Cina, Confucio e l’amicizia

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Studenti camminano accanto ad una statua di Confucio dopo una mattinata piovosa a Wuhan, provincia di Hubei, Cina. Foto Darley Wong/Reuters

Spesso si colloca il grande K’ung-fu-tse, che noi chiamiamo Confucio, fra gli antichi legislatori, fra i fondatori di religioni; è una grande inavvertenza. Confucio è molto moderno; è vissuto solo seicentocinquanta anni prima della nostra era. Non istituì mai alcun culto, alcun rito; non si disse mai né ispirato né profeta; egli non fece che accorpare le antiche leggi della morale. Egli invita gli uomini a perdonare le ingiurie e a ricordare solo i benefici. A vigilare senza posa su se stessi, a correggere oggi gli errori di ieri. A reprimere le proprie passioni e a coltivare l’amicizia; a donare senza fasto, e a non ricevere che l’estremo necessario, senza bassezza. Non dice affatto che non bisogna fare agli altri ciò che non si vuole venga fatto a noi stessi; questo non significa altro che vietare il male: egli fa di più, raccomanda il bene: Tratta gli altri come vuoi che gli altri trattino te… (Voltaire, “Philosophe ignòrant”) 

(Asiablog.it) — L’amicizia, una relazione tra due o più persone caratterizzata da un sentimento di affetto, è un legame sociale basilare presso ogni cultura umana. Per via della sua importanza nella vita degli uomini di qualunque epoca, l’amicizia è un argomento trattato da filosofie e religioni di tutto il mondo.

In Cina è il Grande Maestro Kong o Kongzi, meglio noto nell’accezione europea di Confucio, ad affrontare per primo questo tema. 

Il filosofo nato nello Stato di Lu, ora parte della provincia di Shandong, gettò il seme per un nuovo e originale sistema di pensiero, che prende il nome di Confucianesimo, senza per questo negare la presenza di una vitalità della cultura cinese che preesistesse rispetto alla nascita del Maestro stesso.  

In verità Confucio, che visse tra il 551 e il 479 avanti Cristo, dichiarò espressamente di non aver creato nulla di nuovo, ma di aver semplicemente “trasmesso”. Così disse apertamente nei Dialoghi (Lunyu – 论语), la raccolta di pensieri del filosofo cinese e dei suoi discepoli, aggiungendovi di “amare e credere nell’antico” (Lunyu, VII).

Venticinque secoli dopo Confucio, la cultura cinese rimane impregnata dei valori ideologici, morali ed etici proposti dal Grande Maestro — valori la cui validità e rilevanza non sembra essere ancora tramontata.

Il Maestro poneva al centro del proprio insegnamento l’acquisizione di una serie di virtù. Tra queste la benevolenza, intesa come pratica dell’altruismo e della bontà, assumeva grande rilevanza.

Nella lingua cinese la benevolenza è rappresentata dal carattere 仁 (rén), composto nella parte sinistra dal radicale “uomo” e in quella destra dal simbolo di “due”. Questa definizione implica una relazione tra due soggetti, per cui l’individuo non è concepito come isolato, ma viene sempre posto in rapporto con la molteplicità degli altri uomini. Inoltre il termine benevolenza non è espresso con un senso univoco ma con una gamma di significati quali il sentimento di umanità reciproca, l’altruismo e l’amicizia.

Nei rapporti di amicizia, spiega Confucio, gli uomini possono amare o odiare, ma sempre coltivando la pratica della benevolenza. Anche quando sussistono ragioni per odiare, l’uomo dotato di questa virtù si tratterrà dal farlo. Benevolenza, infatti, è dominare se stessi e amare gli altri 爱人.

Confucio sintetizzò il significato di benevolenza in un celebre aforisma dei Dialoghi: “Ciò che non desideri per te stesso non farlo agli altri” (Lunyu, XV, 23). Si tratta della regola d’oro Confuciana, un principio che ha richiamato l’attenzione di molte culture in tutti i tempi, in quanto esprime la buona qualità del rapporto fra gli uomini, un rapporto improntato all’etica della reciprocità.

In realtà la regola d’oro appare per la prima volta in un passo precedente, in cui un discepolo commentava cosi un’affermazione del Maestro:

la Via del Maestro consiste nell’agire con la massima lealtà (zhong ) e nel non imporre agli altri quel che non si desidera per sè. (Lunyu IV, 15)

Alcuni studiosi hanno paragonato la regola d’oro Confuciana a quella di altre religioni e filosofie mondiali, ed in particolare a quella biblica. Muovendo da quest’ultimo enunciato, possiamo pertanto affermare che “agire con la massima lealtà” e “non imporre agli altri cioè che non si desidera per sé” equivarrebbe al precetto cristiano, “amerai il tuo prossimo come te stesso” (Mt 22,39), di qualche secoli successivo.

Quindi, al di là di ogni analogia, bisogna semplicemente considerare che la regola d’oro Confuciana implica che l’amore verso l’altro equivale a quello per sé, e che l’oggetto dell’amore è uno solo, ovvero il proprio simile. Sarebbe questa la sintesi di ciò che il grande Maestro intendeva per amicizia.

Il concetto di amicizia, che Confucio associa alla benevolenza, è anche un rapporto sociale naturale, in quanto l’umanità di ciascuno si coglie nell’esatta pratica di questo rapporto.

Confucio, che credeva fermamente nel valore dell’amicizia ed esortava i suoi discepoli a coltivare i rapporti con i loro simili, conferiva suprema importanza alla fedeltà (xin 心), alla lealtà (zhong 忠) e alla shu 恕 —quest’ultima intesa come empatia, sentimento che presuppone una relazione di mutua comprensione e amore fra simili.

Insistendo sulla crescita individuale basata sul riconoscimento dell’altro, il Maestro spiega che frequentando un amico sincero si acquista consapevolezza dei propri limiti e, di conseguenza, si può correggere se stessi:

Il Maestro disse: se viaggiassimo in tre, certamente avrei sempre un maestro accanto: dell’uno coglierei i pregi per trarne esempio, dall’altro coglierei i difetti per emendarmi. (Lunyu, VII, 22)

Tuttavia, Confucio avverte che non tutti sono capaci di coltivare rapporti di vera amicizia, essendo essi fondati su due virtù eminentemente relazionali: solidarietà e reciprocità.

L’unico uomo capace di vera amicizia, secondo il Maestro, è lo junzi (君子), l’uomo nobile o di valore. Conoscendo il senso del giusto (yi), l’uomo nobile d’animo non aspira al riconoscimento individuale, piuttosto cerca nell’amicizia la gioia della comunione d’intenti.

Lo junzi è l’uomo esemplare, il gentiluomo che sa gioire dell’amicizia altrui e non si rammarica di non essere conosciuto. Cosi facendo egli può amare gli altri e creare Armonia nelle relazioni sociali.

Il contrario dello junzi è lo xiaoren: l’uomo dappoco, piccolo o meschino che comprende solo il proprio profitto.

Il Maestro disse:

L’uomo nobile d’animo tiene alla benevolenza, l’uomo dappoco agli agi; l’uomo nobile d’animo tiene all’imparzialità, l’uomo dappoco al favore. (Dialoghi, IV, 11)

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Fonte immagine: Business Insider

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Ilaria Gallo

Laureata in Lingua Cinese e Relazioni Internazionali, per mestiere lavoro in una multinazionale, per passione mi occupo di Cina, Politica, Società. E poi di libri, arte, pasta e gelato…Poliglotta (ci provo), volontaria diritti umani, e giramondo... :) Ah, sono anche su Twitter.
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2 Responses to Cina, Confucio e l’amicizia

  1. Ettore says:

    gent Dssa Ilaria Gallo
    sono un italiano (senior) ex piccolo industriale ,dr in chimica , interessato da sempre a cercare di conoscere piano piano e per quanto possibile capire qualche chiave di lettura delle culture sud est asia,cina ecc ecc
    per questo ,mi sono inscritto ad asiablog .. ho trovato interessantissimo il suo articolo di oggi sui concetti mianzi e guanxi ..,che in parte conosco ,che cerco sempre di applicare quando parlo con amici asiatici,, ma Lei l’ha spiegato benissimo :-)
    grazie ,continuero’ a leggerLa con attenzione
    Cordiali saluti

    • Ilaria Gallo says:

      Gentile Ettore, La ringrazio. E’ un onore per me ricevere dei complimenti da persone che vivono la cultura cinese e le sue manifestazioni direttamente “sul campo”. Nel caso in cui avesse piacere di ricevere consigli/curiosità su qualcosa di specifico, mi scriva pure. A presto, Ilaria.

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