Doi Moi, il balzo della tigre vietnamita

Saigon, Vietnam. Foto Alessio Fratticcioli

Saigon, Vietnam. Foto Alessio Fratticcioli

Sul viale Dien Bien Phu gli sciami di motorini volano senza sosta. Questo vialone che dal Saigon Bridge taglia tutto il centro di Città Ho Chi Minh, la metropoli meridionale del Vietnam, all’altezza del distretto 3 incrocia via della Rivoluzione d’Agosto. Qui le motorette che schizzano da tutti i lati passano davanti a un cartellone gigante che ritrae Ho Chi Minh, padre della patria e primo Presidente della Repubblica Democratica Vietnamita (RDV). La RDV e’ nata nel 1945 proprio in seguito alla “Rivoluzione d’Agosto”, la sollevazione popolare con la quale i vietnamiti raccolsero il potere dalle mani dalle truppe nipponiche allo sbando. Sul cartellone, largo una decina di metri, lo Zio Ho in divisa verde militare dichiara spavaldo: “la gloriosa vittoria della Rivoluzione durerà mille anni!” Il leader che sconfisse i colonialisti francesi e i neocolonialisti statunitensi viene oggi fronteggiato, dall’altra parte della strada, da manifesti pubblicitari in cui modelle occidentali indossano provocanti collezioni di moda primavera-estate. Le indossatrici non rispondono, non lanciano proclami altisonanti, ma osservano l’anziano patriota, scomparso nel 1969, con sguardi languidi e sfrontati. È l’immagine del Vietnam di oggi, un Paese che, a 35 anni dalla fine di quella Guerra che Washington volle per paura del comunismo, è nient’altro che una dittatura a partito unico, nominalmente “socialista”, ma spudoratamente innamorata del consumismo e di un liberismo più o meno selvaggio.

In Vietnam il Socialismo, fin dalla Rivoluzione d’Agosto, fu secondario rispetto alla necessità di sopravvivere alle aggressioni esterne, statunitensi, francesi, e anche cinesi. Dopo decenni di guerra, il Vietnam arrivò agli anni Ottanta del secolo scorso come uno dei Paesi più poveri al mondo e con evidenti difficoltà a sfamare la propria popolazione. La svolta arrivò nell’86, con l’abbandono della pianificazione centralizzata di stampo stalinista e l’introduzione di un pacchetto di riforme economiche denominato Doi Moi (‘Nuova Economia’, o ‘Rinnovamento’), con il quale si diede ufficialmente il via alla transizione verso il libero mercato. Con la Doi Moi si è data priorità all’agricoltura, all’industria leggera e allo sviluppo dei mercati di esportazione. Da allora, anche grazie alla “Nuova Piattaforma Politica” del ‘91, la rimozione dell’embargo statunitense nel ‘94 e a un sempre maggiore numero di liberalizzazioni e riforme di mercato, il Vietnam è divenuto progressivamente una delle economie più veloci al mondo (con una crescita media annua dell’8% tra il 1990 e il 1997, del 6.5% tra 1998 al 2001, del 7,7% tra 2002 e 2006 e del 6% tra 2007 e 2009). Nello stesso periodo, grazie a un vasto programma di riforme agrarie che restituì ai contadini il controllo dei campi, prima organizzati in cooperative, la produzione agricola è più che raddoppiata, trasformando il Paese da importatore netto di prodotti agricoli a maggiore esportatore mondiale di pepe e secondo esportatore di riso, caffè e cocco. Come corollario di questo boom economico, il salario pro capite medio annuo è salito vertiginosamente, passando dai 200 dollari del ’93 a quasi 500 nel 2003, fino ai 1.000 del 2009. Allo stesso tempo, il tasso di povertà, fissato a una soglia di circa 40 centesimi di euro al giorno, è sceso vertiginosamente dal 58% del ‘93 all’11% di oggi.

I vantaggi competitivi di questo Paese dell’Asia sud-orientale sono vari. In primis, il Vietnam è forte di 87 milioni di abitanti per lo più giovanissimi: il 25% della popolazione ha meno di 15 anni e il 60% ha meno di 30 anni. In secondo luogo, in questa nazione di cultura confuciana le famiglie e le autorità riservano una particolare attenzione al miglioramento del grado di istruzione. Di conseguenza, si registra un tasso di alfabetizzazione molto elevato e costantemente in crescita. Inoltre, il Vietnam si caratterizza oggi per una forte apertura commerciale, rafforzata dall’ingresso nel WTO (Organizzazione Mondiale del Commercio) nel gennaio 2007. Di questo passo, il Vietnam ha rafforzato sensibilmente la sua vocazione ad affermarsi come piattaforma produttiva per esportare sia in Asia che in altre aree geografiche, su tutte gli Stati Uniti d’America, il maggior acquirente di prodotti vietnamiti. Già tra il 2000 e il 2006 il volume delle esportazioni verso gli USA era decuplicato, ma grazie all’ingresso nel WTO, negli ultimi tre anni l’export ha continuato la sua crescita impetuosa, nonostante la crisi economica mondiale. Nord America, Giappone e Unione Europea hanno assorbito circa il 50% delle esportazioni vietnamite, mentre la Cina è andata assumendo una crescente importanza come mercato di sbocco.

Ulteriore slancio per le relazioni economiche vietnamite dovrebbe essere garantito, in ambito regionale, dai negoziati in corso con l’Asean (Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico) in vista della realizzazione di zone di libero scambio con Cina, Giappone e sudest asiatico entro il 2012. Il Paese fa anche parte dell’area Apec (Cooperazione Economica Asia-Pacifico), un’associazione che raggruppa i principali Stati del Pacifico, compresi Stati Uniti, Russia e Australia, e che si propone una completa liberalizzazione degli scambi. Questa fitta rete di relazioni economiche dovrebbe contribuire a far raggiungere l’obiettivo del Governo di trasformare il Vietnam in una nazione industrializzata entro il 2020.

Crescita economica, riduzione della povertà e stabilità politica sono un mix raro in un Paese in via di sviluppo. Nonostante i consigli di direzione opposta della Banca Mondiale, del Fondo Monetario Internazionale e dei sostenitori del laissez-faire, in Vietnam questo obiettivo è stato raggiunto con una ricetta non comune: una costante intrusione dello stato nell’economia e un controllo particolare del sistema economico da parte del Governo, i cui membri – e i loro parenti – possiedono o controllano le principali attività economiche private.

Nonostante i numeri positivi, però, il Paese deve fronteggiare una serie di pressanti problemi politici, sociali ed economici – alcuni eredità di decenni di colonialismo, guerre, boicottaggi economici e tentativi di punire il paese per motivi politici, altri risultato di politiche sbagliate, cattive gestioni e rigidità ideologiche. Il progresso, poi, non ha investito tutto il Paese in modo uniforme, continuano a coesistere un Sud più dinamico e industrializzato e un Nord più arretrato, ma forte del potere politico. La ricchezza, inoltre, si è concentrata nelle città, soprattutto nella metropoli di Città Ho Chi Minh, la vecchia Saigon, capitale economica e città più ricca del Paese, con un salario medio pari a due volte la media nazionale e dalle quattro alle dieci volte quello delle aree rurali. Saigon, che rivaleggia oramai con le più rinomate metropoli cinesi, conta il 7,5% della popolazione vietnamita, ma crea il 28% del prodotto industriale nazionale e il 20% del Pil, attrae il 35% degli investimenti diretti esteri, produce il 37% delle esportazioni e assorbe il 35% delle merci importate. Le zone rurali invece, pur essendo riuscite quasi a dimezzare il tasso di povertà nel decennio 1993-2002 (dal 66% al 36%), non sono cresciute di pari passo. In particolare, la povertà rimane diffusa tra le 53 minoranze etniche del Paese, nelle regioni montuose del nord-ovest, sulla costa centro-settentrionale e sugli altipiani centrali. Nel complesso, il 70% della popolazione vive ancora nelle aree rurali e più del 50% degli occupati lavora nell’agricoltura, anche se l’urbanizzazione sta crescendo velocemente.

La miseria è una grande equalizzatrice, anche per questo il Vietnam è stato per lunghi decenni un Paese dalle differenze sociali poco marcate. Oggi, dopo anni di sforzi titanici per alleviare la povertà generalizzata, questo Paese asiatico ha raggiunto l’obiettivo di uscire dalla lista mondiale dei “paesi poveri”, costituita da tutte quelle nazioni che non raggiungono i mille dollari di Pil pro capite annuo. Nonostante l’importante traguardo, però, il Vietnam è ancora relativamente povero e piagato da molti dei problemi tipici dei Paesi in via di sviluppo (corruzione, malnutrizione di una parte dei bambini, degrado ambientale, sottoccupazione). Inoltre, le stesse riforme economiche che hanno fatto uscire il Paese dalla miseria più nera hanno anche contribuito alla crescita delle diseguaglianze tra ricchi e poveri. Come se non bastasse, il rapidissimo processo di industrializzazione e urbanizzazione che ha travolto il Paese rischia di portare alla ribalta della scena nazionale nuovi miserabili, pescando “disgraziati” tra le fasce più anziane della popolazione, tra i meno istruiti, le donne, chi lavora nei settori informali e chi abbandona l’agricoltura per spostarsi in città. A quasi un quarto di secolo dalla Doi Moi, il Vietnam, che a differenza di altri PVS ha il vantaggio di essere un Paese sicuro e stabile, con un Governo monopartitico, ma generalmente impegnato a migliorare la vita dei propri cittadini, dovrebbe ora concentrarsi su di un modello di crescita inclusiva. Sono in pochi a dubitare che i vietnamiti riusciranno a vincere anche questa battaglia.

Di Alessio Fratticcioli (scritto per L’Internazionale di Micropolis, 21 ottobre 2010)

Alessio Fratticcioli

Alessio Fratticcioli

Alessio è il fondatore e amministratore di Asiablog.it (anche su Facebook, Twitter e Google+). Vive in Asia dal 2006. Sta svolgendo un dottorato di ricerca in comunicazione politica presso la Monash University. Per saperne di più su questo buffo personaggio, la sua lunga e noiosa biografia si trova qui.
Alessio Fratticcioli

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