Indonesia, elezioni Giacarta: governatore cristiano sconfitto da un versetto del Corano

Manifestazione musulmana di protesta contro Ahok accusato di blasfemia, Giacarta, Indonesia. Foto AP

Manifestazione musulmana di protesta contro Ahok, governatore cristiano di Giacarta accusato di blasfemia, Indonesia. Foto AP

Governatore uscente Ahok vittima di una campagna di demonizzazione montata dagli islamici radicali: vince l’ex ministro Anies Baswedan

(Asiablog.it) — Il governatore uscente Basuki Tjahaja Purnama detto “Ahok” non è riuscito ad ottenere un secondo mandato. Alle elezioni tenutesi mercoledi 19 aprile è stato battuto dallo sfidante, il musulmano Anies Baswedan, ex ministro della Pubblica Istruzione, che ha ottenuto il 58% dei voti.

La popolarità di Ahok, indonesiano di etnia cinese e primo governatore cristiano di Giacarta, è stata erosa nel corso degli ultimi mesi per “colpa” di un versetto del Corano. In un comizio del 27 settembre scorso, Ahok aveva detto che alcuni cittadini non lo avrebbero votato per via del versetto 51 della quinta sura del Corano, che secondo alcune interpretazioni proibirebbe ai musulmani di essere governati da non musulmani. L’affermazione è costata ad Ahok una denuncia per blasfemia, che in Indonesia è punita con una pena fino a cinque anni di prigione.

Ahok si è difeso dicendo di non aver mai insultato il Corano, ma di aver solamente detto che alcuni razzisti lo utilizzano per fare propaganda elettorale contro di lui. Ma ormai il video del comizio di Ahok, accuratamente tagliato e rimontato dai suoi avversari per stravolgere il senso delle sue parole, era gà virale su YouTube. Ne è partita una massiccia campagna di demonizzazione portata avanti da diversi gruppi islamisti indonesiani, primo fra tutti il Fronte dei Difensori dell’Islam (Front Pembela Islam, FPI). Con una serie di manifestazioni oceaniche contro il governatore in carica, la destra religiosa ha chiesto il ritiro della candidatura di Ahok e la sua condanna.

La strategia ha funzionato, come dimostrato da un sondaggio del febbraio scorso nel quale più della metà degli intervistati dichiarava che non avrebbe votato Ahok perché colpevole di blasfemia. Questo nonostante diversi autorevoli studiosi islamici abbiano dichiarato pubblicamente che il versetto coranico in questione deve essere letto nel contesto della guerra tra musulmani e non musulmani durante la vita di Maometto, e che non ha nulla a che fare con il modo in cui i musulmani dovrebbero scegliere i loro governanti nel Ventunesimo secolo.

Anies, un politico molto astuto, ha rapidamente capitalizzato il clima di settarismo montante ed ha deciso di puntare sul sostegno dei musulmani, che comprendono l’85 per cento degli elettori di Giacarta, presentandosi agli elettori come il “candidato islamico”. Per far questo l’ex ministro è anche arrivato a cercare e ricevere l’endorsement del controverso Habib Rizieq Shihab, leader del FPI, già condannato per diversi reati.

Il risultato delle elezioni di Giacarta potrà avere importanti implicazioni per il futuro della politica indonesiana. Non è da escludere che possa essere proprio il 47enne Anies Baswedan, politico giovane, telegenico e dalle indiscusse credenziali islamiche, il principale sfidante del presidente Joko “Jokowi” Widodo nel 2019. Ma soprattutto il risultato di Giacarta, e le modalità con le quali è maturato, certifica la crescente islamizzazione della politica indonesiana. La crescente influenza dell’ideologia islamista e il rinnovato pregiudizio contro le minoranze etniche e religiose nella nazione musulmana più popolosa del mondo costituiscono un pericolo per le prospettive pluralistiche sancite nei principi su cui si fonda la Repubblica di Indonesia, conosciuti collettivamente come Pancasila.

Questi principi hanno garantito l’uguaglianza per tutti i gruppi etnici e religiosi dell’Indonesia sin dalla fondazione del paese nel 1945. A differenza della vicina Malesia, l’Indonesia non concede uno status speciale alla maggioranza musulmana (87%) e dà invece pari riconoscimento giuridico a diverse confessioni – l’Islam, il Cristianesimo, l’Induismo, il Buddismo e il Confucianesimo – e concede ai loro membri la piena libertà religiosa. Molto significativamente, tutti i cittadini indonesiani, indipendentemente dalla religione professata, sono liberi di candidarsi e occupare qualsiasi ufficio pubblico.

Dopo la prova di forza degli integralisti islamici con la loro vincente campagna di demonizzazione del “cinese blasfemo” Ahok tutto questo potrebbe cambiare.

Indonesia Giacarta Ahok blasfemia

Nella scritta alle spalle della bambina si legge, “Bakar Ahok”, ovvero “Brucia Ahok”. E’ la pena suggerita da alcuni islamisti radicali per il “blasfemo” Ahok. Giacarta, Indonesia. Foto Beawiharta/Reuters

Fonte immagini: Asian Correspondent e Jakarta Globe

Alessio Fratticcioli

Alessio Fratticcioli

Alessio è il fondatore e amministratore di Asiablog.it (anche su Facebook, Twitter e Google+). Vive in Asia dal 2006. Sta svolgendo un dottorato di ricerca in comunicazione politica presso la Monash University. Per saperne di più su questo buffo personaggio, la sua lunga e noiosa biografia si trova qui.
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Alessio è il fondatore e amministratore di Asiablog.it (anche su Facebook, Twitter e Google+). Vive in Asia dal 2006. Sta svolgendo un dottorato di ricerca in comunicazione politica presso la Monash University. Per saperne di più su questo buffo personaggio, la sua lunga e noiosa biografia si trova qui.
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