Perché esiste l’ISIS

ISIS Salahuddin AFP

Militanti ISIS presso la provincia irachena di Salahuddin. Foto AFP

Il Medio Oriente soffre il contraccolpo di guerre disastrose, terribili politiche americane e stravolgimenti culturali di proporzioni epocali. L’ISIS ed i suoi metodi sono uno dei risultati

Di Adil Shamoo e Bonnie Bricker

L’ISIS – il cosiddetto “Stato islamico” – è l’ultima e la più terrificante incarnazione dei moderni gruppi terroristici che hanno afflitto il Medio Oriente negli ultimi anni. Con circa 20.000 o 30.000 combattenti e volontari che arrivano da tutto il mondoè improbabile che il gruppo possa essere significativamente ridimensionato dagli attacchi aerei statunitensi – almeno non fino a quando le condizioni politiche in Medio Oriente continueranno a favorirne l’esistenza. 

Spesso i media ritraggono chi parte volontario per l’ISIS come delle anime in pena in cerca di una causa — se non dei veri e propri malati mentali. Questo può essere vero in alcuni casi. Ma queste spiegazioni non sono sufficienti a spiegare le capacità di resilienza e di reclutamento di ISIS.

Nessuna organizzazione, e soprattutto nessuna organizzazione terroristica, può sopravvivere senza aiuti esterni. Questi aiuti possono variare dall’accettazione passiva fino all’assistenza attiva. Tra chi sostiene l’Isis c’è chi vede questo gruppo armato solamente come il male minore dei tanti mali che affliggono la regione mediorientale. Altri, i sostenitori più convinti, ritengono che l’ISIS sia nel giusto e stia conducendo una guerra santa.

I risentimenti di simpatizzanti e sostenirori dell’ISIS sono alimentati da decenni di colonialismo occidentale ma anche dalle recenti invasioni americane, gli attacchi con i droni, e l’installazione ed il supporto di governi fantoccio, spesso corrotti e brutali, da parte degli Stati Uniti e dei governi occidentali in genere. In altre parole, ogni volta che Washington stringe la mano di uno dei dittatori mediorientali, ed ogni volta che viene firmato un accordo petrolifero tra Paesi occidentali e mediorientali che irrimediabilmente beneficia solo i super-ricchi, si contribuisce a gettare benzina sul fuoco dell’odio anti-americano ed anti-occidentale, in odio che continua ad essere tramandato di generazione in generazione.

Sì, l’ISIS ha commesso atrocità indicibili. Ma è troppo facile dimenticare che l’invasione americana dell’Iraq ha ucciso circa mezzo milione di iracheni, la maggior parte civili, ed ha causato il ferimento di un altro milione di persone. Guardando questi numeri impressionanti possiamo dedurre che migliaia di bambini iracheni uccisi dalle bombe in pratica siano stati bruciati vivi o fracassati dalle macerie dell’edificio nel quale stavano dormendo o giocando.

Migliaia di bambini sono stati uccisi in modi talmente orribili che, se i responsabili fossero stati i combattenti dell’ISIS, l’opinione pubblica internazionale si sarebbe infiammata. Sono morti in modi che non possono non provocare strazio ed indignazione tra gli arabi ed i musulmani di tutto il mondo. Nessun padre, madre, sorella, fratello o parente potrà mai dimenticarlo.

L’invasione anglo-americana ha anche portato in dono tortura e abusi sessuali sui prigionieri iracheniQuesto è in palese violazione del diritto internazionale e dei valori di base dell’umanità. E le storie e le immagini di torture che sono trapelate sono solo una piccola parte di quello che è realmente successo.

Le conseguenze della guerra hanno solo alimentato l’indignazione dagli iracheni e del resto del mondo musulmano e arabo. In seguito, il governo fantoccio installato da Washington ha fatto della corruzione una realtà ad ogni livello della vita quotidiana, ma soprattutto ha trascurato ed a volte abusato delle popolazioni non-sciite del paese che costituiscono quasi il 40% della popolazione irachena. Per loro la vita quotidiana ha continuato ad essere miserabile.

Gli Stati Uniti credono nella loro superiorità morale. Ma il contrasto tra ciò che gli iracheni hanno sperimentato sotto l’occupazione statunitense e l’eccezionalismo autoproclamato dall’America ha deluso ed indignato gli iracheni talmente tanto che molti di loro hanno deciso di sostenere o addirittura unirsi ad un gruppo armato che proclama valori e progetti diametralmente opposti: l’ISIS. I risultati che stiamo vedendo sono a dir poco terrificanti.

Nel frattempo, gli alleati dell’America in Medio Oriente non stanno messi molto meglio.

L’Arabia Saudita decapita oltre 100 persone l’anno e gli altri Stati del Golfo se ne fregano di qualsiasi parvenza di rispetto dei diritti umani fondamentali. Anche il re di Giordania Hussein, propagandato come un eroe per la sua determinazione a combattere l’ISIS, sovrintende un governo che non permette la libertà di stampa ed è noto per praticare la tortura contro i dissidenti interni.

Il sostegno dell’America per questi Paesi è alla base della decisione presa da un gran numero di musulmani disillusi di unirsi a gruppi armati come l’ISIS che promettono un diverso ordine regionale e mondiale sotto la bandiera del valore più caro ad ogni credente: la religione.

L’ISIS ha anche dimostrato capacità politica degna di nota stringendo un’alleanza con i baathisti iracheni, che precedentemente erano il gruppo dirigente più laico del mondo musulmano. Questi baathisti, tra cui ex soldati, funzionari e semplici civili, hanno perso i loro posti di lavoro nelle prime fasi dell’invasione statunitense. Oggi sono utilissimi per l’ISIS in quanto forniscono competenze organizzative, capacità militare e profonda conoscenza dell’Iraq e del mondo arabo.

Non esiste una soluzione semplice e veloce in Medio Oriente. I problemi sono estremamente complessi, con troppi tasselli del mosaico in costante mutamento. L’uscita del presidente Obama alla sessione di un recente vertice contro l’estremismo islamico ha affrontato il nocciolo del problema:

“Se abbiamo intenzione di impedire alle persone di essere attratte dalle false promesse dell’estremismo”, ha detto Obama, “allora la comunità internazionale deve saper offrire qualcosa di meglio”.

Ma bombardare l’Iraq e la Siria non risolverà il problema dell’ISIS. E non lo può risolvere nemmeno l’eventuale invio di decine di migliaia di soldati americani. Al contrario, queste azioni finirebbero probabilmente nel gettare benzina sul fuoco.

Un buon inizio sarebbe lavorare con le comunità musulmane nelle nazioni occidentali per identificare i problemi che spingono alcune persone ad unirsi ai gruppi terroristici. Ma che cosa abbiamo intenzione di fare con il latente risentimento dei mediorientali nei confronti di colonialismo, invasioni, bombardamenti, e tortura?

Questa rabbia non scomparirà da un momento all’altro. Ma se non cominciamo un onesto sforzo per affrontarla, gruppi terroristici come l’ISIS, ed altri che potrebbero nascere in futuro e non possiamo ancora prevedere, continueranno ad utilizzare questi nodi irrisolti come munizioni. Purtroppo, l’ostile clima politico di Washington non lascia ad Obama molto spazio per discutere onestamente di questi temi senza essere etichettato come anti-americano o con altre sciocchezze del genere.

Migliaia di persone stanno cadendo tra le braccia dell’ISIS ed i terribili risultati sono sotto gli occhi di tutti. Dobbiamo riconoscere che questo movimento nichilista armato è una chiamata per cominciare ad affrontare questi problemi prima che si arrivi ad un punto di non ritorno.

Adil Shamoo è professore associato all’Institute for Policy Studies, analista per Foreign Policy in Focus ed autore di Equal Worth: When Humanity Will Have Peace. Può essere contattato a ashamoo@som.umaryland.edu. Bonnie Bricker è uno scrittore freelance.

Fonte articolo: Foreign Policy in Focus, 5 marzo 2015, liberamente tradotto da Alessio Fratticcioli 

Fonte immagine: Washington Post

About Alessio Fratticcioli

Alessio è il fondatore e amministratore di Asiablog.it (anche su Facebook e Twitter). Per saperne di più su questo buffo personaggio, la sua lunga e noiosa biografia si trova qui.
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