Referendum in Scozia e spinte centrifughe in Europa

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Scozia: referendum per l’indipendenza.

A Edinburgo è testa a testa tra Sì e No, ma indipendentemente dal risultato scozzese il trend indipendentista in Europa è destinato a continuare

KUALA LUMPUR (Asiablog) – Nel referendum per l’indipendenza della Scozia dal Regno Unito del 18 settembre 2014 il popolo scozzese dovrà dare una risposta ad una semplice, diretta, storica domanda: ”Siete d’accordo che la Scozia debba essere un paese indipendente?”

Alcuni sondaggi vedono il No in vantaggio di qualche punto percentuale, ma altri danno gli indipendentisti in testa, nonostante Londra abbia offerto alla Scozia una autonomia ancora più ampia di quella attuale, nel tentativo di scongiurare la fine dell’Unione e le temute ricadute politico-economiche.

Indipendentemente da quello che sarà il risultato delle urne, il voto avrà ripercussioni ben al di là del canale della Manica. 

Il referendum scozzese arriva in un’epoca caratterizzata da spinte centrifughe in varie regioni europee. Oltre a Crimea e Ucraina orientale, che per molti versi costituiscono casi eccezionali, soprattutto considerando le pressione esterne (russe), anche i popoli di Catalogna, Paesi Baschi, Fiandre e, in misura minore, Corsica, Tirolo meridionale, Veneto e Baviera sembrano essere sempre più insofferenti nei riguardi degli Stati nei quali sono inseriti.

Una eventuale vittoria del Sì nel referendum scozzese, che decreterebbe la rottura dell’unione tra Scozia e Inghilterra creata 307 anni fa, potrebbe dunque diventare un esempio da seguire per i diversi localismi (ri)emersi in ogni angolo del continente.

Ma anche in caso di vittoria del No, il semplice fatto che agli scozzesi sia stata concessa l’opportunità di scegliere tra l’ampia autonomia attuale e la totale indipendenza da Londra rappresenta una scintilla di speranza per i movimenti indipendentisti del continente, e dunque un precedente preoccupante per molti capitali europee.

Questo fenomeno, paradossalmente – ma forse non a caso – si sviluppa in Europa, dove gli Stati-nazione sono nati.

Ad ogni modo, va ricordato che i movimenti indipendentisti non sono una novità del Ventunesimo secolo.

Dei 49 Stati oggi esistenti in Europa, ben 27 sono stati creati nel corso del Novecento. Nel 1900 non esistevano (come stati indipendenti e sovrani) la maggioranza delle nazioni dell’Europa settentrionale, centrale ed orientale, vale a dire Islanda, Irlanda, Norvegia, Finlandia, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Bielorussia, Ucraina, Moldavia, Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca, Slovenia, Croazia, Serbia, Kosovo, e via dicendo.

Il trend indipendentista continua al giorno d’oggi soprattutto per due ragioni – la prima ideologico-culturale, l’altra economico-finanziaria.

La prima ragione riguarda la crisi, l’affievolimento, e l’evoluzione dei miti romantici e delle ideologie ottocentesche di Patria e Nazione, che fa da contraltare al fiorire dei localismi e delle “piccole patrie”.

Già Benedict Anderson, uno dei maggiori storici del nazionalismo, argomentò che una nazione è semplicemente una costruzione culturale, una “comunità immaginata. Ciò significa che ogni Stato-nazione al mondo, dall’Italia alla Nuova Zelanda – passando per Svizzera, Canada, Cile, Sud Sudan, Cina e Singapore – esiste perché una persona o un gruppo di persone hanno immaginato questa nazione, convincendo poi in qualche modo (con propaganda, giornali, scuole, guerre, accordi, diplomazia, “russificazione”, matrimoni tra famiglie reali, pulizie etniche, ecc) un gruppo di persone relativamente più ampio ad accettarla, costruirla e difenderla. Quello che va capito è che la nascita della nazione italiana o neozelandese, canadese o singaporiana è avvenuta nel contesto di determinate coincidenze storiche e per volontà di un gruppo di individui, ma non per volontà divina o di madre natura. E’ un fatto storicamente avvenuto, oggi è (e ci sembra normale), ma non era inevitabile e nemmeno ‘necessario’, e nulla ci impedisce di pensare che domani non sarà. In parole povere, questi Stati-nazione, come ogni altra opera umana, un tempo non esistevano, oggi esistono e domani potrebbero non esistere più. Se ogni nazione è immaginata, ne deriva la possibilità di immaginare nuove nazioni. E questo è esattamente quello che han fatto e continuano a fare tutti coloro che propongono di dare vita a nuove nazioni, siano esse dipinte come il riemergere di antiche nazioni, come la Scozia, che è stata un Paese indipendente e sovrano per quasi un millennio, o l’edificazione di nuove (o parzialmente nuove) entità, come la Padania.

L’Onu aveva 50 paesi membri alla sua fondazione nel 1945, oggi ne ha quasi 200,” ha ricordato Alex Salmond,  primo ministro del governo autonomo scozzese. “E gli ultimi 10 paesi che si sono uniti all’Unione Europea hanno quasi tutti ottenuto l’indipendenza soltanto negli anni Novanta. La Scozia è piccola, ma è più grande di sei di quei dieci paesi,” ha aggiunto.

La crisi degli Stati-nazione ed il rafforzarsi delle tendenze centrifughe è anche una reazione allo sfondamento dell’ideologia neo-liberista, lo smantellamento dei diritti sociali, la crisi dei bilanci pubblici e l’austerità imposta dalla casta finanziaria transnazionale. L’idea, in questo caso, è che lo Stato-nazione è troppo grande per gestire efficacemente i problemi quotidiani della gente, e troppo piccolo per avere una voce in capitolo a livello internazionale. Il ragionamento dei separatisti è che una nazione più piccola significherebbe un ridimensionamento del peso a livello internazionale (eventualità descritta non necessariamente come qualcosa di negativo, si veda la citazione riportata alla fine di questo post), ma favorirebbe la creazione di uno democrazia più diretta, uno stato più vicino e meglio controllato dai cittadini, con un governo che ricalchi in maniera più precisa la volontà popolare, e di conseguenza che riesca a tutelare meglio gli interessi di cittadini e nazione. Un ragionamento tutto sommato sensato, visto che i Paesi di minuscole o piccole dimensioni, nonostante abbiano un peso internazionale minimo o siano del tutto neutrali (come la Svizzera), appaiono essere mediamente meglio amministrati, più capaci di contrastare le diseguaglianze ed offrire una buona qualità della vita ai propri cittadini.

La nostra nazione ha grandi risorse naturali (produce petrolio per 9 miliardi di sterline l’anno, ndr), ottime università, un grande potenziale umano”, ha detto Alex Salmond, che ha portato lo Scottish National Party al 32% dei voti, contro il 31% dei laburisti e il 13% dei conservatori, “e sono del parere che una Scozia indipendente potrà essere ancora più ricca e più equa”.

Rimangono, però, alcuni seri interrogativi riguardo al trend localista/indipendentista fin qui descritto. Dato il diritto di “un popolo” all’autodeterminazione – sancito dal diritto internazionale – rimane la questione di cosa sia “un popolo”. Se più o meno tutti sono d’accordo sul fatto che gli scozzesi possano essere considerati un popolo avente diritto ad un suo Stato indipendente e sovrano, il dibattito rimane aperto sulla questione che catalani, sardi, siciliani, lombardi, veneti, friulani, triestini o, per iperbole, i condomini di via del Corso 55 siano anch’essi “un popolo” avente diritto all’autodeterminazione. Questo senza contare che alcune costituzioni, come quella italiana, sanciscono che lo Stato è unico e indivisibile, rendendo dunque incostituzionale ogni tentativo volto a favorire l’indipendenza di una parte del territorio nazionale.

Evidentemente, visto che uno Stato-nazione che si vuole democratico deve essere espressione di tutti i cittadini, comprese le minoranze, e non camicia di forza imposta ai cittadini, è giunto il momento di ragionare seriamente su questi temi, per capire se sia il caso di formulare un percorso costituzionale/legale che renda possibile a singole regioni o comunità di intraprendere un percorso verso una maggiore autonomia, o vera e propria indipendenza, dall’entità statale nella quale sono (temporaneamente) inserite.

“Non avremo i nostri giovani uomini e donne mandati a morire in guerre illegali come l’Iraq e non avremo più armi nucleari basate sul suolo scozzese”. – Alex Salmond

Alessio Fratticcioli

About Alessio Fratticcioli

Alessio è il fondatore e amministratore di Asiablog.it (anche su Facebook e Twitter). Per saperne di più su questo buffo personaggio, la sua lunga e noiosa biografia si trova qui.
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