Giappone: dai Disastri nasce la Cultura della Bellezza e della Transitorietà

The_Great_Wave_off_Kanagawa

La grande onda di Kanagawa (神奈川沖浪裏, lett. “Sotto un’onda al largo di Kanagawa”) è una xilografia in stile ukiyo-e del pittore giapponese Hokusai (1760-1849), pubblicata la prima volta tra il 1830 e il 1831, durante il periodo Edo della storia del Giappone. È la prima e la più celebre tra quelle che compongono la serie intitolata 36 vedute del Monte Fuji, oltre a essere la più famosa nel suo genere e una delle immagini più famose al mondo.

Terremoti, tifoni, tsunami, incendi, vulcani, attacchi nucleari e terrorismo, il Giappone è da sempre terra di disastri, e ciò si riflette nella cultura popolare, dall’arte alla letteratura fino ai mostri, ai manga e a cartoni animati

Il Giappone è un arcipelago sulla cresta della cosiddetta Cintura del Fuoco del Pacifico. Le isole che formano questo paese dell’Estremo Oriente costituiscono la parte emersa di una grande catena montuosa in bilico tra la placca tettonica del Pacifico e quella del Mare delle Filippine. Il Giappone nella sua storia ha subito innumerevoli disastri naturali, dall’eruzione del vulcano del Monte Bandai nel 1888 (sotto), che ha ucciso quasi 500 persone e seminato detriti per interi villaggi, fino al terribile terremoto del Tōhoku della settimana scorsa, il cui numero di vittime non è ancora chiaro.

Mount-Bandei-eruption

Eruzione del Monte Bandai. Un ukiyo-e di Tankei.

Nel solo Ventesimo secolo, il Giappone è stato piagato da una lunga serie di terremoti, tifoni, tsunami, incendi e eruzioni vulcaniche, per non parlare deu due attacchi nucleari statunitense e dei molteplici episodi di terrorismo. Come la Gran Bretagna, un’altra  isola-nazione dall’altra parte del mondo, il Giappone ha sempre risposto alle devastazioni con stoiche ricostruzioni. Ma a differenza dei britannici, o meglio a differenza di chiunque altro al mondo, i giapponesi hanno riflesso il loro difficile rapporto con Madre Natura e con le catastrofi causate dagli uomini attraverso una lente culturale unica, producendo film di mostri, poesia Zen, letteratura post-apocalittica, e persino manga pornografici con tanto di stupri tentacolari.

Perché dunque la risposta culturale del Giappone alla sua storia di disastri è cosi unica e fantastica – e da dove proviene? Lo spiega con chiarezza l’articolo Japan, Land of Disaster di Britt Peterson, apparso su Foreign Policy il 14 marzo 2011.

Villagers on the site of houses devastated by earthquake, Japan, 1876.

Immagine dal terremoto del 1876 in un villaggio giapponese.

Per secoli,  influenzati dall’ambiente in cui si trovavano, autori, poeti e artisti giapponesi hanno riflettuto sull’instabilità esistenziale della vita. Il saggista Kamo no Chomei (1155-1216), nel Racconto della mia Capanna, ha scritto una lunga riflessione sulle calamità e l’importanza di rispondere a questi avvenimenti ritirandosi dal mondo. In un passaggio l’autore discute il terremoto del 1185, che presenta come un’opportunità per l’uomo di meditare sulla “vanità e insensatezza del mondo” — una opportunità, aggiunge Kamo, della quale pochi hanno approfittato.

Paul Anderer, professore di Lettere e filosofie asiatiche alla Columbia University, dice che questa tendenza tipicamente giapponese di rispondere alle catastrofi con la meditazione e la calma è riconducibile alla parabola della “Casa che Brucia” della Sutra del Loto:

“Il mondo è visto come una casa in fiamme, ed è perché è un mondo fragile, reso ancora più fragile dal desiderio, dall’avarizia e dall’avidità umana. E un modo per affrontarlo è quello di frenare il desiderio, se non sopprimerlo completamente…

Poi ci fu il grande terremoto del 1185, di una intensità prima sconosciuta. Le montagne vennero sbriciolate e i fiumi sepolti; il mare si sollevò e sommerse la terra. […] Di tutte le cose spaventose del mondo, nessuna è così spaventosa come un terremoto.”

Nagoya 1891

La distruzione in un sobborgo di Nagoya dopo il terremoto del 1891.

Come sostiene Susan Napier, professoressa di letteratura giapponese presso la Tufts University, un filo comune nella risposta giapponese ai disastri naturali è il concetto che la transitorietà porta una sua bellezza:

«E’ precisamente perché le cose non durano che esse sono bellissime»

Kokan Shiren (1278-1346), poeta e maestro Zen, ha scritto questa poesia sulle conseguenze di un terremoto:

Le cose ancora si muovono,

lo stabile diventa instabile,

la terra come le onde dell’oceano,

la casa come una barca –

tempo di avere paura,

ma anche tempo di piacere;

assenza di vento, eppure il vento

le campane continuano a suonare.

1925 woodcut by Unpo Takashima depicts Tokyo's Ueno district ablaze.

Il distretto Ueno di Tokyo in fiamme durante il terremoto del 1923. Opera di Unpo Takashima, 1925.

Il terremoto del 1923 a Tokyo è stato uno dei peggiori al mondo nel Ventesimo secolo, con un totale di circa 100.000 morti in una città di circa 4 milioni di abitanti. Il sisma è stato seguito da giorni di incendi che hanno distrutto le case che erano rimaste in piedi. In seguito, alcuni cittadini e la polizia hanno preso le armi in una virulenta reazione razzista contro la l’odiata minoranza coreana che viveva città, accusata di sfruttare il caos del terremoto per organizzare una sedizione. Alla fine vennero uccisi circa 6.000 coreani e coreane, molti con le spade o con pali di bambù.

Il celebre regista Akira Kurosawa, che aveva 13 anni al momento del sisma e potrebbe aver attinto da queste scene anarchico-apocalittiche per film come Rashomon I sette samurai, descrive le rovine della città nelle sue memorie del 1983, intitolate Una sorta di autobiografia (Something Like an Autobiography):

“L’intero distretto di Edogawa era velato in una polvere danzante, il cui grigiore vorticoso dava al sole un pallore come durante un’eclissi. I sopravvissuti sembravanoprofughi dell’inferno e tutto il paesaggio aveva assunto un aspetto bizzarro e misterioso.”

Namazu. Figura usata come talismano contro i terremoti. 1855, autore ignoto.

Gli Dei combinano le loro forze per cercare di fermare Namazu. Figura usata come talismano contro i terremoti. 1855, autore ignoto.

Inventare mostri per cercare di spiegare o fare i conti con le catastrofi naturali ha radici profonde nella cultura giapponese. I terremoti sono stati spiegati co il “Namazu“, o pesce gatto, una figura leggendaria e un soggetto popolare di molte stampe. Il Namazu è un pesce gatto gigante che vive sottoterra e che provoca i terremoti con i fruscii della coda. Il nemico di Namazu è Kashima, o Takemikazuchi, una divinità del pantheon shintoista che cerca di opporsi ai terremoti e di limitare i danni. I terremoti sono stati anche spiegati con uno squilibrio di forze tra yin (acqua) e yang (il fuoco) all’interno della terra.

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Vai alla seconda parte dell’articolo cliccando QUI:

Giappone: dai Disastri nasce la Cultura della Bellezza e della Transitorietà (2a parte) 

Alessio Fratticcioli

About Alessio Fratticcioli

Alessio è il fondatore e amministratore di Asiablog.it (anche su Facebook e Twitter). Per saperne di più su questo buffo personaggio, la sua lunga e noiosa biografia si trova qui.
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