I 150mila “Soldati Ebrei di Hitler”

150000 hitler jews soldiers

Hitler’s Jewish Soldiers: The Untold Story of Nazi Racial Laws and Men of Jewish Descent in the German Military.

Quei 150 mila soldati ebrei di Hitler di cui nessuno ha mai osato parlare: uno sconvolgente libro dello storico ebreo Bryan Mark Rigg

Quando nel settembre del 1939 il quotidiano tedesco “Berliner Tageblatt” dedicò la prima pagina a “der ideale deutsche Soldat“, “il soldato tedesco ideale”, non poteva certo immaginare che quel volto appartenesse ad un giovane ebreo, o meglio, “mezzo ebreo”, il Gefreiter Werner Goldberg. Questa la foto più sorprendente, delle tante di ufficiali, generali, ammiragli, membri del partito nazista, contenute nel libro I soldati ebrei di Hitler(pubblicato da Newton & Compton nella collana “I Volti della Storia”.) L’autore è lo storico statunitense di origini ebraiche Bryan Mark Rigg, laureato alla Yale University.

Nella prefazione, Rigg racconta d’essere stato ispirato alla ricerca dalla visione d’un film, Europa, Europa, della regista polacca di origine ebraica Agnieszka Holland, in cui si racconta la storia dell’ebreo Solomon Perel che, falsificando la propria identità, prestò servizio nella Wehrmacht e studiò in un collegio per la gioventù hitleriana dal 1941 al 1945. Il film racconta una storia reale, essendo basato sull’autobiografia di Perel,  Ich war Hitlerjunge Salomon.

C’erani casi simili a quella di Perel? Rigg si mise al lavoro. Gli sarebbe bastato trovare una dozzina di storie simili a quella di Perel e ne avrebbe ricavato uno studio interessante. Ne trovò 150.000 (in maggioranza ebrei a metà o per un quarto) e questo sconvolse tutte le sue certezze.

Gli storici avevano sempre parlato di una cifra irrisoria di ebrei o mezzi ebrei (Mischlingeche avevano militato sotto la croce uncinata. Mai tuttavia ricoprendo alte cariche.

Rigg iniziò una corsa contro il tempo, poiché a circa mezzo secolo dai fatti in questione il numero dei veterani ancora in vita si assottigliava di giorno in giorno. L’autore si avvalse dell’ “effetto valanga”, un metodo nelle scienze sociali in cui ogni intervistato fa i nomi di altri conoscenti. Quasi tutti si mostrarono disposti ad aprire le loro case e raccontare le loro storie. Molti autorizzarono il libero accesso ai fascicoli personali contenuti negli archivi. Vennero fuori documenti che “nessuno aveva mai esaminato prima” (siamo tra il 1994 e il 1998!) e “furono dette cose che non erano mai state dette prima”. Le loro vicende costituiscono la testimonianza diretta d’una storia per troppo tempo taciuta.

Una storia che probabilmente molti storici avrebbero preferito restasse nei cassetti. Ma Rigg appartiene a quella schiera ormai folta di storici ebrei che, sulla scia di Arendt, Kath, Kimmerling, Novick, Finkelstein e altri, vogliono tutta la verità sull’Olocausto, anche a costo di raccontare qualche storia scomoda e di crearsi qualche nemico. La critica, quando non li accusa di filo-nazismo (come accadde per Hanna Arendt), li considera “revisionisti” nell’accezione staliniana del termine. Sono quelli che alla domanda «perché un ebreo scrive queste cose?», rispondono: «Perché un ebreo NON dovrebbe scrivere queste cose?».

I testimoni intervistati da Rigg, i documenti consultati e l’opera che ne è nata ci conducono in un mondo in cui avevamo sentito parlare in fretta e per accenni, ma che mai avevamo penetrato e di cui mai prima d’ora avevamo incontrato gli abitanti: il mondo dei “soldati ebrei di Hitler”.

Circa 150.000, abbiamo detto. Una popolazione grande come una città di medie dimensioni, non uno sparuto gruppo come si è voluto far credere per oltre mezzo secolo. Un’armata con i suoi generali, i suoi ufficiali, le sue truppe, i suoi medici e via dicendo.

Fanno parte di questa armata il feldmaresciallo Erhard Milch, decorato da Hitler per la campagna del 1940 (l’aggressione della Norvegia). Milch era (pare) figlio di un ebreo. Ci fu un’inchiesta. Ma intervenne Göring, che fece firmare alla madre di Milch un foglio nel quale la donna affermava sotto giuramento che il vero padre non era il marito Anton Milch, uomo di “razza ebrea”, ma Karl Brauer, cioè lo zio, un tedesco “ariano” da tante generazioni.

C’era l’Oberbaurat della Marina e membro del partito nazista Franz Mendelssohn, per un quarto ebreo, discendente diretto del famoso filosofo ebreo Moses Mendelssohn, che a sua volta era il nonno del compositore ebreo Felix Mendelssohn, denigrato dai nazisti in quanto autore di “Entartete Musik” (“musica degenerata“, sic).

C’era l’ammiraglio Bernhard Rogge, decorato da Hitler e dall’imperatore del Giappone. Rogge aveva un nonno ebreo, ma chiese e ottenne il certificato di sangue tedesco per prestare servizio nella Kriegsmarine.

C’era il comandante Paul Ascher, ufficiale di Stato maggiore sulla corazzata Bismarck. Era “mezzo ebreo”, secondo le Leggi di Norimberga.

C’era il generale Gotthard Heinrici, a cui fu affidato il comando delle truppe tedesche nell’ultima battaglia della guerra, quella di Berlino dell’aprile del 1945. Non era ebreo, ma aveva sposato una donna di origine ebrea. Poco male, Hitler in persona consegnò loro un Certificato di sangue tedesco (Deutschblütigkeitserklärung).

C’era il generale della Luftwaffe Helmut Wilberg, figlio di una donna ebrea, ma dichiarato ariano da Göring. C’era Hans Eppinger, medico “mezzo ebreo” che svolse esperimenti sugli ebrei internati nel campo di concentramento di Dachau. C’era il colonnello Walter Hollaender, altro “mezzo ebreo”. C’era Emil Maurice, amico di Hitler dal 1919 e poi suo autista personale, tra i fondatori del Partito Nazista e poi delle SS, di cui aveva la tessera numero 2 (la numero uno era di Hitler), Comandante supremo delle “Camicie Brune” (Sturmabteilung, SA) dal 1920 al 1921. Hitler parla di lui nel Mein Kampf. Maurice aveva un nonno ebreo.

Segue una sfilza di ufficiali, sotto-ufficiali, soldati. Alcuni ebrei, altri mezzi ebrei, molti ebrei per un quarto o addirittura per il 37,5 per cento, secondo i calcoli dei nazisti.

Poi la ricerca scava impietosa fino ad un nome terribile: Reinhard Heydrich, uno dei più potenti gerarchi nazisti, Capo dell’ufficio per la sicurezza del Reich, generale delle SS, soprannominato “la bestia bionda”, “il Mosè biondo”, “l’ingegnere dello sterminio”, in quanto diretto superiore di Heichmann. Era ebreo Heydrich? Molti all’epoca pensavano di sì. Ci furono delle indagini, che pero’ non portarono a nessun esito “incriminante”. Rimane il dubbio.

È un armadio gigantesco, il libro di Rigg, da cui si estraggono scheletri ben nascosti da mezzo secolo, nomi di uomini che fecero la storia del XX secolo e fatti che resero quella storia atroce.

«Non potevamo immaginare», ricordava Yitzhak Zuckerman, capo della rivolta del ghetto di Varsavia, «che alcuni ebrei avrebbero condotto alla morte altri ebrei». Zuckerman non si riferiva tanto, o soltanto, agli ebrei della Wehrmacht, della Luftwaffe, della Marina o delle SS, ma soprattutto ai sonderkommandos, la polizia ebrea collaborazionista così efficacemente e drammaticamente narrata dall’ebreo Roman Polanski nel suo ultimo film “Il pianista”.

Perché, dunque, un libro come questo di Rigg ci sconvolge tanto? Forse perché il peso della “soluzione finale” è insopportabile e scopriamo di poterlo distribuire su altre spalle, persino, in alcuni casi, su spalle ebree. Forse perché ci ha aiutato a capire che non esiste necessariamente una “colpa collettiva” del popolo tedesco, così come non esiste una “innocenza collettiva” del popolo ebraico. Ci furono, anche tra questi ultimi, persone che per un motivo o per l’altro parteciparono all’infernale industria della morte di Hitler.

Articolo di P. Squitieri

About Alessio Fratticcioli

Alessio è il fondatore e amministratore di Asiablog.it (anche su Facebook e Twitter). Per saperne di più su questo buffo personaggio, la sua lunga e noiosa biografia si trova qui.
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5 Responses to I 150mila “Soldati Ebrei di Hitler”

  1. Mauro Caputo says:

    La paura d’incappare nel “revisionismo” strisciante è forte. Spesso girano balle su una presunta origine ebraica di Hitler, legata alla possibile origine del suo nome che potrebbe essere assimilato come ebraico (Hit, Hùt ). L’operazione mi sembra quella di arrivare alla conclusione che gli ebrei si sono sterminati da soli, perché Hitler era ebreo. Detto questo su queste “teorie” , che mi appaiono ripugnanti, non nego che la verità vada ricercata in ogni caso, costi quel che costi. Mi sembra enorme il numero, ma posso dire che non mi meraviglia che ci fossero “ebrei nazisti”? Gente che magari nascondeva la propria origine, mischiandosi ai ( cosiddetti ) ariani per poter sopravvivere, fare carriera ecc.ecc.? L’unica cosa che veramente mi sorprende è il numero e la QUALITA’ dei posti che assunsero. Cmq, grazie di aver portato all’attenzione un libro del genere, va sicuramente letto.

    • Andrea says:

      Falso anche l’autista di Hitler era ebreo.
      Inoltre il libro è stato scritto da un ebreo e non è il primo a scrivere certe cose.
      Ma la propaganda deve sempre trovare un capro espiatorio ricordiamo Balfur e ricordiamo di Samuel Hutermaye il progetto Haavàra ab-kommen che significa trasferimento. Israele nasce nel 1917 grazie ai buoni uffici di ROTHSCHILD con la politica inglese e non solo con quella. Infatti abbiamo Rothschild anche a Napoli (Nathan R.) presente durante l’unità d’italia.

    • Grazie Mauro, sono d’accordo, si tratta di un libro interessante.

  2. Fra Sor says:

    Che Hitler fosse mezzo ebreo è vero , non è biondo non ha occhi azzurri non ha viso nordico ,ma un grande nasone , niente di ariano ,ma prima di rintronarsi di droga e farmaci vari ,

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