Sull’uso inappropriato del termine “eroe”

Non credo che quei poveri soldati morti in quel modo così brutale siano “eroi”. Chiamarli eroi non è giusto. In Italia non esiste piu’ la leva obbligatoria. Chi sceglie di entrare a far parte dell’esercito sceglie una carriera, un lavoro. Un lavoro piu’ rischioso di altri. Un lavoro talmente rischioso che in alcuni casi – per fortuna rari – può portare alla morte. Ma un soldato che viene ucciso non diventa automaticamente un eroe.

Non è mai superfluo ripetere che per quanto riguarda i 6 soldati italiani deceduti a Kabul ognuno dovrebbe esprimere vicinanza sincera, vera e profonda alle famiglie delle vittime. Non possiamo non essere toccati profondamente dal fatto che quei poveri soldati lasciano famiglie, mogli, madri e figli. Bisogna avere assoluto rispetto per la morte di chiunque. Ogni vita è sacra, unica e irripetibile.

Ma ora facciamo un discorso piu’ generale.

Un soldato ucciso dai nemici non è automaticamente un eroeNon si può chiamare eroe una persona o un soldato vittima di una aggressione o azione militare che comporti la sua morte semplicemente perché per sua sfortuna era lì in quel momento e che non aveva nessuna parte attiva nell’impedire o contrastare con i suoi mezzi il fatto criminoso.

Secondo l’enciclopedia, la definizione di eroe è la seguente:

L’eroe, nell’era moderna, è il protagonista di uno straordinario e generoso atto di coraggio, che comporti o possa comportare il consapevole sacrificio di sé stesso, allo scopo di proteggere il bene altrui o comune.

Ad esempio, può essere considerato un eroe chi sacrifica la propria vita per salvarne un’altra, come l’uomo che si getta in acqua e annega per salvare la vita a un’altra persona, o il vigile del fuoco che perisce per salvare qualcuno in un incendio (pensate ad esempio a quei pompieri che continuavano ad entrare nelle Torri Gemelle per cercare di salvare altre vite, pur sapendo che le Torri sarebbero crollate da lì a poco).

Ma un eroe è anche Osmai, che ha salvato undici vite con le proprie mani, strappandole dalle macerie di una casa distrutta nell’inferno del terremoto abruzzese. Eroi possono essere considerati anche quelle persone decidono consapevolmente di rischiare la propria vita per il bene comune, per il bene della società. Come un Roberto Saviano, costretto a vivere sotto scorta perché condannato a morte dalla Camorra. O come i magistrati Falcone e Borsellino, che sapevano benissimo che la loro morte per mano della Mafia era solo una questione di tempo, ma sarebbe arrivata. Nonostante questo hanno continuato a portare avanti il loro lavoro per il bene della comunità. Questi sono gli eroi civili che noi cittadini dovremmo ammirare.

Dunque, per quanto riguarda un soldato, non basta il fatto di venire ucciso per diventare un eroe. Non possiamo considerare eroi tutti i soldati morti in tutte le guerre. (Sarebbero, tra l’altro, un numero troppo elevato). Un soldato diventa un eroe quando compie un atto straordinario, come chi si lancia contro le granate per salvare gli altri, chi una volta finite le munizioni invece di arrendersi continua a lottare con le proprie mani, oppure chi muore o rischia la vita per salvare un compagno ferito o un civile inerme.

L’uso inappropriato del termine “eroe” non fa che svilire le gesta o i sacrifici dei veri eroi. Oltre a far apparire ipocrita o ignorante la persona che utilizza il termine in modo errato.

Alessio Fratticcioli

Alessio Fratticcioli

Alessio è il fondatore e amministratore di Asiablog.it (anche su Facebook, Twitter e Google+). Vive in Asia dal 2006. Sta svolgendo un dottorato di ricerca in comunicazione politica presso la Monash University. Per saperne di più su questo buffo personaggio, la sua lunga e noiosa biografia si trova qui.
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