In Egitto come in Thailandia: bisogna dare una possibilità alla Democrazia

Egitto Cairo bambini feriti uccisi

Ragazzino ferito durante la repressione militare contro i sostenitori del Presidente Morsi al Cairo, in Egitto, il 14 agosto 2013. (Foto Masaab El-Shamy/AFP/Getty Images)

Le inclinazioni autocratiche di Morsi possono aver danneggiato la democrazia; ma cacciarlo con un colpo di stato militare è stato un colpo mortale

Di Ian Baruma*

Egitto e Thailandia sono paesi molto diversi ma hanno una cosa in comune. Seppur in tempi diversi, in entrambi i paesi i sedicenti democratici, appartenenti in genere alle fasce più istruite della popolazione, hanno finito per applaudire dei colpi di stato militari contro governi democraticamente eletti. in Thailandia nel 2006 come in Egitto lo scorso mese, questi ‘democratici,’ che in precedenza avevano resistito a dei regimi oppressivi per molti anni, e a volte vi si erano ribellati, sono stati felici di vedere dei leader politici democraticamente eletti spodestati con la forza. 

Questa perversione non è senza ragione. I leader eletti di entrambi i paesi, Thaksin Shinawatra in Thailandia e Mohammed Morsi in Egitto, erano dei tipici esempi di democratici illiberali che tendevano ad interpretare i loro successi elettorali come dei mandati in bianco per manipolare le norme costituzionali e comportarsi da autocrati.

In questo senso, essi non sono un grossa eccezione. Anzi, possono essere definiti dei tipici leader di nazioni con una lunga storia di regimi autoritari – e con poca o nessuna esperienza democratica. Tanto per fare altri esempi, uno di questi leader è il primo ministro turco, Recep Tayyip Erdogan. E se ai leader del Fronte Islamico di Salvezza Algerino (FIS) fosse stato permesso di prendere il potere nel 1991, quando vinsero democraticamente le elezioni, essi avrebbero formato quasi certamente un governo dai tratti illiberali. Invece sono stati schiacciati da un colpo di stato militare, prima del secondo turno elettorale, innescando otto anni di brutale guerra civile in cui si stima siano morte 200.000 persone.

I risultati del golpe militare del 2006 in Thailandia sono stati meno sanguinosi. Ma tra i sostenitori di Thaksin Shinawatra ancora oggi continua ad aleggiare l’amarezza, nonostante sua sorella, Yingluck, sia stata eletta Primo Ministro. A Bangkok la violenza di strada continua ad essere una minaccia costante.  Questo non fa ben sperare per la democrazia thailandese, ed un altro intervento militare è l’ultima cosa di cui il paese ha bisogno.

In Egitto al momento la situazione è molto peggiore. Il leader del colpo di stato militare, il generale Abdel Fattah al-Sisi, ha promesso di affrontare Fratelli Musulmani di Morsi con la massima durezza. In due diversi incidenti nel mese di luglio, le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco sui sostenitori della Fratellanza mentre protestavano pacificamente contro la cacciata e l’arresto del Presidente Morsi, uccidendo quasi 200 persone. La strage sta continuando, e le unità di polizia segreta attive sotto l’ex autocrate Hosni Mubarak, note per l’uso frequente della tortura, sono state ricostituite per la prima volta dopo la Rivoluzione del 2011.

Niente di tutto questo può essere considerato democratico o liberale. Eppure molti egiziani, tra cui alcuni cosiddetti attivisti per i diritti umani, continuano ad approvare. Uno di loro, che fu barbaramente picchiato da un membro delle forze armate in piazza Tahrir nel 2011, ora sostiene che il popolo egiziano dovrebbero stare dalla parte dei militari, e che tutti i leader dei Fratelli Musulmani dovrebbero essere arrestati. Un altro attivista democratico di spicco, Esraa Abdel Fattah, ha denunciato il partito di Morsi definendolo “una banda di terroristi al soldo degli stranieri.” I generali dell’esercito stanno dicendo la stessa cosa: che ci vogliono misure speciali, che serve la massima forza, e che le unità di sicurezza devono essere ripristinate – tutte misurie necessarie per “combattere il terrorismo”.

Alcuni commentatori stranieri continuano ad essere tanto illusi quanto gli egiziani che stanno dalla parte dei generali golpisti. Un noto scrittore olandese ha espresso un punto di vista piuttosto tipico, dicendo che non gli importa molto del fatto che i sostenitori del Presidente Morsi stiano subendo una brutale repressione militare, perché si tratta solamente di “islamo-fascisti.” Nel frattempo i governi stranieri preferiscono chiudere gli occhi. L’amministrazione del presidente Barack Obama si rifiuta di parlare di “colpo di stato,” e il Segretario di Stato degli Stati Uniti, John Kerry, è riuscito persino a sostenere che l’esercito egiziano sta “ripristinando la democrazia.”

Non vi è dubbio che il governo di Morsi si sia comportato in modo inesperto, spesso incompetente, e che ha mostrato poco interesse per l’ascolto di opinioni diverse da quelle dei suoi sostenitori, che erano spesso tutt’altro che liberali. Ma il popolo di Morsi non è composto da “terroristi al soldo degli stranieri.” Né Morsi è una versione egiziana dell’Ayatollah iraniano Ruhollah Khomeyni.

Le elezioni che hanno portato Morsi al potere hanno dato voce politica per la prima volta a milioni di persone, molti dei quali poveri, ignoranti, e religiosi. E’ vero che molti di loro possono essere considerati cattivi democratici, e che non sono nemmeno particolarmente tolleranti riguardo alle opinioni discordanti. Anzi, molti di loro avevano opinioni – per esempio sui diritti delle donne, sul sesso e sul ruolo dell’Islam nella vita pubblica – che i liberali laici trovano semplicemente aberranti. Ma etichettarli come terroristi al soldo degli stranieri, e farli tacere con la forza, può avere un solo risultato: più violenza.

Questo si spiega perchè, quando i risultati delle elezioni democratiche non sono rispettati, le persone cercano altri mezzi per farsi sentire. Le inclinazioni autocratiche di Morsi possono aver danneggiato la democrazia; ma cacciarlo con un colpo di stato militare è stato un colpo mortale.

Ed eccoci tornati al solito vecchio problema dei paesi in via di sviluppo: come colmare il divario tra i laici, le élite urbane più o meno occidentalizzate e le masse rurali? Una soluzione è quella di portare avanti il processo di modernizzazione e secolarizzazione opprimendo i poveri e le loro organizzazioni religiose. L’Egitto ha già subito questo genere di regime di polizia secolare e modernizzatrice, sia di destra che di sinistra. L’altra soluzione è quella di dare alla democrazia una possibilità.

Questo però nel mondo arabo non è possibile senza permettere una qualche forma di influenza religiosa nella vita pubblica. Nessuna democrazia in Medio Oriente potrà veramente funzionare senza tenere conto dell’Islam. Ma, senza la libertà di esprimere altre opinioni e credenze, la democrazia rimarrà illiberale, e questo punto è difficile da accettare per i partiti islamici. Molti islamisti possono infatti preferire una democrazia_illiberale ad una democrazia liberale. Ma i liberali che sono veramente a favore della democrazia devono accettare che anche gli islamisti abbiano il diritto di svolgere un ruolo politico. L’alternativa è quella di tornare ad una autocrazia illiberale. E applaudire il colpo di stato militare contro Mohammed Morsi rende questo risultato ancora più probabile.

*Questo post è una libera traduzione di un articolo di Ian Buruma apparso su The Globe and Mail il 13 agosto 2013. Baruma è professore di democrazia, diritti umani, e giornalismo al Bard College di New York.

Fonte articolo: The Globe and Mail. Fonte immagine: Boston

Alessio Fratticcioli

Alessio Fratticcioli

Alessio è il fondatore e amministratore di Asiablog.it (anche su Facebook, Twitter e Google+). Vive in Asia dal 2006. Sta svolgendo un dottorato di ricerca in comunicazione politica presso la Monash University. Per saperne di più su questo buffo personaggio, la sua lunga e noiosa biografia si trova qui.
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