Hong Kong, la Capo esecutivo: «La legge sull’estradizione è morta». Ma la protesta continua

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Manifestazione a West Kowloon, Hong Kong, 7 luglio 2019. Foto Chan Long Hei / EPA

Carrie Lam ha annunciato che il progetto di legge non sarà portato avanti durante questa legislatura. Ma ai contestatori non basta

(Asiablog.it) — La Capo esecutivo di Hong Kong, Carrie Lam, ha annunciato martedì che la «legge sull’estradizione è morta», in quanto non esistono più i tempi tecnici per farla passare durante questa legislatura, che scade nel 2020.

L’annuncio è parso inevitabile non solo per la forza delle opposizioni, ma anche per i malumori del campo pro-Pechino. A seguito delle enormi proteste di piazza che sono proseguite per un mese, con più di 100.000 persone scese in strada solo domenica scorsa, persino i leader dei partiti politici pro-Pechino hanno iniziato a mettere in discussione l’idoneità della signora Lam a guidare l’amministrazione della “Regione amministrativa speciale di Hong Kong della Repubblica Popolare Cinese”.

Nella conferenza stampa di martedì Carrie Lam si è mostrata molto conciliativa, riconoscendo che i tentativi del suo governo di far passare la controversa riforma si sono rivelati «un fallimento totale». La Chief Executive si è anche detta disposta ad incontrare i suoi oppositori: «ci sono dei problemi profondi nella società», ha detto Lam, «dobbiamo identificarli e trovare delle soluzioni per andare avanti».

Ma le sue parole non hanno soddisfatto i contestatori. «Non abbiamo idea del perché la Capo esecutivo si rifiuti di adottare la parola ‘ritiro’», ha detto alla BBC Alvin Yeung, parlamentare e leader del Partito Civico, sottolineando come la Lam continui ad evitare di annunciare il ritiro definitivo della legge. Anche una delle figure di spicco del movimento pro-democrazia, l’attivista studentesco Joshua Wong, ha ribadito la richiesta che il disegno di legge sia «formalmente ritirato» e ha accusato la signora Lam di usare giochi di parole per «mentire alla gente di Hong Kong».

Le opposizioni sostengono che permettere l’estradizione forzata dei sospetti criminali verso Cina continentale comprometterebbe l’indipendenza giudiziaria di Hong Kong e potrebbe essere usata per colpire i dissidenti. In sostanza si tratterebbe dell’ennesimo tentativo cinese di erodere l’autonomia della città-isola e di stroncare le libertà ivi garantite. È per questo che la protesta di quest’anno, nata come semplice opposizione al progetto di legge, si è rapidamente trasformata in un movimento pro-democrazia e per la difesa dell’autonomia di Hong Kong, sulla scia della “Rivoluzione degli Ombrelli” del 2014.

Hong Kong è passata dalla Gran Bretagna alla Cina nel 1997 in base ad un accordo basato sulla formula di “un Paese, due sistemi“, che garantisce all’ex colonia britannica un ampio livello di autonomia da Pechino. In particolare, la città-isola ha un proprio sistema giudiziario e legale, basato sulla common law britannica, del tutto separato da quello della Repubblica popolare cinese.

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Alessio Fratticcioli

Alessio è il fondatore e amministratore di Asiablog.it (anche su Facebook e Twitter). Per saperne di più su questo buffo personaggio, la sua lunga e noiosa biografia si trova qui.
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