Italiano morto in Afghanistan: bisogna parlare di Guerra e Pace

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I 52 soldati italiani morti in Afghanistan prima di Giuseppe La Rosa, il bersagliere 31enne ucciso oggi.

E’ stato ucciso il 53esimo soldato italiano in Afghanistan. Che l’ennesimo sacrificio riapra il dibattito sulla necessità di ritirare le truppe italiane dall’Afganistan

La vittima si chiamava Giuseppe La Rosa e veniva da Barcellona Pozzo di Gotto (Messina). L’attacco è avvenuto nella zona di Farah, dove qualcuno ha lanciato una bomba a mano dentro un “Lince”. È il 53° militare italiano ucciso in Afghanistan dal 2004.

Il fatto, tragico di per sé, come ogni morte, e particolarmente doloroso visto che riguarda un uomo di soli 31 anni, è ancora più difficile da digerire perché i rappresentanti delle gerarchie politico-istituzionali italiane, come d’abitudine, hanno immediatamente cominciato a recitare le solite cantilene, le stesse maledette banalità ripetute di volta in volta, morte dopo morte. Le dichiarazioni di questi uomini, ogniqualvolta un soldato italiano viene ucciso in guerra, sono ripetitive, formali, stucchevoli. Ci sono, immancabili, le «condoglianze», seguite a ruota dal «grandissimo dolore», la «profonda commozione», il «sacrificio lancinante», i «ragazzi che servono il nostro paese» e, ovviamente, la rabbia contro il nemico, i «talebani barbari terroristi». Poi arrivano i minuti di silenzio, e infine i funerali di Stato. E magari finisce che ci scappa qualche lacrima di coccodrillo, in genere davanti a una telecamera. Poi tutto finisce li, fino al prossimo morto, e allora la giostra riparte.

Ma non e’ facile digerire queste dichiarazioni, perché escono dalle stesse bocche che, nella maggior parte dei casi, hanno deciso di portare il paese in una guerra nella quale noi non c’entravamo nulla. Hanno poi contribuito con la loro retorica a tenere l’Italia in guerra per anni, contro la volontà dei cittadini italiani, e dunque, indirettamente, a far morire ammazzati 53 italiani, Giuseppe La Rosa per ultimo, e un numero imprecisato di afghani. (Ma per loro non ci sono minuti di silenzio).

Così facendo, gli uomini delle istituzioni continuano a venir meno al loro ruolo e ad ingannare il popolo, non permettendo a molti cittadini italiani di capire che in quella missione c’è poco di nobile, come d’altro canto in ogni guerra.

Non ammettono, questi uomini di stato, che in questo conflitto armato il terrorismo c’entra poco, mentre gli interessi economici e geopolitici c’entrano moltissimo.

Non rivelano, questi politici, che questa guerra sporca di piscio e sangue è nata da poche ragioni, è retta da pochissimi ideali, continua per i troppi interessi, ed è costellata da una serie infinita di stragi, dove a morire sono soprattutto bambini e civili afghani in genere. Dati alla mano, risulta che le truppe Nato in Afghanistan abbiano donato ai pargoli locali, oltre alle solite caramelle, anche pallottole e bombe, uccidendo  centinaia di bambini.

Non ce le vogliono dire queste cose. Non possono dircele. E dunque i giornali e le televisioni preferiscono imbonire la gente dando grande risalto ai commenti dei poveri familiari delle vittime (ovviamente straziati dal dolore), alle interviste ai vicini di casa che sul pianerottolo ricordano il “ragazzo solare e disponibile”, alle omelie di prelati e vescovoni, e alle suddette dichiarazioni formali dei politici (colpevoli di essere entrati in Guerra al fianco di Bush) che maledicono i “subdoli attentatori” e i “terroristi” che “ci odiano”. Mancano del tutto delle analisi approfondite e dei ragionamenti che, allontanandosi per un attimo dalla cronaca nera e discostandosi minimamente dall’ideologia dominante, cerchino di indagare la complessita’ dell’intervento militare, oramai decennale, in terra afghana.

Non facendo nulla di questo, inevitabilmente si continua a parlare, a sproposito, di “eroi”, “martiri”, “grandi italiani”, utilizzando la parola pace invece della parola guerra, ragazzi invece che soldati, terroristi invece che guerriglieri, o insorti, o partigiani; e così via. Ma d’altronde, solo pensare che ad ammazzare “i nostri ragazzi” possano essere dei “partigiani” ci fa rabbrividire, e soprattutto va controcorrente rispetto a quanto abbiamo sentito in televisione negli ultimi dieci anni. Definirli “partigiani” e’ dunque una bestemmia, una schifezza da togliere la parola a un amico, perché, non dimentichiamocelo, parliamo dei cattivissimi contadini afghani semianalfabeti, delle bestie immonde che per cacciare le truppe straniere dal loro paese – truppe che considerano di invasione, blasfeme, assassine, imperialiste – fanno la guerra come possono, come riescono, con le armi che si ritrovano e con esplosivi “artigianali”, e addirittura, forse (la notizia è da confermare, ma non è questo il punto), “arruolando” minorenni, o addirittura bambini, come fecero tanti altri “eserciti di liberazione”, “eserciti popolari”, come ad esempio quello di Ho Chi Minh in Vietnam, dove a combattere erano tutti, dai fanciulli alle vecchie mondine con la gobba.

Dunque, forse, ora in Afghanistan abbiamo anche i bambini che si mettono a tirare le bombe a mano ai soldati italiani. Di fronte a questa situazione, che sarebbe ridicola se non fosse profondamente tragica, l’Italia continua a prestare agli USA un contingente di truppe numericamente minore solo a quello di Gran Bretagna, Germania e Francia, per una spesa di circa 51 milioni di euro al mese a carico del contribuente italiano. Questo nonostante la missione sembri essere in sempre più stridente contrasto con l’articolo 11 della Costituzione. Inoltre, secondo i più autorevoli analisti militari, il conflitto potrebbe continuare per anni, se non per decenni, con al massimo una “tenue prospettiva di successo”, ma più realisticamente con una soluzione di compromesso, che vedrà tornare i talebani al Governo del Paese, o perlomeno di porzioni del Paese. (Ovviamente, a suo tempo, bisognerà dipingerli mediaticamente come “talebani moderati” o addirittura “democratici”). Intanto, mentre i giornali italiani sprecano inchiostro sulle ultime sparate di Mario Balotelli e Beppe Grillo, al vertice della Nato si decide di restare in Afghanistan ben oltre la  fine naturale della missione Isef.

Se questo è il quadro, sarebbe forse il caso di rimettere la Guerra e la Pace al centro della politica italiana, aprendo al più presto in Parlamento e nel Paese un dibattito serio ed una riflessione approfondita su alcuni inevitabili interrogativi di fondo: chi o cosa stiamo difendendo in Afghanistan? Qual è il reale scenario politico di quel Paese? Insomma, che ci facciamo ancora in Afghanistan? E fino a quando dobbiamo restarci?

Il resto, purtroppo, è tragica banalità, vuota ritualità e conformismo ipocrita.

Alessio Fratticcioli

Alessio Fratticcioli

Alessio è il fondatore e amministratore di Asiablog.it (anche su Facebook, Twitter e Google+). Vive in Asia dal 2006. Sta svolgendo un dottorato di ricerca in comunicazione politica presso la Monash University. Per saperne di più su questo buffo personaggio, la sua lunga e noiosa biografia si trova qui.
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