Ieng Thirith ed il passato scomodo della Cambogia

Ieng Thirith - foto Aljazeera.com

La morte di Ieng Thirith, avvenuta pochi giorni orsono, riporta d’attualità un tema che forse interessa poco al grande pubblico e che molti, in Cambogia ma non solo, non amano venga approfondito. Stiamo parlando del regime comunista che governò il paese del sud-est asiatico tra il 1975 ed il 1979, pochi anni ma sicuramente intensi. Le vicende dei khmer rossi permettono varie riflessioni, sia sulla Cambogia che sulla Storia più in generale. Molti sono in punti riscontrabili anche nelle vicende di casa nostra. Ma andiamo con ordine.

Chi era Ieng Tirith? Era la donna più influente nel regime dei khmer rossi, trattandosi del Ministro degli affari sociali della Kampuchea Democratica. Nello svolgere il suo ministero Tirith si impegnò nella trasformazione della famiglia tradizionale: lei riteneva fosse prioritario procedere sulla via dell’emancipazione femminile. Questo in linea con la creazione dell’uomo nuovo, vero asse portante dell’ideologia dei khmer rossi, che a differenza di altre teorie, aveva un modello ben preciso: i contadini. Punto fondamentale per capire quel regime.

Tirith aveva studiato all’estero, come molti nella dirigenza dei khmer rossi. Degno di nota il fatto che, processata, dichiarò di essere troppo istruita per venire giudicata da persone di rango inferiore, una deriva insita – in forme più o meno latenti – in tutte le ideologie che prevedono avanguardie. Spesso chi lotta in nome di altri ritiene di avere il diritto di presentare il conto, prima o poi. Nel processo in questione Tirith era il “caso numero 2” , insieme al marito Ieng Sary, che fu Ministro degli affari esteri, morto nel corso del processo.

Cremazione di Ieng Thirith - Foto the Phnom Penh Post

La storia del tribunale per giudicare i crimini dei khmer rossi è altamente istruttiva. La sua stessa nascita fu un estenuante tira e molla tra la comunità internazionale ed il governo cambogiano. Se da un lato esisteva l’esigenza di esaltare mediaticamente la vittoria dei diritti umani, dall’altro c’era la volontà di non perdere gli aiuti economici. La Cambogia, ossia il suo padre-padrone Hun Sen, decise che il processo si poteva fare ma non doveva approfondire troppo le vicende. Quando giunse il momento di giudicare i casi 3 e 4 la macchina, infatti, s’inceppò.

Il caso numero 1 vedeva come accusato “Dutch” , colui che comandava la prigione di Toul Sleng, a Phnom Penh, diventata un perfetto simbolo del male rappresentato dai khmer rossi, insieme al campo chiamato Killing Fields. Il caso 2 prevedeva invece, come già detto, l’imputazione di Ieng Tirith e del marito. I casi 3 e 4 erano invece molto più spinosi, prevedevano infatti la messa in stato di accusa di quadri della Kampuchea Democratica di medio livello, il rischio era quello di far saltare l’equilibrio su cui si reggeva la Cambogia.

Col tempo, un gran numero di khmer rossi, che dopo la sconfitta si erano dati alla guerriglia, si erano infatti arresi. Molti vennero integrati in qualche modo nella nuova Cambogia, spalleggiata dai vietnamiti e retta da un ex khmer rosso a suo tempo disertore. Meglio non andare a toccare troppi nervi scoperti, meglio usare Pol Pot, abbandonato anche dai suoi, come emblema del male, dimenticando che intorno al “Compagno numero 1” esisteva una struttura fatta di persone che reggeva, con pugno di ferro, un intero paese.

Ancora oggi alcune zone della Cambogia sono abitate dai khmer rossi che hanno deposto le armi, basti pensare alla zona di Anlong Veng, dove è sepolto Pol Pot, oppure al luogo dove si sono celebrati i funerali di Ieng Tirith: Pailin. Funerali in forma rigorosamente buddhista in una città retta ancora oggi da coloro che ressero un tempo la Kampuchea Democratica, abolendo la religione. Nella battaglia politica cambogiana di oggi, inoltre, serpeggia un pericoloso sentimento anti vietnamita, altro cardine del regime dei khmer rossi, che potrebbe saldare passato e presente.

Ieng Tirith è morta, questo tutto quello che possiamo affermare con certezza.

Pietro Acquistapace

La dura scelta tra essere normali ed essere felici, quando a 35 anni lasci un lavoro sicuro e vai in Mongolia con una Panda devi accettare di avere scelto. Pietro dice la sua sul blog Farfalle e Trincee ed e' co-fondatore di TuttoLaos e di TuttoCambogia i 2 portali italiani dedicati a queste nazioni del sud est Asia

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