Golpe in Myanmar

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La leader del Myanmar, Aung San Suu Kyi, a Naypyidaw, la capitale della nazione, la scorsa settimana. Foto Thet Aung / AFP

La signora Aung San Suu Kyi è stata arrestato in un colpo di stato militare: le Forze Armate hanno (ri)preso il potere dichiarando un anno di stato di emergenza

(Asiablog.it) — All’alba di lunedì 1° febbraio l’esercito del Myanmar ha lanciato un colpo di stato arrestando la signora Aung San Suu Kyi, leader del Paese asiatico, e i principali esponenti del governo civile salito in carica cinque anni fa.

Qualche ora dopo un canale televisivo di stato ha annunciato che i poteri sono stati trasferiti al capo dell’esercito, il generale Min Aung Hlaing, e che il Paese rimarrà in “stato di emergenza” per un anno.

Nel messaggio televisivo i militari hanno sostenuto che il golpe e’ stato necessario per via dei “brogli elettorali” nelle elezioni dello scorso novembre. Il voto di novembre aveva confermato una larga maggioranza parlamentare per il partito della Suu Kyi, la Lega Nazionale per la Democrazia (NLD).  Intanto i voli interni sono stati sospesi ed è stato chiuso l’aeroporto internazionale di Yangon, la più grande città del Paese.

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Lo stato di emergenza è stato annunciato dal canale statale MRTV (Myanmar Radio and Television).

Democratizzazione alla birmana

Negli ultimi anni alcuni osservatori avevano descritto o celebrato il Myanmar come un raro caso in cui i generali hanno consegnato volontariamente un po’ di potere ai civili. Quando si è avviato sulla strada della democratizzazione, prima dotandosi di una Costituzione, nel 2008, e poi concedendo lo svolgimento delle elezioni nel 2010 e ancora nel 2015, il regime del Myanmar era stato lodato dai governi occidentali. L’amministrazione Obama lo aveva definito una speranza di democrazia in una situazione internazionale in cui diversi Paesi sembravano avviati sulla strada opposta, scivolando verso l’autoritarismo.

D’altronde, dopo il voto del 2015, Aung San Suu Kyi ed altri membri della NLD avevano potuto formare un governo. Fu di certo un fatto storico, in quanto molti membri della nuova amministrazione avevano trascorso anni in prigione per la loro opposizione politica ai militari, che alla signora Suu Kyi era valsa anche un premio Nobel per la pace nel 1991.

Ma la transizione politica nella nazione del sud-est asiatico non è mai stata così fluida o genuina come si auguravano in tanti.

In realtà l’esercito, oggi guidato dal generale Min Aung Hlaing, aveva mantenuto importanti leve di potere nelle istituzioni e in tutti i settori del Paese. L’esercito, che pure ha fatto partire una transizione politica verso quella che ha definito, in modo confuso ma non troppo, “democrazia fiorente disciplinata”, ha scritto una Costituzione, pubblicata nel 2008, che lascia molto potere agli uomini in divisa. Ad esempio, solo il 75% dei seggi parlamentari viene scelto dagli elettori, mentre il restante 25% viene cooptato dal Tatmadaw (l’esercito birmano). Inoltre, nei primi caotici anni della democratizzazione, le liberalizzazioni in molti casi sono state semplici svendite di beni statali a favore di aziende controllate dai militari o da loro delegati.

Poi nel 2017 i militari sono tornati a fare quello che sanno fare meglio, intensificando una brutale repressione contro la minoranza etnica dei Rohingya, che ha costretto 750.000 persone a fuggire nel vicino Bangladesh in uno dei più grandi esodi di profughi del Ventunesimo secolo. Negli anni scorsi un rapporto delle Nazioni Unite ha sostenuto la necessità di incriminare per crimini di guerra e genocidio i militari birmani in relazione ai “crimini atroci” commesi contro i Rohingya, a partire dagli incendi dei villaggi, gli stupri e le esecuzioni sistematiche.

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Il generale Min Aung Hlaing, capo delle forze armate e dittatore della Birmania. Foto Ye Aung Thu/AFP/Getty Images

Reazioni internazionali

Diverse nazioni hanno immediatamente condannato il golpe birmano. Tony Blinken, il nuovo segretario di stato degli Stati Uniti, ha dichiarato che l’amministrazione Biden esprime «allarme e grave preoccupazione» per l’escalation dei militari ed invita le autorità di Naypiydaw a rilasciare i leader del governo e della società civile. «Gli Stati Uniti sono al fianco del popolo birmano nelle loro aspirazioni di democrazia, libertà, pace e sviluppo», ha aggiunto Blinken. «I militari devono annullare immediatamente queste azioni».

In modo simile, il governo del Giappone, tramite il Ministro degli Esteri Toshimitsu Motegi, ha espresso “preoccupazione” riguardo alla situazione birmana ed ha chiesto il rilascio della signora Suu Kyi.

Si e’ fatta sentire anche dall’Unione Europea (UE). Il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, ha condannato il colpo di stato, invitando i militari golpisti a “rispettare i risultati delle elezioni e ripristinare la democrazia”, oltre a rilasciare le persone arrestate. L’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Josep Borrell, ha denunciato la “palese violazione della costituzione del paese e un tentativo dei militari di ribaltare la volontà del popolo birmano e il suo forte attaccamento alla democrazia, come espresso nelle elezioni generali del novembre 2020″.

L’ex colonia britannica della Birmania, anche nota come Myanmar, è stato controllata dai militari dal 1962, anno del golpe che ha instaurato la dittattura del generale Ne Win. Nel 1990 i militari convocarono le elezioni generali, che risultarono in una schiacciante vittoria della Lega Nazionale per la Democrazia di Aung San Suu Kyi. I militari non gradirono, per cui annullarono le elezioni e continuarono a governare in modo dittatoriale. Con la morte del generale Ne Win, nel 2002, il regime iniziò a concedere timide aperture, iniziando una transizione democratica verso la fine degli anni Duemila. Adesso è stata ingranata la retromarcia: il Paese è di nuovo sotto il tallone dei militari.

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Alessio Fratticcioli
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8 Responses to Golpe in Myanmar

  1. Carlos says:

    Que terrible lo que se está viviendo en #Birmania, mucho animo para la gente de allá

  2. Pasquale says:

    La tanto lodata “transizione” verso la democrazia della Birmania ( mi piace chiamarla con il suo vecchio nome) in realtà era solo di facciata. Il potere è sempre stato nelle mani dei Generali birmani; i posti chiave, e le leve del potere non sono mai stati in discussione. E poi la vicenda, tragica, dei Rohingya ne è stata da un lato la conferma e dall’altro una tremenda delusione per chi riponeva fiducia e speranza in Aung San Suu Kyi, colpevole, quantomeno politicamente per aver condiviso il genocidio. E pensare che nel 1991 fu insignita con il Nobel per la pace la leader asiatica. Stessa onoreficenza data ad Abiy Ahmed nel 2018, primo ministro etiope, per aver posto fine ad un lungo conflitto con il suo nemico storico, Afewerki, signore di Asmara, per poi scatenare un’altra guerra con i predecessori al governo, l’etnia tigrina.

  3. francisco says:

    Sobre lo que está ocurriendo en Birmania, sólo se me viene una cosa a la cabeza:
    “Y es lo que yo te digo:
    Los amigos de mis amigas son mis amigos.
    Uh, vaya lío
    Los amigos de mis amigas son mis amigos.”

  4. Francy Romoli says:

    notizia tristissima

  5. danilocdea says:

    Ma quel e’ la strategia di questi idioti dei militari? nel 2011 si erano sbagliati?

  6. Vanessa says:

    Un golpe dei soldati e l’Occidente biasima ma non interviene? Cos’altro deve succedere per capire che la democrazia e la libertà sono in pericolo?!

  7. Andrea says:

    O si va allo scontro decapitando il regime in una sanguinosa guerra civile rischiando la dittatura dei vincitori o si accettano compromessi, Aung San Suu Kyi è stata logorata da ciò. Certo che i Rohingya non possono tifare per nessuno.

  8. Bruna Lionetti says:

    Grazie per l’ articolo, non ne sapevo nulla!
    Terribili notizie, comunque!

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