Le Olimpiadi che passarono alla Storia

Olimpiadi 1968 Pugno Chiuso atleti neri

Peter Norman (sinistra), Tommie Smith (centro) e John Carlos (destra) sul podio dei 200 metri piani ai Giochi olimpici di Città del Messico, 16 ottobre 1968.

Ci sono Olimpiadi e Olimpiadi.

Io non conosco un nome dei tanti atleti che stanno gareggiando in questi giorni. Gli atleti e gli appassionati mi perdoneranno, non sono un tuttologo e seguo poco lo sport.

Ma ci sono tre atleti, due statunitensi e uno australiano, che non potrò mai dimenticare.

E dire che io, quel 16 ottobre 1968, non ero nemmeno nato, e quel podio dei 200 metri dell’ Olimpiade di Città del Messico l’ho visto solo qualche decennio dopo.

Ma il tempo non cancella certi sentimenti, e i grandi uomini sono immortali.

Quella sera del tumultuoso 1968, due velocissimi uomini neri si ribellavano, in silenzio, a testa bassa, mostrando un pugno chiuso.

Il terzo uomo, dalla carnagione più chiara, si era schierato dalla loro parte. Non aveva calzato il guanto nero del Black Power, ma alla tuta aveva appiccicato la stessa coccarda che portavano loro, per rivendicare la parità dei diritti degli afroamericani.

GRANDI UOMINI

Quando scesero dal podio, dopo aver lasciato il mondo di sasso con la loro protesta, il ragazzo bianco di Melbourne decise di rincarare la dose: «Credo nei diritti civili — dichiarò con fierezza Ogni uomo nasce uguale agli altri e deve essere trattato come tale».

Erano gli anni delle grandi marce, dei grandi ideali, del «We shall overcome» cantato sommessamente nei cortei sulle strade dell’America dove i neri non potevano ancora andare alle Università dei bianchi. Quel 16 ottobre cadeva pochi mesi dopo gli assassini di Martin Luther King e Robert Kennedy, paladini e simboli dei diritti umani.

Pochi giorni prima a Città del Messico c’era stato il Massacro di Tlatelolco con centinaia o forse migliaia di vittime. Studenti e giovani ammazzati dal regime militare che aveva organizzato le Olimpiadi. Ma i Giochi Olimpici iniziarono come se non fosse successo nulla. Zero proteste, nessun lutto al braccio, nemmeno un minuto di raccoglimento.

E gli atleti si tuffarono. Saltarono. Corsero. Con il mondo intero a guardarli in televisione.

Tommie Smith quella sera si era superato. Aveva portato il primato mondiale dei 200 a 19″83. Anche l’altro ragazzo di colore, John Carlos, era un atleta coi fiocchi. Uno che correva veloce. Ma tutto questo non contava più: con quella protesta davanti al mondo, i due giovani praticamente chiusero lì la loro carriera, isolati nello sport e perseguitati da bigotti e benpensanti che li accusavano di scarso patriottismo, di non aver lavato i panni sporchi in famiglia, di aver fatto cose che i negri non dovrebbero nemmeno pensare.

Oggi, nel Ventunesimo secolo, per l’uomo di colore è più facile sostenere le proprie idee, ma Smith, Carlos e anche l’australiano Peter Norman ebbero il coraggio di farlo quando era rischioso. Quando si rischiava di buttare all’aria una carriera, di beccarsi una pallottola in testa o di essere linciati per strada.

Molti anni dopo uno dei due ragazzi di colore, Carlos, volle ricordare il gesto di Norman, il bianco che si schierò dalla loro parte: «Quello che fece Norman fu più grande di ogni impresa sportiva: ci diede solidarietà totale, e con il tempo non è mai indietreggiato, né ha rinnegato la posizione che tenne».

PICCOLI UOMINI

Anche allora, nel 1968, di fronte a pochi grandi uomini, destinati a divenire immortali, c’erano tanti uomini piccoli piccoli. Omuncoli.

Un portavoce del CIO, di cittadinanza statunitense, disse addirittura che quel gesto era stato «una violenta e deliberata violazione dei principi fondamentali dello spirito olimpico».

Quest’uomo, questo ometto, condannò una protesta pacifica, silenziosa, a testa bassa e pugno alzato. La definì violenta, addirittura, ma non ebbe nulla da dire sul massacro di pochi giorni prima, né sulla quotidiana violenza dei bianchi statunitensi contro gli afroamericani, la violenza di chi non permetteva alle persone di colore di sedersi in un bar o di iscriversi ad una università.

Dall’alto della sua funzione, il presidente del CIO (anch’esso statunitense), ripeté la solita manfrina: quel gesto sarebbe stato sbagliato, perché i Giochi Olimpici sono sport, solo sport, e la politica va lasciata fuori.

E’ curioso notare, però, che il presidente del CIO nel 1968 era Avery Brundage, lo stesso Avery Brundage che trentadue anni prima, alle Olimpiadi di Berlino 1936, ricopriva la carica di presidente della Commissione Olimpica degli Stati Uniti.

In occasione delle Olimpiadi ospitate dalla Germania nazista il Signor Brundage non fece nessuna obiezione alla commistione tra politica e sport. Non trovò nulla da ridire su quell’Olimpiade addobbata di propaganda nazista. Non disse una parola sul razzismo che sprizzava da ogni manifesto. Né si lamentò quando gli atleti sul podio eseguirono il saluto nazista.

Nel 1936, mentre i Giochi di Berlino si svolgevano in maniera pressoché perfetta, il campo di concentramento di Dachau era già stato aperto da 3 anni. C’erano rinchiuse decine di migliaia di persone innocenti: oppositori politici, ebrei, rom, sinti, testimoni di Geova. Mentre a Berlino gli atleti correvano, saltavano, nuotavano e eseguivano i saluti nazifascisti, a Dachau questa gente innocente era obbligata ai lavori forzati. Ma Brundage non vide nulla,  non sentì nulla, non si lamentò. D’altronde, come ebbe a dire trentadue anni dopo, le Olimpiadi sono sport, solo sport. La politica va lasciata fuori. The show must go on. Anche a costo di lasciare gli innocenti dentro i campi di concentramento.

Nel 1968 Smith e Carlos alzarono un pugno chiuso in un guanto nero. Intollerabile, sentenziò l’uomo che aveva tollerato i saluti nazisti, la propaganda razzista e i campi di concentramento. I due atleti neri con le medaglie al collo furono sospesi dalla squadra statunitense e dovettero lasciare il villaggio olimpico.

Cacciati come cani, loro che invece erano uomini.

 

Alessio Fratticcioli

Alessio Fratticcioli

Alessio è il fondatore e amministratore di Asiablog.it (anche su Facebook, Twitter e Google+). Vive in Asia dal 2006. Sta svolgendo un dottorato di ricerca in comunicazione politica presso la Monash University. Per saperne di più su questo buffo personaggio, la sua lunga e noiosa biografia si trova qui.
Alessio Fratticcioli

About Alessio Fratticcioli

Alessio è il fondatore e amministratore di Asiablog.it (anche su Facebook, Twitter e Google+). Vive in Asia dal 2006. Sta svolgendo un dottorato di ricerca in comunicazione politica presso la Monash University. Per saperne di più su questo buffo personaggio, la sua lunga e noiosa biografia si trova qui.
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