Bombe inesplose: il caso laotiano

Gli americani sganciarono 270 milioni di bombe: i laotiani continuano a morire

Proiettile di mortaio esposto all'ingresso del COPE Centre di Vientiane

Proiettile da mortaio esposto all’ingresso del COPE Centre di Vientiane – © Mauro Proni 2013

VIENTIANE (Asiablog.it) — Una guerra dimenticata è quella che venne combattuta in Laos tra gli anni ’60 e ’70, una guerra mai finita che continua tuttora a mietere vittime, nel silenzio della stampa occidentale disinteressata a quegli “effetti collaterali” che sono considerati ormai una conseguenza inevitabile di ogni conflitto bellico moderno. Le bombe inesplose in Laos continuano ancora oggi, a distanza di quasi quarant’anni dalla fine del conflitto, a mietere vittime quotidianamente, sia tra gli adulti che tra i bambini.

Tra il 1964 e il 1973 gli Stati Uniti condussero in Laos una delle più pesanti operazioni di bombardamento della storia. Le prime missioni vennero avviate senza alcuna dichiarazione di guerra con lo scopo di contenere la cosiddetta “infezione comunista”, così come la definì il presidente degli Stati Uniti Truman negli anni Quaranta. 

Interno di un rifugio di ribelli Phateth Lao sulle montagne attorno a Nong Khiaw – © Mauro Proni 2012

Erano gli anni della Guerra del Vietnam ed anche in Laos i ribelli comunisti locali si erano organizzati per condurre la loro guerra di liberazione con lo scopo di ribaltare la monarchia e di affermare il socialismo. In particolare gli Stati Uniti temevano che i Pathet Lao, i guerriglieri comunisti laotiani, potessero avere la meglio, portando così il piccolo paese costretto tra Vietnam e Thailandia nell’orbita del comunismo filosovietico.

Fu l’allora presidente Kennedy ad autorizzare le prime missioni di bombardamento sul suolo laotiano, con l’esplicito accorgimento che nulla dovesse essere comunicato all’opinione pubblica. Per tale motivo a proposito delle operazioni che gli USA condussero in Laos gli storiografi parlano tuttora di Guerra Segreta.

Ingresso di un bar di Phongsavanh arredato con bombe reperite nelle campagne circostanti – © Mauro Proni 2013

Le aree più colpite dai bombardamenti tra la seconda metà degli anni ’60 e la prima metà degli anni ’70 furono quelle appartenenti alle province di Luang Prabang e Xiengkouang, nel Laos settentrionale, e la zona centro-meridionale interessata dal cosiddetto Corridoio di Ho Chi Minh, la strada segreta che dal Vietnam del Nord si incuneava in Laos per rifornire i ribelli Vietminh attivi nel Vietnam del Sud.

Nonostante i pesanti bombardamenti americani, gli Stati Uniti persero la guerra e nel 1975 – nello stesso anno i Viet Minh presero Saigon – il Laos divenne una repubblica popolare, pagando tuttavia un prezzo assai caro. Il piccolo paese di circa sei milioni di abitanti ottenne il triste primato di essere il più pesantemente bombardato della storia dell’umanità in termini di numero di bombe sganciate per abitante.

cluster bomb esposta nel museo del COPE Centre di Vientiane – © Mauro Proni 2013

Durante la Guerra del Vietnam si stima che gli USA abbiano effettuato circa 580.000 missioni di bombardamento aereo sul territorio laotiano, ovvero una ogni 8 minuti, 24 ore al giorno, per 9 anni consecutivi, scaricando al suolo circa 270 milioni di bombe, il 30% delle quali rimaste inesplose al momento dell’impatto. Il 25% dei villaggi laotiani è tuttora interessato dal fenomeno delle bombe inesplose, più o meno in tutte le province del Paese.

Dal 1964 al 2011 più di 50.000 persone, tra morti e feriti, sono stati coinvolti in incidenti dovuti a bombe inesplose, e i bambini rimasti vittime di incidenti sono stati circa 8000 tra il 1974 e il 2011.

La bonifica dei terreni procede tuttora ad un ritmo di 40 chilometri quadrati l’anno. UXO Lao riferisce che per ripulire un ettaro di terreno occorrono circa dieci giorni, molti di più se la superficie è collinosa o coperta da fitta vegetazione.

Cartello indicante lo stato dei lavori di bonifica di un’area sita nelle campagne attorno a Phongsavanh (Piana delle Giare) – © Mauro Proni 2014

Le operazioni di clearence vengono condotte manualmente da personale specializzato, con l’ausilio di moderni metal detector. Quando viene rinvenuto un ordigno, quest’ultimo viene isolato e, se possibile, fatto saltare in loco. Gli enti che si occupano di queste attività sono due. UXO Lao (Unexploded Ordnance Laos) è un’organizzazione composta da circa mille operatori nazionali, supportati da consulenti e tecnici stranieri; MAG (Mine Advisory Group) è un’organizzazione internazionale che opera in vari paesi tra i quali lo stesso Laos.

Attualmente in Laos si verificano ancora un centinaio di incidenti l’anno dovuti all’esplosione di bombe, taluni per semplice casualità, altri per imprudenza nel maneggiare gli ordigni.

Bambini contadino nelle campagne di Nong Khiaw – © Mauro Proni 2012

Le vittime predestinate delle bombe inesplose sono i contadini. Addentrandosi nelle foreste per raccogliere cibo e materiale da costruzione talvolta si imbattono in bombe o in componenti delle stesse rimasti al suolo. In particolare sono le cluster bomb (bombe a grappolo) a rappresentare ancora un insidioso pericolo per i contadini. Si tratta di ordigni esplosivi della forma di una pallina da tennis che vengono sganciati dagli aerei racchiuse a centinaia in un contenitore di forma ovale. Una volta sganciata la bomba-contenitore – composta da due sezioni separate divisibili – questa si apre in volo, rilasciando le bombies che esplodono al contatto con il suolo. Se la cluster bomb è difettosa non detona, ma giacerà al suolo conservando tutto il suo potere distruttivo per anni. Piogge intense e fitta vegetazione possono non renderla facilmente individuabile, o seppellirla nel fango fino a quando qualche contadino non vi impatta contro con la vanga o con l’aratro.

Bambini del villaggio di Samboon Noi (provincia di Luang Prabang) giocano a cavalcioni di una bomba – © Mauro Proni 2014

Gli involucri esterni delle cluster bomb non sono in sé pericolosi – si tratta nient’altro che di due gusci di metallo -, ma talvolta dentro si possono ancora trovare componenti non detonati e l’impreparazione nel maneggiarli può essere letale, specialmente quando a imbattersi nelle stesse sono i bambini, vittime quanto gli adulti di incidenti di questo tipo.

Non raramente capita che i più piccoli, giocando nei campi, si trovino di fronte a bombies inesplose, proiettili da mortaio o da cannone, che possono facilmente essere scambiate per una lampada, una campana per mucche o una tazza, e la curiosità innata o il desiderio di portarla a casa come trofeo di caccia può far dimenticare loro le raccomandazioni dei genitori di non toccare tale tipo di oggetto.

Anziano di etnia h’mong del villaggio di Samboon Noi mostra un proiettile da cannone reperito sulle montagne circostanti – © Mauro Proni 2014

Il commercio di rottami di metallo è ufficialmente illegale in Laos, proprio per i rischi connessi a tale tipo di attività. Tuttavia, con l’ausilio di vecchi metal detector vietnamiti da 10 dollari e piccole vanghe, i più temerari – o spesso i più poveri – ancora oggi setacciano i campi di riso e la foresta alla ricerca di rottami da rivendere al mercato nero. La ricerca di metallo può rappresentare un’importante fonte di guadagno per i contadini, dato che i commercianti di ferraglia pagano da 1000 a 2000 kip al chilo (meno di 10 centesimi di euro), cifra per loro sufficiente ad accollarsi il rischio di morire o perdere un arto nel tentativo maldestro di estrarre un ordigno dal terreno. Anche i bambini possono ripagarsi in fretta il costo di un buon metal detector e per tale motivo spesso non esitano a improvvisarsi cercatori di metalli.

Circa la metà delle persone coinvolte a vario titolo in queste attività denunciano incidenti a seguito dell’esplosione delle bombe, o nella fase di ricerca, o in quella di estrazione della miscela esplosiva dall’ordigno.

Dal punto di vista diplomatico e politico molto è stato fatto negli ultimi anni. Il Laos è stato il secondo paese dopo la Norvegia ad aver dato il via ad una campagna di messa al bando delle cluster bomb.

La Convention on Cluster Munitions (CCM) ha messo al bando l’uso, la produzione, lo stoccaggio e il trasporto di tali tipi di ordigni. L’atto obbliga gli stati aderenti a bonificare le aree colpite, ad assistere le vittime (attraverso cure mediche, riabilitative, psicologiche e sussidi economici) ed a distruggere i depositi di cluster bomb entro tempi prestabiliti.

La Convenzione è stata siglata a Oslo nel 2008 da 94 paesi  – Stati Uniti e Russia non hanno aderito alla convenzione – ed è divenuta operativa nel 2010.

protesi esposte nel museo del COPE Centre di Vientiane – © Mauro Proni 2013

Dal punto di vista medico assistenziale in Laos opera la Cooperation Othodic and Prosthetic Enterprise (COPE), un ente che eroga servizi riabilitativi a persone vittime di esplosione di ordigni bellici che non possono permettersi di sostenerne i costi autonomamente. COPE è stata fondata nel 1997 con la sottoscrizione di un accordo tra il Ministero della Salute laotiano e un gruppo di associazioni umanitarie internazionali. Nel corso degli anni la COPE ha raccolto l’adesione al progetto da parte dei governi di Stati Uniti, Australia e Norvegia che contribuiscono tuttora a sostenerne parte dei costi operativi.

I cinque COPE Rehabilitation Center sono presenti in Laos dal 1963 e svolgono sia attività di formazione di tecnici protesici e fisioterapisti, che fornitura di servizi riabilitativi a persone affette da disabilità susseguenti a incidenti con ordigni inesplosi.

Mauro Proni

Mauro Proni

Mauro Proni, classe 1975, si è laureato in giurisprudenza a Pavia nel 2000. Ha lavorato per quasi dieci anni nel settore legale coltivando nel contempo le sue grandi passioni: viaggiare, fotografare e scrivere. Già collaboratore dei magazine online Viedellest e EaSTJournal, è l'autore del libro "Laos. Usi, costumi e tradizioni", edito da Morellini. Attualmente vive in Laos, dove svolge la professione di insegnante e accompagnatore turistico.

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