Immigrati nudi e al gelo. Italiani soddisfatti

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Migranti trattati come animali. La maggioranza dei lettori del Corriere della Sera si dice "soddisfatto."

Extracomunitari, migranti, immigrati, rifugiati, stranieri, africani, arabi, musulmani, clandestini, poveracci, morti di fame, gentaccia. Generalizzati, raggruppati, categorizzati, essi diventano tutti uguali, una specie, una razza. Come i topi, per uno o dieci che affogano in mare o crepano di fame, ce ne ritroveremo in casa altri cento o mille. Sono tanti, troppi, e, come gli animali, non hanno un nome.

Se per Noi l’immigrato è l’Altro, per lo Stato e la Legge egli è un numero, un fenomeno, un reato, da contenere, controllare, gestire, rinchiudere. L’immigrato è atopos, senza luogo, senza posto, inclassificabile.

Invece serve. 

L’italiano medio – campanilista, ignorante, e incattivito dallo smottamento del suo potere d’acquisto – ha un’idea caricaturale di un fenomeno complesso ed eterno come quello delle migrazioni umane. Ignora, non sa, non capisce o non vuole sapere né capire che l’immigrato serve a lui perchè serve all’economia, e serve all’economia in quanto, usato, sfruttato e mal pagato, l’Altro da più di quanto prende.

Ad ogni modo, indipendentemente dai numeri economici, l’immigrato, odiato e senza diritti, svolge soprattutto un altro compito. La mera esistenza, o meglio creazione, dell‘Altro, del diverso da Noi, ha come funzione principale quella di creare il Noi. Senza l’Altro, non esisterebbe il Noi. E’ questo essere inferiore e peggiore, che allunga la mano per raccogliere le briciole, a creare l’idea del Noi come comunità, come famiglia. Un’entità unica, etnica, razziale, naturale. E’ un Noi che nasce in contrapposizione all’Altro, un Noi costantemente assediato da Loro. Questo malvagio o disgraziato che desidera fortemente unirsi a Noi, che cerca disperatamente di entrarci in casa, che tenta di violare la nostra fortezza, serve a creare nel’immaginario collettivo, e poi a legittimare, l’esistenza della fortezza stessa. E più Loro sono diversi e stranieri, più Noi siamo uguali e italiani. Più loro sono poveri, più noi temiamo di perdere i nostri averi, se contaminati da Loro.

In questo universo dicotomico, non serve a nulla distinguere i profughi provenienti dai paesi in guerra dagli immigrati che arrivano più semplicemente in cerca di fortuna. Sono tutti uguali. Sono i vu cumprà. Sono gli Altri. Vanno tutti ugualmente criminalizzati e puniti in quanto “non in regola.” La legalità come feticcio, clava primitiva utile a bastonare l’Altro, a scacciare l’invasore e il pericolo della diversità e delle contaminazione.

Costruito e demonizzato il nemico, la fortezza va di conseguenza sacralizzata. Lo Stato-nazione, le organizzazioni sovranazionali (non importa quanto a-democratiche), la struttura (il sistema economico, la moneta unica) e tutto l’armamentario della sovrastruttura vengono propagandati come sacri e inviolabili. Come un tempio, essi vengono eretti a simbolo della comunità, del Noi, del Bene, dell’età dell’oro in pericolo o definitivamente corrotta per colpa Loro.

Fratelli, stringiamci a coorte, siam pronti alla morte. E soprattutto, siam pronti ad ammazzare il nemico. Per meritarci le nostre catene.

Il terreno su cui poggiano le nostre prospettive di vita è notoriamente instabile, come sono instabili i nostri posti di lavoro e le società che li offrono, i nostri partner e le nostre reti di amicizie, la posizione di cui godiamo nella società in generale e l’autostima e la fiducia in noi stessi che ne conseguono. Il “progresso”, un tempo la manifestazione più estrema dell’ottimismo radicale e promessa di felicità universalmente condivisa e duratura, si è spostato all’altra estremità dell’asse delle aspettative, connotata da distopia e fatalismo: adesso “progresso” sta ad indicare la minaccia di un cambiamento inesorabile e ineludibile che invece di promettere pace e sollievo non preannuncia altro che crisi e affanni continui, senza un attimo di tregua.

Il progresso è diventato una sorta di “gioco delle sedie” senza fine e senza sosta, in cui un momento di distrazione si traduce in sconfitta irreversibile ed esclusione irrevocabile. Invece di grandi aspettative di sogni d’oro, il “progresso” evoca un’insonnia piena di incubi di “essere lasciati indietro”, di perdere il treno, o di cadere dal finestrino di un veicolo che accelera in fretta.

Lo Stato si priva di una sempre più grande dose della sua potenza autarchica, e quindi diventa incapace di assumersi l’insieme delle sue funzioni. Lo Stato, per dovere, ma con l’entusiasmo degno di una causa migliore, delegai propri compiti, anzi lì dà “in affitto” alle forze di mercato, che sono anonime, prive di un volto. Di conseguenza i compiti che sono vitali per il funzionamento e il futuro della società sfuggono alla supervisione della politica e quindi a ogni controllo democratico. Il risultato: si affievolisce il senso di comunità e si frantuma la solidarietà sociale. Se non fosse per la paura degli immigrati e dei terroristi, l’idea stessa dello Stato come un bene comune e una comunità di cittadini sarebbe fallita.

(Zygmunt Bauman)

Alessio Fratticcioli

Alessio è il fondatore e amministratore di Asiablog.it (anche su Facebook e Twitter). Vive in Asia dal 2006. Sta svolgendo un dottorato di ricerca in comunicazione politica presso la Monash University. Per saperne di più su questo buffo personaggio, la sua lunga e noiosa biografia si trova qui.
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About Alessio Fratticcioli

Alessio è il fondatore e amministratore di Asiablog.it (anche su Facebook e Twitter). Vive in Asia dal 2006. Sta svolgendo un dottorato di ricerca in comunicazione politica presso la Monash University. Per saperne di più su questo buffo personaggio, la sua lunga e noiosa biografia si trova qui.
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