Thailandia: acqua alta e governo sulla graticola

Mentre l’emergenza alluvione continua, la lotta politica si incendia. L’emergenza nazionale in corso rischia di fungere da scintilla per il riesplodere dell’irrisolto conflitto interno alla società thailandese.

In Thailandia la alluvioni stanno avendo un impatto catastrofico sull’economia, con diecimila fabbriche costrette alla chiusura o al rallentamento della produzione e 660.000 lavoratori rimasti temporaneamente senza lavoro. Con il paese sott’acqua e l’economia che affonda, l’esecutivo “rosso” guidato da Yingluck Shinawatra è finito sulla graticola, responsabile, secondo l’opposizione, di aver sottovalutato la crisi, di non essersi mosso in tempo in difesa della capitale e dei parchi industriali, di aver preso misure inadeguate, e di aver informato la popolazione poco e male. “Il re dovrebbe cacciare Yingluck,” sostiene Peng, una giovane studentessa presso la più blasonata e costosa università del paese.

Abhisit Vejjajiva, leader dell’opposizione, ha criticato il governo ma ha spiegato che non è questo il momento di farlo cadere. “Se ne riparlerà quando la crisi sarà risolta”, ha dichiarato alla stampa. In realtà, avendo sofferto una chiara sconfitta solo quattro mesi fa e non vincendo le elezioni dal 1996, l’opposizione sa che la strada per il potere non può passare per le urne. Inoltre, in un paese che ha visto diciotto colpi di stato in otto decenni, la politica si svolge più nelle stanze del palazzo reale e nelle caserme dell’esercito che in parlamento o nelle cabine elettorali.

Le ultime elezioni non hanno risolto il conflitto tra l’establishment monarchico-militare e le forze liberal-populiste capitanate dalla famiglia Shinawatra. Il braccio di ferro va avanti dal primo successo elettorale di Thaksin, fratello di Yingluck, nel 2001. Imprenditore del nord divenuto immensamente ricco in brevissimo tempo, Thaksin si presento’ come un campione del popolo contro i privilegi dell’aristocrazia della capitale. Per la prima volta, le classi meno abbienti dell’ex Regno del Siam trovarono un referente politico e con esso la loro forza elettorale. Oltretutto, il governo Thaksin mantenne gran parte delle sue promesse, creando un sistema di welfare che rafforzò il suo ruolo di rappresentante della masse popolari. Le tradizionali élite capirono presto che la loro decennale egemonia culturale e i loro vasti interessi economici venivano minacciati dalla popolarità di Thaksin e dalle sue riforme economiche. Dopo tre trionfi elettorali del partito “rosso”, il problema venne risolto nel 2006 con un colpo di stato militare. La giunta istallata coi carri armati sciolse il parlamento, abolì la Costituzione, mise fuorilegge il partito di Thaksin e squalificò 111 parlamentari. Ma i thailandesi non cambiarono opinione e alle successive elezioni consegnarono la maggioranza a una reincarnazione del partito thaksiniano. Quando il governo guidato dal cognato di Thaksin venne affossato da un ribaltone, le proteste di piazza culminarono con l’intervento dell’esercito e un centinaio di morti.

Alle elezioni del luglio scorso il partito “rosso” ha ottenuto una nuova maggioranza assoluta, ma l’esecutivo è stato formato solo dopo un accordo dietro le quinte col quale i vincitori si sono impegnati a garantire potere e privilegi degli avversari. Un compromesso che potrebbe essere rotto al primo pretesto, e la supposta cattiva gestione dell’emergenza delle alluvioni in corso potrebbe rappresentare una buona giustificazione per dare una spallata al governo. Il che riporterebbe solamente la situazione al punto di partenza, con eventuali nuove elezioni che con ogni probabilità restituirebbero il potere nelle mani del clan Shinawatra. “A votarli sono i contadini,” dice Peng, “sono ignoranti e credono ciecamente alle promesse populiste. Ma sono tanti.”

Eppure una soluzione ci sarebbe, la propongono i “gialli” monarchici e anti-thaksiniani. Si tratta di scrivere una nuova costituzione – la diciottesima dal 1932 – e prevedere un parlamento in parte eletto dal popolo e in parte nominato dal re e da altri corpi extra-democratici. “Se Sua Maestà potesse scegliere il 70% dei legislatori avremmo un parlamento composto da persone capaci,” spiegano i “gialli”. Una riforma dal sapore un pizzico birmano, dove i militari si sono riservati una buona parte del parlamento. Ma d’altronde Naypyidaw non è lontana, i contadini del Myanmar non sono certo meglio educati di quelli thailandesi e le gerarchie dei due eserciti devono in qualche modo difendere i loro interessi economici dalla democrazia.

[Scritto per Orizzonti Nuovi, Novembre 2011, pagina 23]

Alessio Fratticcioli

Alessio è il fondatore e amministratore di Asiablog.it (anche su Facebook e Twitter). Vive in Asia dal 2006. Sta svolgendo un dottorato di ricerca in comunicazione politica presso la Monash University. Per saperne di più su questo buffo personaggio, la sua lunga e noiosa biografia si trova qui.
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