaia di migliaia di persone (milioni, secondo i manifestanti) in protesta contro il progetto di legge sulle estradizioni.

In seguito alla massiccia mobilitazione popolare, martedì la Capo esecutivo di Hong Kong, Carrie Lam, ha annunciato il rinvio sine die del progetto di legge. «Poiché questo disegno di legge negli ultimi mesi ha causato tanta ansia, preoccupazioni e divergenze di opinioni, non lo implementerò», ha detto Lam «Questo è un impegno. Non procederò più con questo esercizio legislativo se questi timori e queste ansie non saranno affrontati adeguatamente».

Secondo i media locali, la sospensione temporanea della legge come via d’uscita alla crisi sarebbe stata suggerita dal vicepremier della Repubblica popolare, Han Zheng, uno dei sette membri del potente Comitato permanente del Politburo del Partito comunista cinese, nonché responsabile degli affari di Hong Kong, che Carrie Lam avrebbe incontrato prima della conferenza stampa.

Ad ogni modo, la sospensione del progetto di legge non ha soddisfatto le opposizioni, che continuano a chiedere il ritiro definitivo della legge e le dimissioni di Carrie Lam. I manifestanti considerano il rinvio come un successo solo temporaneo, mentre la spada di Damocle del Partito comunista cinese continua a pendere sulla testa degli oltre sette milioni di residenti nella ex colonia britannica.

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Studiare o manifestare? Entrambe le cose. Portando i libri in piazza questi studenti di Hong Kong sono riusciti a coniugare l’impegno civile alla necessità di preparare gli esami.

L’anomalia di Hong Kong

Hong Kong è stata una colonia britannica fino al 1997, quando è diventata un territorio autonomo della Cina, con il nome di “Regione amministrativa speciale di Hong Kong della Repubblica Popolare Cinese”.

La “restituzione” è avvenuta sulla base dello schema di “un Paese, due sistemi”, sancito della Dichiarazione Congiunta Sino-Britannica del 19 dicembre 1984, in base al quale il Governo di Pechino gestisce la politica estera e la difesa militare di Hong Kong, mentre la città conserva un regime economico capitalista e mantiene leggi e istituzioni amministrative e giudiziarie autonome e differenti da quelle delle altre province cinesi. Firmando la dichiarazione, la Cina si è impegnata a rispettare questo accordo fino al 2047, ovvero per mezzo secolo, a partire dalla data del passaggio di Hong Kong dal Regno Unito alla Repubblica popolare cinese.

Nella città-isola del Mar Cinese Meridionale i cittadini hanno storicamente goduto di tutte le libertà e i diritti civili caratteristici delle democrazie, tranne quelli di scegliere il proprio governo e, in parte, i propri rappresentanti nel parlamento locale. L’atipico sistema di voto di Hong Kong prevede che solo la metà dei rappresentanti nel Consiglio legislativo siano eletti direttamente tramite suggragio universale. L’altra metà sono eletti indirettamente attraverso collegi professionali sulla base di elettorati limitati. Ad eleggere il Capo esecutivo è invece un collegio elettorale composto da circa 1.200 rappresentanti delle categorie produttive: poco più di mille persone in una città di oltre 7 milioni di abitanti. A questo proposito, l’ultimo governatore britannico della città, Chris Patten, descrisse Hong Kong come un luogo che gode di “libertà senza democrazia”.

Hong Kong tra pressioni totalitarie e pulsioni democratiche 

Nel 2014, mentre il movimento “Occupy central” chiedeva di superare questa anomalia passando al suffragio universale e diretto per le elezioni di Hong Kong, Pechino rilanciò richiedendo la nomina di un comitato per pre-approvare le nomine dei candidati,uin modo da pilotare il voto tramite la selezione di candidati fedeli. Seguirono mesi di proteste di piazza, note anche come “Rivoluzione degli ombrelli”, che infine vennero smorzate, con i leader e gli organizzatori di spicco perseguiti dai tribunali. Il risultato fu che il sistema di voto non venne modificato.

Due anni prima, nel 2012, ci fu un’altra mobilitazione popolare, questa volta contro il programma di “educazione morale e nazionale” imposto da Pechino alle scuole di Hong Kong. Si trattava di un curriculum che, tra le altre cose, intendeva insegnare agli studenti hongkonghesi a diffidare dei sistemi democratici, soggetti a “eterni dibattiti e veti incrociati” a causa dell’esistenza di più partiti, mentre “Il modello cinese, ovvero il sistema a partito unico, sarebbe preferibile in quanto più efficace nell’implementazione delle sue politiche, e dunque più “efficiente”. In questo caso le proteste ottennero il ritiro del programma.

Oggi la minaccia cinese che incombe su Hong Kong è ancora peggiore di quelle passate. Permettere l’estradizione di cittadini e residenti da Hong Kong alla Cina continentale, dove non esiste la separazione dei poteri e la magistratura è subordinata al Partito, significa la fine della completa indipendenza del sistema giudiziario dell’ex colonia britannica. I timori degli oppositori è che la perdita dell’indipendenza giudiziaria porterebbe inevitabilmente all’erosione dello stato di diritto che Hong Kong ha ereditato da Londra, a partire dalla perdita di tutte le libertà civili, come la libertà di stampa e di opinione. A quel punto, esattamente come nella Cina continentale, nessuna forma di dissenso sarebbe più tollerata. Significherebbe, in sostanza, la fine della formula “un Paese, due sistemi”, malgrado la volontà contraria dei cittadini di Hong Kong, e con qualche decennio di anticipo rispetto a quanto stabilito dagli accordi tra il governo britannico e quello della Repubblica popolare.

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Nel cartello alzato da un manifestante domenica 9 giugno 2019 a Hong Kong ritrae il presidente cinese Xi Jinping è Thanos, il supercattivo dei fumetti della Marvel. Foto Tom Grundy/HKFP

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Alessio Fratticcioli

Alessio è il fondatore e amministratore di Asiablog.it (anche su Facebook e Twitter). Vive in Asia dal 2006. Sta svolgendo un dottorato di ricerca in comunicazione politica presso la Monash University. Per saperne di più su questo buffo personaggio, la sua lunga e noiosa biografia si trova qui.
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