Alla ricerca della logica dell’immagine

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QUASI UN MANIFESTO PER LA LOGICA DELL’IMMAGINE

Ogni giorno ciascuno di noi vede decine di migliaia di immagini fotograficamente formate o riprodotte. Sembra una cifra inverosimile, ma è facile contarle: per ogni ora di spettacolo o trasmissione sopra gli schermi e i video se ne avvicendano quasi centomila. E poi quelle dei giornali illustrati, dei libri con figure, della pubblicità esibita dappertutto: per un’inchiesta non e necessario uscire dalla nostra quotidiana esperienza di consumatori di film, di trasmissioni televisive, di stampati.

Nella media, il tempo di lettura dedicato a ciascuna fotografia è fulmineo, breve quasi quanto quello della esposizione che si rese necessaria per registrarla sopra la pellicola o il nastro magnetico. In treno, in sale d’aspetto, se qualcuno davanti a voi sfoglia un illustrato provate a notare il tempo che dedica a ogni pagina: forse tre secondi, un minuto è già un’eternità che si sacrifica per la figura di una donna nuda, o di un Kennedy morto ammazzato.
Si perpetua una strana equazione fra il tempo necessario per fabbricare una rappresentazione e quello del suo consumo visivo e, insieme, del numero dei consumatori.

Per un quadro o la pittura di un affresco antichi occorrevano mesi e anni di lavoro; ed è per questo che vivono da secoli sui muri, per un numero crescente di spettatori attenti.
Alla fotografia occorre un attimo per formarsi sulla pellicola e meno di un attimo a ciascuna copia quando viene stampata sulla carta dalle rotative o amplificata dai proiettori sugli schermi.
L’immagine stampata è prodotta tendenzialmente per un solo consumatore: a ognuno la sua icona e il ritmo dell’attenzione che si rivolge non è in funzione del tempo indispensabile a scoprirvi tutto quello che rappresenta, ma del tempo indispensabile alla fabbricazione della valanga che incalza.
Le rotative non si possono fermare, e nemmeno i proiettori, e nemmeno del resto le gigantesche macchine che producono pellicola, nastri magnetici, carte sensibili o comuni per la stampa…

Il tempo di lettura delle immagini è diventato una necessità delle immagini stesse, non più dell’uomo.
Ed anche questo può sembrare un paradosso: mai l’uomo ha visto tante figure, mai ne ha guardate cosi poche. Al cinema, alla televisione non guardiamo delle figure ma vediamo rappresentare l’illusione del movimento, che è cosa diversa, anzi contraria. Dello sfogliare febbrilmente le pagine illustrate già si è detto. Anche per questo non ci siamo accorti che la cifra astronomica ha liquidato la varietà: milioni, miliardi di fotografie rappresentano la stessa cosa, si ripetono: sono polvere, sono sabbia nel deserto della rappresentazione.

Dicono che in tutto il Sahara non si trovano due granelli assolutamente identici; sarà vero, ma ciascuno vale l’altro e se assume un significato è quello di tutti. Ed è per questo che vediamo le figure senza più guardarle: se non per scienza, per istinto s’intuisce che poi, in fondo, non cambiano mai 0 raramente, ed anche quando cambiano è difficile accorgersene: il tipo è travolto dalla valanga dell’atipico, il modello sprofonda nelle innumerevoli imitazioni. Si sono ingarbugliati i fili logici che segnano l’evoluzione dei generi attraverso quella dei mezzi di fabbricazione delle stampe. Alla fine si è liquidata la cultura visiva, l’istruzione all’immagine.

Dicono che la nostra è la Civiltà di essa ma questo è vero solo per la quantità della produzione e le dimensioni dei consumi. Ma è accaduto — questo sì è un paradosso — che proprio il consumo di oggetti fabbricati per essere guardati diventasse quasi cieco.

Phototeca è un’operazione che ha lo scopo di capovolgere quel rapporto abnorme fra tempo di lettura e tempo di produzione delle immagini: il primo non deve più essere ritmato dal secondo, deve tornare ad essere una necessità di chi guarda e non dell’oggetto guardato.
Phototeca è un’operazione che ha lo scopo di sgarbugliare i fili dei grandi generi dell’iconografia, isolarne i temi essenziali, individuare l’evoluzione delle forme che avvolgono i significati immutati.
Phototeca contiene molte figure ma anche molte parole, testi e didascalie, cerca rapporti nuovi fra concetti ed immaginazioni. Cosi come da tempo miliardi di immagini si ripetono, si replicano i discorsi relativi: non esiste discorso più vuoto di possibilità di quello che viene definito come commento. Anche per questo la fotografia non è mai uscita da se stessa, gonfiandosi alla fine in miti promozionali, in saghe senza senso e senza scopo.

Il discorso sulla fotografia, quella che produce e quella che riproduce immagini, deve gratificarla come visione di riscontro del sapere moderno nel suo insieme: dalla filosofia alla letteratura alle scienze morali oppure esatte.

Phototeca si propone di diffondere specialmente fra i fotografi una nozione di per sé evidente: se il mezzo che usano è moderno, il prodotto è millenario. Nessuno dice che il mestiere di narratore e la letteratura hanno avuto principio con l’invenzione delle macchine per scrivere; il mestiere di fabbricante di figure è assai più antico: ripetere che nasce con le macchine fotografiche vuol dire sacrificare alla pura forma del prodotto la possibilità di esprimersi soggettivamente nei suoi significati.

Tutti quelli che operano hanno oggi bisogno come non mai di storia e di cultura professionali, perché mai come oggi il frutto della professionalità, moltiplicato dall’industria, ci sovrasta. I fotografi ne hanno bisogno più degli altri.

Phototeca dedica ogni tre mesi un volume ad un grande tema dell’iconografia: al suo svolgimento storico con i mezzi della xilografia, della calcografia, della litografia e poi, naturalmente con maggiore ampiezza, con il mezzo fotografico.
Non propone sistemazioni definitive: non per l’archiviazione, non per l’analisi filologica, meno che mai per un giudizio estetico. Elenca ipotesi di ricerca, di catalogazione, di interpretazione. Raccoglie idee che meglio sarebbe chiamare spunti.
Insomma, va alla ricerca del nuovo e di un bene perduto: la logica dell’immagine.

(dall’editoriale del numero 1 – anno I – di Phototeca)

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Tiziano Matteucci

"Siede la terra dove nata fui / su la marina dove ’l Po discende / per aver pace co’ seguaci sui."(Dante Alighieri - Inferno, V).
Per il resto non c'e' molto da dire.
Pensionato italiano che ora risiede in una cittadina del nord ovest della Thailandia per un assieme di causalità e convenienze ... c'è solo una cosa certa: "faccio cerchi sull'acqua ... per far divertire i sassi" (Premdas)

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"Siede la terra dove nata fui / su la marina dove ’l Po discende / per aver pace co’ seguaci sui." (Dante Alighieri - Inferno, V). Per il resto non c'e' molto da dire. Pensionato italiano che ora risiede in una cittadina del nord ovest della Thailandia per un assieme di causalità e convenienze ... c'è solo una cosa certa: "faccio cerchi sull'acqua ... per far divertire i sassi" (Premdas)
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