Cambogia, elezioni farsa nel Regno di Hun Sen

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Sostenitori del partito di governo ad un comizio elettorale del primo ministro Hun Sen a Phnom Penh, Cambogia, 27 luglio 2018.

Il dittatore cambogiano Hun Sen sta per essere rieletto dopo aver sciolto il partito di opposizione e schiacciato la libertà di stampa: è al potere da  quando i vietnamiti spodestarono Pol Pot

(Asiablog.it) — Le elezioni di domenica 29 luglio 2018 in Cambogia sono una farsa utile solamente a fornire una maschera di normalità a uno dei regimi più longevi sulla faccia della Terra.

Il Regno di Hun Sen

Hun Sen, il dittatore della Cambogia, svolge ufficialmente la funzione di primo ministro dal 31 dicembre 1984. Ma è al governo da cinque anni prima, quando nel 1979 venne nominato Ministro degli Esteri nel primo governo post-Pol Pot ed al contempo divenne membro del Comitato Centrale del Partito Rivoluzionario del Popolo Kampucheano (il precursore del Partito Popolare Cambogiano, Kanakpak Pracheachon Kampuchea, comunemente abbreviato CPP), ovvero il partito unico della Repubblica Popolare di Kampuchea (1979-1989). Aveva solo 27 anni. I vietnamiti avevano appena invaso la Cambogia e sconfitto rapidamente la dittatura genocida dei Khmer rossi, di cui Hun Sen aveva fatto parte, pur con un ruolo minore, prima di scappare in Vietnam nel 1977 per sfuggire dalle purghe di Pol Pot.

Oggi Hun Sen è il primo ministro più longevo al mondo e non ha alcuna intenzione di farsi da parte. Né di avviare il Paese sulla strada della democratizzazione.

L’attuale regime cambogiano è stato descritto come un “sistema cleptocratico” caratterizzato da corruzione sistemica, in cui il potere esecutivo è strettamente legato alle élite politiche, militari ed economiche — sostanzialmente pochi clan familiari, spesso imparentati da legami di sangue — coinvolte in casi di contrabbando di legname, accaparramento di terre, estrazione illegale di sabbia, traffico di droga, e vendita di imprese e terreni a stranieri, soprattutto a cittadini della Repubblica popolare cinese, un Paese che non è mai stato così vicino al governo del primo ministro Hun Sen.

Come sempre dalla fine del regime genocida dei Khmer Rossi, il Primo Ministro sostiene che il suo partito è l’unico capace di garantire pace, sicurezza e sviluppo al Paese, mentre chi non sostiene il regime viene automaticamente bollato come traditore della Patria e lacchè di qualche potenza straniera.

Hun Sen Phnom Penh

Il primo ministro Hun Sen durante un comizio elettorale a Phnom Penh, Cambogia, 27 luglio 2018.

Opposizione polverizzata, stampa imbavagliata, Rete censurata

L’anno scorso gli ultimi media indipendenti — due giornali e due stazioni radio — sono stati chiusi o costretti a passare di mano. Nel frattempo la magistratura ha bandito il Partito di Salvezza nazionale della Cambogia (comunemente abbreviato CNRP), la principale formazione politica all’opposizione, e ha arrestato il suo leader Kem Sokha per “cospirazione con un potere straniero” in relazione a un discorso del 2013, in cui l’attivista nativo della provincia di Takéo aveva parlato dei consigli internazionali ricevuti in merito al processo di democratizzazione nel suo Paese.

Inoltre, a maggio è stata promulgata una legge per censurare i contenuti postati sui social network e sui siti web durante il periodo elettorale. Secondo la Ngo cambogiana LICADHO, questa legge riduce ulteriormente i già limitati spazi di dibattito pubblico in Cambogia e viola la privacy degli utenti di Internet, conferendo al Ministero delle Poste e Telecomunicazioni il potere di criminalizzare i contenuti reputati pericolosi per la “sicurezza nazionale, l’interesse pubblico e l’ordine sociale”.

Per evitare sorprese, Hun Sen ha anche ordinato alla polizia di prevenire qualsiasi tentativo di provocare “caos politico” durante il voto. Il ligio capo della polizia ha assicurato che avrebbe “impedito le attività dell’opposizione e dei loro alleati, all’interno e all’esterno del paese, che stanno cercando di distruggere le elezioni”. Detto fatto: 80 mila poliziotti armati di fucili e giubbotti antiproiettile si sono riversati nelle strade del Paese asiatico e all’esterno e all’interno degli edifici adibiti a seggi elettorali.

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Un discorso di Sam Rainsy davanti a decine di migliaia di cittadini. Phnom Penh, Cambogia, 19 luglio 2013. Foto RFA

Le elezioni del 2013 e il fallimento della “Rivoluzione Colorata”

A Phnom Penh, tutti ricordano le precedenti elezioni generali, quelle del 2013, quando l’opposizione del CNRP prese in contropiede il PCC facendo il pieno del voto giovanile e conquistando larghi consensi persino nel cuore rurale del Paese, tradizionalmente considerato un bastione pro-regime. L’opposizione ottenne 55 seggi su un totale di 123 — un balzo notevole rispetto ai 26 della legislatura precedente — ma Kem Sokha e l’allora leader del CNRP Sam Rainsy rifiutarono di accettare i risultati, accusarono il regime di broglichiesero le dimissioni del primo ministro Hun Sen e boicottarono il parlamento.

Fu allora la società civile cambogiana divenne protagonista: speranza, promesse di cambiamento, attività frenetica nelle strade e sui social network, mobilitazioni e manifestazioni di massa. Fu per certi versi una sollevazione improvvisa e inaspettata. Per un attimo, il regime si fece trovare impreparato e sembrò sull’orlo di un clamoroso sbandamento. Poi arrivò la risposta, nell’unico linguaggio conosciuto da Hun Sen: pugno di ferro, repressione, censura, galera. Il regime fece partire un giro di vite sul CNRP e i suoi sostenitori: criminalizzati, attaccati, incarcerati, fuggiti all’estero o messi a tacere. Hun Sen ha fatto tesoro dei fatti del 2013 e ha promesso di impedire ogni altro tentativo di “rivoluzione colorata”.

Promessa mantenuta: cinque anni più tardi il CNRP è sciolto e quasi la metà dei suoi membri hanno lasciato il Paese per paura di rappresaglie da parte del regime, mentre molti politici locali hanno smesso di fare politica, oppure sono passati dal partito di opposizione a quello di governo. Anche l’ex leader dell’opposizione Sam Rainsy ha lasciato il paese, per evitare di dover affrontare ulteriori cause intentate contro di lui, mentre il suo successore Kem Sokha è rinchiuso in un carcere in attesa del verdetto del suo processo per tradimento.

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L’enigmatico volto di Avalokiteshvara nel tempio di Bayon, nel complesso di Angkor, in Cambogia. Nella foto, una delle 54 torri quadrangolari, scolpite in forma di volto umano rappresentanti il Bodhisattva Avalokiteshvara. Il tempio, fatto costruire dal sovrano Jayavarman VII alla fine del XII secolo d.C., apre il cosiddetto terzo stile Khmer, o stile barocco; ciascuna delle torri del tempio-montagna, che rappresentano le cime del mitico Monte Meru, è alta quasi 50 metri e porta scolpite quattro teste colossali rivolte verso i quattro punti cardinali. Foto Alessio Fratticcioli.

Il plebiscito del 2018: Hun Sen vince comunque

Dal 7 gennaio, quando è iniziata la campagna elettorale, bandiere e manifesti blu del CPP hanno invaso la capitale Phnom Penh. A parte alcune rare immagini elettorali degli altri 19 partiti partecipanti, partitini minori utili a dare una parvenza di democraticità al voto, la propaganda del partito di governo domina lo spazio urbano. Sorridente e rassicurante, il faccione del primo ministro è esposto ovunque.

Le Nazioni Unite, gli Stati Uniti e l’Unione Europea contestano la legittimità delle elezioni e hanno criticato il declino delle libertà di espressione, di associazione e di stampa che hanno fatto della Cambogia uno dei Paesi meno liberi al mondo. Dopo la dissoluzione del CNRP, gli Usa e l’Ue avevano cancellato qualsiasi programma di assistenza all’organizzazione dello scrutinio.

«La presenza della polizia armata nei seggi elettorali aumenta l’atmosfera di paura e intimidazione», ha criticato Chak Sopheap, direttore del Centro cambogiano per i diritti umani (CCHR).

Gli oppositori chiedono il boicottaggio del voto invitando a mantenere il “dito pulito“. In Cambogia infatti la procedura elettorale obbliga gli elettori ad immergere un dito nell’inchiostro dopo aver depositato il voto nell’urna.

Noan Sereiboth, sociologo di 28 anni e prolifico utente di Twitter, riassume le possibilità elettorali in questo modo: «Ci chiediamo ancora se dovremmo votare o meno. Se andiamo a votare, è il CPP che vince. Se non andiamo, il CPP vince comunque».

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Alessio Fratticcioli

Alessio Fratticcioli

Alessio è il fondatore e amministratore di Asiablog.it (anche su Facebook, Twitter e Google+). Vive in Asia dal 2006. Sta svolgendo un dottorato di ricerca in comunicazione politica presso la Monash University. Per saperne di più su questo buffo personaggio, la sua lunga e noiosa biografia si trova qui.
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2 Responses to Cambogia, elezioni farsa nel Regno di Hun Sen

  1. macalder02 says:

    ivo in Venezuela e può essere un parallelo con la situazione che stiamo attraversando da oltre 20 anni. Chavez ha iniziato e Maduro continua. 5 zeri vengono rimossi dalla valuta perché l’inflazione supera il 10000%. Il potere ha il potere militare in tutto> Giustizia, economia, elettorato, ecc. e non c’è cambiamento. La Cambogia è un caso senza fine. Trascina quel potere per un po ‘. Mi è piaciuto il tuo articolo. Salut

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