Processo Fabio Polenghi, il verdetto: Ucciso dall’esercito thailandese

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Fabio Polenghi ricordato dalle Camicie Rosse insieme alle altre vittime della violenza di stato in Thailandia. Foto Reuters

Il fotoreporter italiano fu ucciso da un proiettile in dotazione all’esercito thailandese, proveniente dalla parte dove stavano avanzando i soldati impegnati nel blitz contro le Camicie Rosse nel maggio del 2010. Lo ha stabilito oggi un tribunale di Bangkok, con un verdetto che conferma la validità del teorema della famiglia senza pero’ identificare l’autore materiale dell’omicidio. La sorella: «Sentenza positiva, ma non è la soluzione»

BANGKOK (Asiablog) – Furono i soldati dell’Esercito Reale della Thailandia ad uccidere Fabio Polenghi, 48 anni, il fotoreporter italiano morto a Bangkok il 19 maggio 2010. L’italiano si trovava in Thailandia per documentare la protesta delle Camicie Rosse e la repressione dell’esercito sotto il governo dell’allora primo ministro Abhisit Vejjajiva. Il verdetto della giustizia thailandese e’ stato emesso oggi dalla Corte Penale di Bangkok Sud. Il processo era partito nel luglio del 2012.

LA DINAMICA – Il tribunale, confermando i risultati delle indagini preliminari, ha stabilito che Polenghi è stato colpito a morte da un proiettile ad alta velocità in dotazione all’esercito thailandese. I giudici hanno ricostruito con certezza la dinamica dell’omicidio. In quella giornata di tre anni fa la protesta antigovernativa, protrattasi per oltre due mesi nel centro di Bangkok nel tentativo di costringere il Governo a rassegnare le dimissioni ed indire nuove elezioni, venne dispersa violentemente dalle truppe inviate dal primo ministro Abhisit Vejjajiva. La controversa operazione si concluse con un bilancio di oltre 90 morti e 2mila feriti. Tra le vittime, il fotoreporter italiano, colpito mentre stava scappando dal viale Ratchadamri verso l’incrocio di Ratchaprasong. L’unico gruppo di soldati presente in quella zona in quel momento era il Secondo Battaglione della Guardia Reale, che stava avanzando dall’incrocio di Sala Daeng verso Ratchaprasong. I soldati avanzavano sparando orizzontalmente, non in aria,” ha testimoniato il colonnello di polizia Suebsak Pansura. Questi dati hanno portato i giudici a concludere che il proiettile che ha perforato il cuore di Polenghi è stato sparato dagli uomini in divisa, e non dai manifestanti, come sostenuto inizialmente dallo stesso primo ministro thailandese.

fabio polenghi famigliaLA FAMIGLIA – «È un verdetto positivo, ma non risolutivo», ha dichiarato all’Ansa la sorella Elisabetta, presente in tribunale alla lettura del verdetto assieme alla sorella maggiore Arianna e alla madre Laura Chiorri. “Non è una sentenza che mi mette il cuore in pace, semplicemente posticipa il problema. Non provoca nessun danno all’esercito”, ha aggiunto Elisabetta Polenghi, che in questi tre anni, per portare avanti la sua tenace battaglia per la giustizia, ha visitato la Thailandia per nove volte con un cospicuo sforzo economico. Dello stesso avviso la madre: Vorrei sapere chi ha ucciso Fabio, e soprattutto chi ha ordinato di sparare. Almeno per avere qualcuno con cui sfogarmi”. “Il tribunale ha stabilito che gli ordini dati dal primo ministro Abhisit Vejjajiva e dal suo vice Suthep Thaugsuban portarono alla morte di Fabio. L’evidenza e’ che il proiettile [che ha ucciso Fabio] e’ del tipo utilizzato dall’esercito“, ha detto ai giornalisti Karom Ponthaklang, avvocato della famiglia Polenghi. “Ci riserviamo di chiedere al Dipartimento di investigazioni Speciali (DSI), che dipende dal ministero della Giustizia, di agire in giudizio contro Abhisit – ora capo dell’opposizione – e Suthep, responsabili di aver ordinato la repressione,” ha aggiunto Karom. L’anno scorso la DSI ha avviato un’altra indagine per omicidio su Abhisit e Suthep, responsabili, secondo l’accusa, di aver autorizzato l’uso delle armi per reprimere manifestazioni di civili per lo piu’ disarmati, causando anche la morte di un tassista, Phan Kamkong, anch’egli vittima dei soldati. Le accuse non sono arrivate in tribunale. “Abhisit ha chiesto di avere un incontro riservato”, ha dichiarato Elisabetta Polenghi in una conferenza stampa tenutasi al Foreign Correspondent Club di Bangkok, “ma quello di Fabio e’ un affare pubblico. Se Abhisit ha qualcosa da dire, tutti hanno il diritto di ascoltare.”

REAZIONI – Shawn Crispin, rappresentante per l’area sudest asiatica della Committee to Protect Journalists (Comitato per la protezione dei giornalisti, CPJ), un’organizzazione indipendente che ha come scopo la difesa della libertà di stampa e i diritti dei giornalisti nel mondo, ha detto che la sentenza rappresenta un importante primo passo nella lotta contro la storica impunità delle autorità thailandesi. “La sentenza è stata emessa nel modo giusto”, ha detto Crispin, “e credo che la pressione e l’attenzione internazionale abbiano aiutato.” Sunai Pasuk, rappresentante di Human Rights Watch (HRW), organizzazione non governativa internazionale che si occupa della difesa dei diritti umani, ha dichiarato che la sentenza evidenzia la necessità di portare a processo non solo i politici, ma anche i militari. “L’attuale governo ha adottato una politica di protezione dei comandanti e dei soldati coinvolti nei fatti del 2010”, ha detto Sunai. “Così i militari rimangono intoccabili, nonostante la sentenza del tribunale”.

IMPUNITA’  Nel report sulla situazione dei diritti umani nel mondo di HRW pubblicato nel 2011 si legge che “le autorità thailandesi hanno risposto con forza eccessiva” alle proteste – a tratti violente – dei manifestanti. I fatti del 2010 rappresentano uno dei capitoli più neri della storia del Regno di Thailandia, ma a tre anni di distanza non un solo soldato o ufficiale responsabile della strage e’ stato individuate o imputato, ne’ tanto meno arrestato, processato, o condannato. I generali dell’Esercito Reale della Thailandia hanno una lunga storia di impunità. Nonostante si siano resi colpevoli di 18 colpi di stato in 80 anni e di una lunga serie di massacri contro la popolazione civile, nessun responsabile e’ mai stato condannato da un tribunale. Per queste ragioni, l’importanza del caso Polenghi va oltre la legittima sete di giustizia e verità della famiglia della vittima. In gioco c’e’ anche il processo di democratizzazione di questo paese del sudest asiatico, che non può continuare a tollerare l’impunità e i privilegi atavici di cui godono le massime cariche dello stato e delle forze armate.

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Camicie Rosse espongono foto di quattro persone uccise dall'esercito nel 2010. Tra di esse, il fotoreporter italiano Fabio Polenghi. Photo Reuters.

About Alessio Fratticcioli

Alessio è il fondatore e amministratore di Asiablog.it (anche su Facebook e Twitter). Per saperne di più su questo buffo personaggio, la sua lunga e noiosa biografia si trova qui.
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